26 mag 2013

LA STAZIONE DEL NULLA

photo by Pierperrone


L'autobus rallentò svogliatamente.
Il conducente era distratto.
Il cellulare, una radio, uno sbadiglio, il sonno, la noia...
Il turno di notte non passa mai.
Vuoto, l'autobus tornava dal suo giro.
L'ultima fermata, il capolinea, la chiamavano "la stazione del Nulla".
Di giorno era una sconfinata distesa fuori città.
Nè dolce campagna, nè più periferia.
Terra nuda, fili spinati e cancelli, denti arrugginiti e bocche spalancate,  recinti su capannoni isolati che sembrano vecchi campi di concentramento sfollati. Qualche casupola di morti di fame. Qualche villa di dozzinale lusso di pessimo gusto male nascosta da siepi incolte. Carcasse di auto arrugginite. Lampioni alti come lance piantate nel cielo...
Di notte anche quel poco veniva inghiottito dal nulla.
Un nero mare denso come petrolio.
Gli occhi spalancati, stupiti dallo sconcerto, di quegli smagriti lampioni che qualcuno, in città, si ostina ogni sera ad accendere.
Formano solo inutili globi di luce giallastra che si rubano le stelle dal cielo.
La coltre di luce densa che spargono è irreale, come il nulla su cui si stende svogliata.
Sono più vasti, là, indietro, un poco oltre la via, i laghi di nera tenebra oleosa. Un oro nero inutile e illusorio, proprio come le poche ricchezze nascoste dietro le rade finestre illuminate che ogni tanto forano il nero sipario steso pietosamente da dio su quell'insignificante distesa di nulla.
Per gli autisti degli autobus è una vera tortura quel percorso notturno.
Un viaggio nella bocca di un Cerbero addormentato.
Una corsa all'accesso dell'Ade.
Un giro notturno nel dormiente inferno dantesco.
Ore che non passano mai.
Fermate saltate.
E noi che brucia  e consuma.
Spettri.
Fantasmi.
Inquietanti presenze.

Jordi aspettava.
Gli sembravano ore.
Il buio era freddo.
S'era rialzato a fatica.
La mano che gli aveva strozzato il respiro in fondo alla gola, pietosa, s'era ritirata in qualche angolo nascosto, laggiù, nell'oscura caverna.
Era uscito per fare una strage.
Una rabbia violenta gli annebbiava gli occhi e spegneva ogni pietà.
S'era avvicinato un cane, per pisciava sotto al lampione, lì di fianco alla palina dell'autobus, mentre annoiato stava aspettando che tornasse l'asmatico mezzo pesante.
Le crisi d'epilessia gli avevano distrutto la vita.
Il lavoro, l'amore, una vita normale.
Buttati in fondo a quei buchi nella coscienza.
Viveva da solo aspettando la fine, l'ultima crisi che, con compassione, gli spegnesse per sempre la luce.
Ma la malattia, aveva, a volte, pensato, era pur sempre una fortuna insperata.
Almeno Jordi una ragione l'aveva, per desiderare la morte.
L'aspettava come il sollievo che pone fine al dolore.
Per gli altri, gli amici stanche del bar, non c'era una ragione così tanto importante.
Loro passavano i giorni ad aspettare nel nulla.
Le ore si consumavano lente, là, in quei tuguri, fumando, bestemmiando, parlando di calcio come se fosse filosofia orientale.
Il desiderio trasformava le poche donne smarrite che sedevano alle basse sedie, dietro ai tavolini che zoppicavano da tempo, in formose Afroditi, Veneri candide, Vergini ansimanti.
Erano solo puttane di passaggio che andavano a prendere servizio da qualche parte, laggiù, lungo il viale che, come una ferita, taglia la spelacchiata campagna di quella periferia nata morta da sempre.
Quando tornavano, smontato il servizio, avevano visi stanche e occhi assonnati.
La morte l'avevano provata nel corpo.
Scopavano solo con poveri zombie di periferia, in squallide cabine puzzolenti di ansimanti camion di terza o quarta mano, rubati, dismessi da ditte già morte anche loro.
Qualche cliente con la vettura di lusso, di quelle che si vedono in quei cimiteri ambulanti di periferia, ogni tanto si fermava, fischiava, rideva, urlava qualcosa, chiedeva il prezzo e poi ripartiva.
Erano solo poveri cristi senza arte nè parte.
Poveri iluusi.
Bulletti di un quartiere di cui nessuno ha voglia di scrivere l'inutile storia.

Aveva un rabbia profonda, Jordi, resuscitato dal Nulla che l'aveva vomitato come un boccone indigesto.
Era sprofondato in quel buco nero mentre stava sul ponte affacciato sul nero buio spaventoso come l'ultimo abisso.
L'incosciente sonno dell'epilessia, era stato disertato dai sogni, stavolta.
Anche le voci, avevano smesso di urlare.
In quel nulla nero di notte era rimasto solo,vagabondo nel mondo dei morti, come quel cane che sera affacciato dalla tenebra che abbracciava il cono di luce dello smorto lampione.
Ma quello, il fantasma del cane, c'aveva una buona ragione per affacciarsi sotto quel fiotto d'elettrico sole giallastro.
Esaurita l'urgenza urinaria, si, insomma, finita la sua pisciatina svogliata, quello, il cane s'era girato assonnato e confuso, e aveva ripreso la via dell'oscuro viaggio nel mondo dei cani.
Odori e fantasmi, per i cani, non fanno alcuna differenza.
Per Jordi, neppure.
Di lontano arrivava il fetore di una fogna che chiamano a cielo aperto, ma che del cielo non ha altro che il fetido alito grigio dei morti viventi che bestemmiano contro dio ed i santi distratti.
I fantasmi stanno nascosti nella testa di Jordi, puzzolenti anche loro, di alcol e di piscio.
Come nei cessi dei bar dove ogni tanto si ferma a scaricare il peso della sua carcassa che gli rende grave la vita.
Aveva la rabbia frustrata di chi vuole ammazzare l'intero mondo, là fuori.
Le voci, l'abisso di nulla, i fantasmi, le oscure presenze, lo sciamare dei corvi vestiti da uomini, i presagi di morte, la sofferenza, la vita seminata di spaventapasseri grigi, la malattia, la speranza che la luce finalmente si spenga per sempre...
Jordi non aveva coscienza di quelle immagini oscure.
Non distingueva gli spettri che gli abitavano l'anima.
Non sapeva dargli nè nome nè forma.
Non capiva di vivere.
Non immaginava neanche di dovere presto morire.
Non desiderava nient'altro che tornare a dormire.
Ma c'era la rabbia.
L'insostenibile bisogno di ribellarsi a quel nulla che uccide.
Uccidere.
Sangue.

L'autobus si fermò cigolando.
Una bestemmia allungò il conducente vedendo Jordi esitare sul primo scalino.
Sembrava ubriaco.
Barcollando, aggrappato al primo paletto, sembrava dormire in piedi, come i barboni che di notte incontrava in quel mare che chiamavano terra del Nulla.
Ogni tanto si divertiva a spaventarli.
Tutti si divertivano con quei poveri fantasmi senza un dio protettore.
Jordi allungò una mano come se volesse menare un colpo di pugnale assassino.
La forbice stretta fra le dita come un coltello giustiziere.
L'aria restò immobile, mentre la lama compiva la sua traiettoria che nella mente di Jordi si doveva completare nella schiena di quel mostro che spuntava dal lontano sedile molleggiato che troneggiava là in fondo.
Aveva calcolato male le distanze, la povera mente malata l'aveva tradito.
Le forbici, anche, chissà, forse non erano neanche una vera arma d'acciaio.
Forse anche quelle erano solo un sogno liberatore.
Jordi era solo un morto di fame.
Una disgraziata vita datagli prestito da un dio non aveva la voglia di riprendersi il suo.
Sognava senza neanche saperlo.
Una vita come un oscuro sogno nebbioso.
Il bus continuò la sua corsa notturna di palina in palina, sul viale, tornando in città.
Le puttane stavano sedute a fianco ai fuochi ormai quasi freddi, come i loro corpi disfatti e le anime morte.
L'autista continuava distrattamente a smanettare il suo cellulare, la radio, qualche bestemmia, uno sbuffo.
Jordi, su un sediolino, in disparte da tutto, immaginava la vita che si spegneva poco alla volta, come la notte.
Infine riconobbe la fermata della sua povera casa.
La sua fermata.
Lui la chiama ancora la "Stazione del Nulla".

24 mag 2013

UNA FERMATA D'AUTOBUS

photo by Pierperrone


Spento il televisore, Jordi rimase solo nella piccola cucina.
S'era fatta sera, ormai, fuori, dietro la finestra.
Fuori, si vedevano solo le file ordinate di luci che salivano sul dorso dei palazzi di fronte.
File a intermittenza.
File fustellate.
Come se i palazzi fossero giochi di costruzione per bambini.
Nella sera il cielo era sparito.
Fuori, neanche una stella.
Una cappa di piombo aveva rubato il cielo, bloccando le via alla speranza, al sogno, anche all'illusione.
Jordi tremava.
Il freddo dell'inverno era entrato in casa di soppiatto, ma poi ci si era stabilito, ci si trovava bene in quella casa così desolata, vuota, trasandata.
Jordi non si curava molto di quel rifugio.
Era solo una tana, selvatica, come una caverna.
E lui era come un orso, selvatico e solitario.
Si alzò lentamente dalla sedia, dopo una lunga pausa, durante la quale era restato immobile, come morto.
Sovrappensiero.
All'inizio era solo un senso di fastidio, una sensazione molesta di disturbo, un disagio che non aveva neanche un perchè preciso.
La televisione aveva esalato l'ultimo bla-bla noioso come al solito e Jordi, stufo e annoiato, con una leggera pressione dell'indice sinistro, aveva spinto il tasto rosso.
La sua liberazione.
La sua arma preferita.
Il colpo che, da killer perfetto, di solito toglieva di mezzo ogni discussione.
Spegnere il televisore era, quasi sempre, una liberazione.
Era come chiudere le porte sul mondo, sbarrare le finestre per evitare che l'uragano che dilaga sulla città sommerga anche quella parvenza di normalità che si appiccica alle cose insignificanti di casa.
Non sempre, è vero, spenta la tivvù, il sollievo liberava Jordi della sofferenza che il mondo, la vita, gli provocava.
Alle volte qualcosa restava ancora impigliato dentro le sue corde, come un tubo di scarico ostruito e rendeva  le serate, solitamente insignificanti ed inutili, dolorose  e tetre.
Era come un vedersi allo specchio.
Si, la televisione, le sue storie, vere o false, era un'intrusione della vita nella sua afasìa permanente.
Era un fantasma che lo scuoteva, spaventandolo, mostrandosi con la sua stessa maschera.
Le storie di assassinio e gli omicidi gli piacevano in particolar modo, lo attraevano.
Forse per il senso di rivincita che, lui immaginava, dovevano provare quegli eroi che avevano saputo ribellarsi all'impotenza in cui erano condannati a vivere quelli come lui, come Jordi.
Ecco, si, lui, quelli come lui, quelli che vivono soli in case buie e vuote come la sua, erano tutti assassini potenziali.
Era l'impotenza d'ogni giorno, l'incapacità di dare un senso alla vita quotidiana, a renderli potenzialmente assassini.
Ed era l'impotenza, l'incapacità di reagire, di scavarsi un qualsiasi destino, ad impedire che quel potenziale di violenza si trasformasse in azione, reazione e morte.
Spegnere il televisore era come sbarrare la strada a quel fiume in piena.
Una diga contro il flusso della marea nauseante degli uomini e della vita.

Allungò la mano e prese un bicchiere sulla mensola.
Aprì con un gesto il rubinetto sollevando la leva dell'acqua fredda.
Riempì e bevve.
L'acqua gli scolò dal lato della bocca e gli bagnò, sotto la felpa pesante della tuta consumata, la camicia già sporca.
Svogliatamente, con uno straccio, sotto la luce un pò smorta della lampada a risparmio energetico, cercò di asciugare il rigagnolo che gli era penetrato fin sul petto, attraversando anche la canotta bianca che portava sulla pelle.
Poggiò il bicchiere nel lavandino di porcellana sbeccato e sudicio e si accese una sigaretta.
Fumava sigarette molto forti.
Posò l'accendino sul piano del tavolo e si mise la testa fra le mani.
Con le palme cercò di tener fuori le voci che lo stavano assordando.
Si sentiva confuso.
La testa era come una carica di esplosivo e quelle voci erano la miccia che bruciava veloce.
Era lo speaker del telegiornale che, con tono cadenzato ma indifferente, enumerava gli eccidi che il mondo faceva finta di ignorare.
Era il politico di professione che elencava i punti di programmi mai realizzati per risolvere gli eterni problemi dei morti di fame, fregandoli ancora una volta.
Era il cantante rock che urlava alla luna le sue ritmate insulse ballate d'amore non ricambiato.
Era il presentatore che incalzava come un martello con le sue domande da quiz idiota il concorrente ansioso e  impreparato.
Era la bella attrice del film d'amore che urlava la sua scenata di gelosia contro un marito traditore e vile.
Era un esercito di altri commedianti che recitavano male la tragedia del mondo.
Ma, soprattutto, erano i fantasmi che solitamente abitavano in fondo alla sua anima, che stasera, si erano messi in testa di dare una festa e di ballare e cantare a tutta birra, facendo un baccano d'inferno che le sue mani non riuscivano a trattenere fuori dalle orecchie indifese.
Con la mano destra prese un coltello, senza neanche accorgersene.
Con un colpo netto si recise il padiglione dell'orecchio sinistro.
Poi, prima ancora di sentire il dolore, con fulmineo gesto da maestro professionista, passò il coltello nell'altra mano e si recise l'altro padiglione.
Il sangue sgorgò come da una fontana a due becchi.
Scorse sporcando dappertutto, gli abiti lisi, il tavolo, il pavimento sporco.
La sigaretta s'impregno subito e immediatamente si spense con uno sbuffo ed una strana fumata malinconica.

Quando riaprì gli occhi si sentiva tutto stordito.
Gli era capitato altre volte.
Jordi era soggetto a crisi epilettiche e quando capitava che in quei momenti perdesse il contatto col mondo, al risveglio non ricordava granchè cosa aveva sentito o provato mentre era svenuto.
Alle volte la crisi era più forte ed era accompagnata da convulsioni che lo scuotevano fino a quasi farlo soffocare, con la bava che gli schiumava dalla bocca e gli bagnava il bavero della camicia.
Ma stavolta il ricordo lo spaventava ancora.
Aveva davanti agli occhi tutto quel sangue.
La sigaretta e l'ultimo sbuffo triste di fumo.
Il coltello con la sua lama ancora affamata.
I lembi di pelle dei padiglioni perduti che non riusciva più a trovare.
La corsa in bagno per cercare la benda e fasciarsi la testa ferita come una mummia.
Il cerotto che non si voleva attaccare.
E il sangue, tutto quel sangue, un mare di sangue...
Riaprì gli occhi, li sbattè un poco, sentì subito sete.
Un sorso d'acqua.
Per riempire ancora il bicchiere doveva riuscire a rialzarsi, prima.
Lentamente ci provò.
Era meglio del previsto.
S'appoggiò un poco alla sedia, poi al tavolo, infine al lavandino.
Bevve.
Era passata.
Ma non lo spavento.
E neanche le voci.
Neanche quelle lo avevano abbandonato.
Tuonavano come una tempesta.
Nella testa il temporale impazzava.
Jordi impazziva.
Poco alla volta, lo sapeva, sarebbe impazzito del tutto.
Lo sapeva, ma non poteva capirlo, perchè la sua mente rifiutava di comprendere ciò che stava gli accadendo.

Prese la maniglia della porta di casa e uscì nel cortile.
La sua casa era una di quei poveri monolocali che danno direttamente sul cortile dei casermoni con le fustellature delle file di finestre illuminate che salgono fino all'inferno del cielo.
Varcato il cancello, si allontanò sul viale su cui vegliavano solerti gli lampioni freddi come torri di ghiaccio.
La fermata dell'autobus, poco lontano, e, la fortuna, il puzzolente mezzo extraurbano che arriva, come un maledetto miracolo.
Nessuno, sull'autobus, solo l'autista annoiato attaccato al suo cellulare.
Il lungo percorso nella sera che sprofondava pian piano nella notte desolata.
Jordi si guardava intorno un poco stodrito.
I finestrini erano coperti da un velo di umido umore invernale.
Il riscaldamento dell'autobus non scioglieva il gelo invernale.
A fiotti, ondate d'un alti caldo, si propagavano da sotto al sedile.
Ma presto venivano inghiottite dal freddo che non aveva mai lasciato l'autobus da quando aveva lasciato il deposito.
Jordi voleva dormire.
Gli occhi gli pesavano e calavano senza controllo.
I segni dell'attacco epilettico se li portava ancora dentro.
Lo stordimento.
La paura.
Il sangue.
Ma le voci, quelle maledette voci d'inferno, non volevano lasciarlo più in pace.
Quando il mezzo giunse alla fermata che dava sul ponte, Jordi schiacciò il pulsante.
Il bottone rosso che assegna il potere.
L'autista alla fermata fermò.
E Jordi pesantemente scese dall'autobus.
Si sporse, guardando di sotto, dal ponte.
Era nero.
Sotto il fiume era stato ingoiato dal nulla.
Il nulla della notte.
Il nulla della vita.
Anche lui venne ingoiato dallo stesso insaziabile nulla.
In un attimo.
Breve come un battito di ciglia.
L'insaziabile nulla del destino era venuto a prenderlo sin lassù, mentre ancora se ne stava sul ponte.
E la notte scura non aveva fatto nulla per difenderlo.
E neanche la città, lì intorno, che neppure si accorgeva di Jordi.
L'autobus lento, lontano, spariva, anch'esso, nel nulla.
Chissà, forse l'autista aveva ancora una fermata, laggiù.
L'ultima fermata.
Alla stazione del "Nulla".



22 mag 2013

FIABA DELL'AGNELLO DEL SACRIFICIO

photo by Pierperrone


Non sei fuggito ancora, mio candido, innocente, agnello?
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore.
Morderti coi denti, pezzo a pezzo.
Voglio sentire di che gusto è, nella bocca mia, il cuore tuo.
La tua carne tenera, il calor del sangue tuo, fame e sete spegneranno in me.
Il cuore mio, lo sai,  batte all'unisono col tuo.
Ma il tuo non sente il desìo che, di te, m’arde e mi divora.
Voglio provar sulla lingua mia il tuo sapore dolce.
Son goloso, sì, del miele tuo e dei tuoi profumi, dell'essenza che di te m'affligge, anche quando non ci sei.
Vorrei disfarti e consumarti.
Masticarti ed ingoiarti.
Come cibo naturale, manna zuccherosa ch’il ciel m’invia.
Ora, subito, eppur non m’è possibile!
S’è dimenticato, Iddio, di me, infelice creatura sua.
Voglio diventar per sempre,  con te, una cosa sola.
Far della  carne tua la mia carne.
Dolce desiderio, languore, sogno.
Ho fame, adesso, è ora.
Non posso stare qui fermo e aspettarti.
Il ricordo di te, soltanto, mai mi rende abbastanza sazio.
La belva ch’è in me impazzisce tra le sbarre in cui è rinchiusa.
Con la potente zampa farà saltare i ferri.
Con l'unghia gratterà la dura scorza.
Non posso trattenerla, è forza bruta.
E infine, libero, il feroce mostro verrà in cerca tua.
Non potrai sfuggirle: non v’è abbastanza ombra negli anfratti del mondo nostro.
Non saprà salvarti il buio.
Scampo più non hai.
Fame è desiderio e di te soltanto io potrò saziarmi.
E' l'odor tuo, che mi giunge di lontano.
E, crudele, un vento lo sospinge verso me.
Sento il ribollir del sangue, dentro.
E combatto la bestia che di m'è s'è impossessata.
Un demonio, tu mi rendi, assatanato e cieco.
Fame, fame di te, brama mi possiede!
Di lungi annuso la presenza tua e forte mi sussulta pazzo il cuore.
Sul tuo passo mi getto, sull’orme tue.
Irrefrenabile, bestiale, l'istinto a te m'attrae.
Schiumar di bava più non mi basta ormai.
E non basta il nome tuo a saziar la brama mia.
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore vero.

21 mag 2013

LA FIABA DELL'OMBRA



Tutto comincia quando s'accende la luce.
Io vivo nell'ombra.
Ormai.
Si.
Devo dire ormai, perchè è proprio così.
Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
Ma io non sono uno di loro.
Io ero un uomo, una volta.
Tutto comincia, allora, quando s'accende la luce.
E l'ombra sparisce.
Di colpo, così, non posso più vivere.

Io ero un uomo, una volta.
Uno dei tanti.
Un nome qualunque.
Passavo davanti allo specchio ed ero certo di esistere.
Come te, per esempio, che adesso stai qui davanti e ti specchi in queste incomprensibili righe.
Ero fatto così.
Ero bello, pieno di me.
Come te, proprio come te, pronto a cestinare queste righe vuote di senso.
Portavo la barba, per nascondermi un poco.
Ma era un gioco sottile.
La seduzione, il languore, il desiderio di me.

Io ero un uomo.
Un essere umano.
Un maschio, una femmina..
Che senso ha più, oramai?
Nudo, mi piaceva guardarmi, dinanzi allo specchio.
Mi piaceva toccarmi.
Sentire la carne sotto le dita.
E vedevo lo specchio ammiccare, torbido.
Alle volte, nella penombra, sognavo conquiste, principi azzurri, regine, veneri bionde.
Poi mi vestivo con piume e pennacchi.
E pronto, partivo.

Ormai tutto finisce quando s'accende la luce.
La mia casa, adesso, è questo buio profondo.
Dove lo specchio, crudele, orribile mostro, se ne resta nascosto.
E dove, adesso, quello, implora, penoso, pietà.
Solo adesso m'implora pietà?
Adesso ch'è diventato un misero cieco?
Anch'io implorai la sua, di pietà, una sera dannata.
Ma me la concesse, lui, forse, la pietà ch'egli ora mi cerca?
Cieco, lui, disperato, quello specchio, diventò d'improvviso.
Un lampo, un gesto meccanico.Con un dito, era sera, accesi la luce.
Muto, lo specchio annerì.

Tutto cominciò, inatteso, quando cercai la luce.
Era sera d'ombre, nuvole oscure sugli occhi.
Nella stanza eran finiti i miei solitari giochi d'amore.
I sogni m'avevan lasciato.
Solo, nel buio, senza volto nè luce.
Il corpo aveva stillato i suoi ultimi fuochi.
Abbandonato, cercavo un sollievo, una conferma, un appiglio.
M'alzai dal braciere del letto che lentamente languiva.
M'aggrappai allo specchio.
Col dito grattai l'interruttore fatale.
Click. Piombò giù il lago di luce.

Tutto così cominciò, quella sera.
Con la pioggia iridescente, un silenzio irreale era caduto dal cielo.
Nera, continuava a rimandare del buio l'immagine, lo specchio accecato.
Una cappa strozzava la gola, un soffocante sudario.
Nel gorgogliante mare di luce dorata s'apriva, sprofondata pupilla, la nera voragine del Polifemo appeso sul muro.
Come un dannato mi precipitai nell'orrida bocca della famelica Gorgone.
Vorticando le mani, rovistavo in quel molle mare di nulla.
Cercavo il mio volto, una maschera, una fuggevole immagine.
Un riflesso, un sogno, un ricordo.
Ero sparito nel nulla.
Neanche più il nome appeso al cartellino sul collo.

Ecco, tutto ricomincia ogni volta che s'accende la luce.

Io vivo nell'ombra.
Ormai.
Si.
Devo dire ormai, perchè è proprio così.
Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
Ma io non sono uno di loro.
Io ero un uomo, una volta.
Tutto ricomincia, allora, quando s'accende la luce.
E l'ombra sparisce.
Di colpo, così, non posso più vivere.


18 mag 2013

MATTATOIO AUSCHWITZ

Auschwitz (photo by Pierperrone)


Ci sono i fantasmi.
Qui, intorno, ci sono solo i fantasmi.
I fantasmi. Sono in giro e hanno preso tutto lo spazio.
Fantasmi sono diventati gli uomini che, solo ieri, erano buoni.
Uomini, erano.
Forti come bestie.
E ora.
Fantasmi.
Qualcuno, agli uomini, di notte, deve avergli rubato l'anima e il cuore.
Erano uomini.
E gli hanno strappato la pelle, gli hanno roso la carne, e consumato le ossa.
E alla fine, di quegli uomini, non è rimasto più niente.
Erano uomini.
Ed anche io ero fra quelli.
Ma ora, di quelli, sono rimaste solo le ombre.
Sono ombre che si muovono senza lasciare tracce per terra nè segni sui muri.
Lunghe ferite sono i viali.
Diritti e lugubri.
Fuori, oltre il cancello, non si vedono più le sterminate distese nere dei campi. Non rombano più, i trattori, là, fuori, ingravidando d'amore l'umida terra.
E' la violenza che strappa i frutti acerbi dai rami stecchiti. 
E lì, nelle strade, ora, giù negli stretti pertugi fra la basse baracche, non si sente più il sordo passo degli scarponi che schiaccia la neve.
Non cuociono più, il pane, i forni che vomitano fumo.
Gli alberi piangono mentre continuano a secernere le verdi foglie marce e appassite.
E i fiori.
I fiori si prostituiscono sotto il lampione lunare, là, al centro di tristi aiuole rotonde.
Loro sono come sempre.
I fiori.
Sempre.
Se si badasse alle loro piccole inezie colorate, tutto sembrerebbe essere restato uguale e immutato.
Immobile, il tempo, che non corre più veloce e sbadato.
La morte degli uomini si è portato appresso la morte del tempo.
Ormai, qui, più nessuno ha il naso per rubare all'aria il profumo dell'erba che ora marcisce nei campi.
Nessuna mano si piega, pietosa, a carezzare i petali vellutati che i fiori hanno perduto.
Anche le ombre delle chiome degli alberi altro più non sono che nere forme schiacciate sul selciato consunto.
Non sanno più offrire riparo agli uomini dai raggi del sole.
Fantasmi.
Fantasmi, ormai, si trascinano per i deserti sentieri.
Fantasmi che hanno perduto ogni memoria.
La vita, la vita stessa è diventata una enorme, smisurata, finzione.
Nel campo, ii lunghi viali si sono intrecciati con i freddi, infiniti chilometri  binari tracciati sulla nuda terra da algidi denti d'acciaio.
Le facciate delle baracche sono tappezzerie consumate su cui si parono ciechi occhi rettangolari.
Gli slarghi, gli incroci, i cortili, nascondono solo cupi gorghi e vortici insaziabili.
Hanno denti marci, quelle nere bocche impudìche.
Erano portoni, finestre, ingressi.
E ora sono bocche mostruose, spalancate, che vomitano orrore verso il piatto nulla del cielo di marmo grigio che piange solitario.
Nulla si è salvato dall'invasione dei fantasmi.
Nulla!
Io v'invito a guardarli bene.
Si.
Dovete guardarli bene, questi fantasmi.
Dovete imprimervi bene nella memoria come sono fatti i fantasmi, queste ombre che un giorno furono uomini.
Ed io, che ero un uomo, ora sono uno di loro.
Dovete strizzare bene gli occhi.
Dovete osservare con tutta l'attenzione di cui siete ancora capaci, voi, uomini, se, ancora, un pò d'umanità e restata dentro di voi.
Dovete scrutare negli anfratti più nascosti, dei vostri cuori.
Dovete superare il pudore.
Dovete combattere la paura.
Dovete mettere in conto l'orrore, che vi attanaglierà lo stomaco, mentre ancora state guardando.
E non dovete distogliere lo sguardo.
E dopo che avrete visto, dovrete impugnare gli occhi come pugnali.
E piantarli come coltelli.
Dovrete affondarli in quella cavità che ha inghiottito milioni di cuori di bestie, che un giorno furono uomini.
Uomini.
Proprio come voi.
Forme disumane.
Sono rimaste in quei capanni che il tempo non voluto inghiottire.
Fantasmi.
Non fatevi lasciare ingannare dalle apparenze.
Sembrano uomini.
Sembrano vivere vite proprio uguali alle vostre.
Ma sono fantasmi.
Vite fantasme.
Per questo dovrete imparare a diffidare di tutto.
Non vi potrete più fidare di niente.
Neanche di ciò che vi sembrerà di vedere davvero.
Neanche di voi stessi e neanche dell'immagine che riflettete passando davanti a uno specchio.
Quella potrebbe presto prendere vita.
E allungare le sue torve mani artigliate per strangolarvi.
Anzi.
Forse nascono proprio di là.
Sono proprio gli specchi madri snaturate che danno vita a queste creature snaturate d'un oltremondo crudele.
Le madri dovranno diffidare dei propri figli.
I figli dei padri.
Gli amanti dell'amato amore.
I cuori, qui dentro, dovranno paventare ogni speranza.
Dovrete vivere diffidando.
Dovrete cercare la vita dubitando.
Dovrete continuare a vivere scacciando ogni certezza.
Fantasmi.
Solo fantasmi abitano dietro questo filo spinato.