22 mag 2013

FIABA DELL'AGNELLO DEL SACRIFICIO

photo by Pierperrone


Non sei fuggito ancora, mio candido, innocente, agnello?
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore.
Morderti coi denti, pezzo a pezzo.
Voglio sentire di che gusto è, nella bocca mia, il cuore tuo.
La tua carne tenera, il calor del sangue tuo, fame e sete spegneranno in me.
Il cuore mio, lo sai,  batte all'unisono col tuo.
Ma il tuo non sente il desìo che, di te, m’arde e mi divora.
Voglio provar sulla lingua mia il tuo sapore dolce.
Son goloso, sì, del miele tuo e dei tuoi profumi, dell'essenza che di te m'affligge, anche quando non ci sei.
Vorrei disfarti e consumarti.
Masticarti ed ingoiarti.
Come cibo naturale, manna zuccherosa ch’il ciel m’invia.
Ora, subito, eppur non m’è possibile!
S’è dimenticato, Iddio, di me, infelice creatura sua.
Voglio diventar per sempre,  con te, una cosa sola.
Far della  carne tua la mia carne.
Dolce desiderio, languore, sogno.
Ho fame, adesso, è ora.
Non posso stare qui fermo e aspettarti.
Il ricordo di te, soltanto, mai mi rende abbastanza sazio.
La belva ch’è in me impazzisce tra le sbarre in cui è rinchiusa.
Con la potente zampa farà saltare i ferri.
Con l'unghia gratterà la dura scorza.
Non posso trattenerla, è forza bruta.
E infine, libero, il feroce mostro verrà in cerca tua.
Non potrai sfuggirle: non v’è abbastanza ombra negli anfratti del mondo nostro.
Non saprà salvarti il buio.
Scampo più non hai.
Fame è desiderio e di te soltanto io potrò saziarmi.
E' l'odor tuo, che mi giunge di lontano.
E, crudele, un vento lo sospinge verso me.
Sento il ribollir del sangue, dentro.
E combatto la bestia che di m'è s'è impossessata.
Un demonio, tu mi rendi, assatanato e cieco.
Fame, fame di te, brama mi possiede!
Di lungi annuso la presenza tua e forte mi sussulta pazzo il cuore.
Sul tuo passo mi getto, sull’orme tue.
Irrefrenabile, bestiale, l'istinto a te m'attrae.
Schiumar di bava più non mi basta ormai.
E non basta il nome tuo a saziar la brama mia.
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore vero.

21 mag 2013

LA FIABA DELL'OMBRA



Tutto comincia quando s'accende la luce.
Io vivo nell'ombra.
Ormai.
Si.
Devo dire ormai, perchè è proprio così.
Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
Ma io non sono uno di loro.
Io ero un uomo, una volta.
Tutto comincia, allora, quando s'accende la luce.
E l'ombra sparisce.
Di colpo, così, non posso più vivere.

Io ero un uomo, una volta.
Uno dei tanti.
Un nome qualunque.
Passavo davanti allo specchio ed ero certo di esistere.
Come te, per esempio, che adesso stai qui davanti e ti specchi in queste incomprensibili righe.
Ero fatto così.
Ero bello, pieno di me.
Come te, proprio come te, pronto a cestinare queste righe vuote di senso.
Portavo la barba, per nascondermi un poco.
Ma era un gioco sottile.
La seduzione, il languore, il desiderio di me.

Io ero un uomo.
Un essere umano.
Un maschio, una femmina..
Che senso ha più, oramai?
Nudo, mi piaceva guardarmi, dinanzi allo specchio.
Mi piaceva toccarmi.
Sentire la carne sotto le dita.
E vedevo lo specchio ammiccare, torbido.
Alle volte, nella penombra, sognavo conquiste, principi azzurri, regine, veneri bionde.
Poi mi vestivo con piume e pennacchi.
E pronto, partivo.

Ormai tutto finisce quando s'accende la luce.
La mia casa, adesso, è questo buio profondo.
Dove lo specchio, crudele, orribile mostro, se ne resta nascosto.
E dove, adesso, quello, implora, penoso, pietà.
Solo adesso m'implora pietà?
Adesso ch'è diventato un misero cieco?
Anch'io implorai la sua, di pietà, una sera dannata.
Ma me la concesse, lui, forse, la pietà ch'egli ora mi cerca?
Cieco, lui, disperato, quello specchio, diventò d'improvviso.
Un lampo, un gesto meccanico.Con un dito, era sera, accesi la luce.
Muto, lo specchio annerì.

Tutto cominciò, inatteso, quando cercai la luce.
Era sera d'ombre, nuvole oscure sugli occhi.
Nella stanza eran finiti i miei solitari giochi d'amore.
I sogni m'avevan lasciato.
Solo, nel buio, senza volto nè luce.
Il corpo aveva stillato i suoi ultimi fuochi.
Abbandonato, cercavo un sollievo, una conferma, un appiglio.
M'alzai dal braciere del letto che lentamente languiva.
M'aggrappai allo specchio.
Col dito grattai l'interruttore fatale.
Click. Piombò giù il lago di luce.

Tutto così cominciò, quella sera.
Con la pioggia iridescente, un silenzio irreale era caduto dal cielo.
Nera, continuava a rimandare del buio l'immagine, lo specchio accecato.
Una cappa strozzava la gola, un soffocante sudario.
Nel gorgogliante mare di luce dorata s'apriva, sprofondata pupilla, la nera voragine del Polifemo appeso sul muro.
Come un dannato mi precipitai nell'orrida bocca della famelica Gorgone.
Vorticando le mani, rovistavo in quel molle mare di nulla.
Cercavo il mio volto, una maschera, una fuggevole immagine.
Un riflesso, un sogno, un ricordo.
Ero sparito nel nulla.
Neanche più il nome appeso al cartellino sul collo.

Ecco, tutto ricomincia ogni volta che s'accende la luce.

Io vivo nell'ombra.
Ormai.
Si.
Devo dire ormai, perchè è proprio così.
Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
Ma io non sono uno di loro.
Io ero un uomo, una volta.
Tutto ricomincia, allora, quando s'accende la luce.
E l'ombra sparisce.
Di colpo, così, non posso più vivere.


18 mag 2013

MATTATOIO AUSCHWITZ

Auschwitz (photo by Pierperrone)


Ci sono i fantasmi.
Qui, intorno, ci sono solo i fantasmi.
I fantasmi. Sono in giro e hanno preso tutto lo spazio.
Fantasmi sono diventati gli uomini che, solo ieri, erano buoni.
Uomini, erano.
Forti come bestie.
E ora.
Fantasmi.
Qualcuno, agli uomini, di notte, deve avergli rubato l'anima e il cuore.
Erano uomini.
E gli hanno strappato la pelle, gli hanno roso la carne, e consumato le ossa.
E alla fine, di quegli uomini, non è rimasto più niente.
Erano uomini.
Ed anche io ero fra quelli.
Ma ora, di quelli, sono rimaste solo le ombre.
Sono ombre che si muovono senza lasciare tracce per terra nè segni sui muri.
Lunghe ferite sono i viali.
Diritti e lugubri.
Fuori, oltre il cancello, non si vedono più le sterminate distese nere dei campi. Non rombano più, i trattori, là, fuori, ingravidando d'amore l'umida terra.
E' la violenza che strappa i frutti acerbi dai rami stecchiti. 
E lì, nelle strade, ora, giù negli stretti pertugi fra la basse baracche, non si sente più il sordo passo degli scarponi che schiaccia la neve.
Non cuociono più, il pane, i forni che vomitano fumo.
Gli alberi piangono mentre continuano a secernere le verdi foglie marce e appassite.
E i fiori.
I fiori si prostituiscono sotto il lampione lunare, là, al centro di tristi aiuole rotonde.
Loro sono come sempre.
I fiori.
Sempre.
Se si badasse alle loro piccole inezie colorate, tutto sembrerebbe essere restato uguale e immutato.
Immobile, il tempo, che non corre più veloce e sbadato.
La morte degli uomini si è portato appresso la morte del tempo.
Ormai, qui, più nessuno ha il naso per rubare all'aria il profumo dell'erba che ora marcisce nei campi.
Nessuna mano si piega, pietosa, a carezzare i petali vellutati che i fiori hanno perduto.
Anche le ombre delle chiome degli alberi altro più non sono che nere forme schiacciate sul selciato consunto.
Non sanno più offrire riparo agli uomini dai raggi del sole.
Fantasmi.
Fantasmi, ormai, si trascinano per i deserti sentieri.
Fantasmi che hanno perduto ogni memoria.
La vita, la vita stessa è diventata una enorme, smisurata, finzione.
Nel campo, ii lunghi viali si sono intrecciati con i freddi, infiniti chilometri  binari tracciati sulla nuda terra da algidi denti d'acciaio.
Le facciate delle baracche sono tappezzerie consumate su cui si parono ciechi occhi rettangolari.
Gli slarghi, gli incroci, i cortili, nascondono solo cupi gorghi e vortici insaziabili.
Hanno denti marci, quelle nere bocche impudìche.
Erano portoni, finestre, ingressi.
E ora sono bocche mostruose, spalancate, che vomitano orrore verso il piatto nulla del cielo di marmo grigio che piange solitario.
Nulla si è salvato dall'invasione dei fantasmi.
Nulla!
Io v'invito a guardarli bene.
Si.
Dovete guardarli bene, questi fantasmi.
Dovete imprimervi bene nella memoria come sono fatti i fantasmi, queste ombre che un giorno furono uomini.
Ed io, che ero un uomo, ora sono uno di loro.
Dovete strizzare bene gli occhi.
Dovete osservare con tutta l'attenzione di cui siete ancora capaci, voi, uomini, se, ancora, un pò d'umanità e restata dentro di voi.
Dovete scrutare negli anfratti più nascosti, dei vostri cuori.
Dovete superare il pudore.
Dovete combattere la paura.
Dovete mettere in conto l'orrore, che vi attanaglierà lo stomaco, mentre ancora state guardando.
E non dovete distogliere lo sguardo.
E dopo che avrete visto, dovrete impugnare gli occhi come pugnali.
E piantarli come coltelli.
Dovrete affondarli in quella cavità che ha inghiottito milioni di cuori di bestie, che un giorno furono uomini.
Uomini.
Proprio come voi.
Forme disumane.
Sono rimaste in quei capanni che il tempo non voluto inghiottire.
Fantasmi.
Non fatevi lasciare ingannare dalle apparenze.
Sembrano uomini.
Sembrano vivere vite proprio uguali alle vostre.
Ma sono fantasmi.
Vite fantasme.
Per questo dovrete imparare a diffidare di tutto.
Non vi potrete più fidare di niente.
Neanche di ciò che vi sembrerà di vedere davvero.
Neanche di voi stessi e neanche dell'immagine che riflettete passando davanti a uno specchio.
Quella potrebbe presto prendere vita.
E allungare le sue torve mani artigliate per strangolarvi.
Anzi.
Forse nascono proprio di là.
Sono proprio gli specchi madri snaturate che danno vita a queste creature snaturate d'un oltremondo crudele.
Le madri dovranno diffidare dei propri figli.
I figli dei padri.
Gli amanti dell'amato amore.
I cuori, qui dentro, dovranno paventare ogni speranza.
Dovrete vivere diffidando.
Dovrete cercare la vita dubitando.
Dovrete continuare a vivere scacciando ogni certezza.
Fantasmi.
Solo fantasmi abitano dietro questo filo spinato.

5 mag 2013

FIABA DELLO STANCO VISO DI BIMBA

photo by Pierperrone
Da URBINO & Co

A guardarti bene, per esser sincero, hai un velo di bellezza stanca, sul viso.
Ma si, sei sempre meravigliosa e splendente.
Resti smagliante, nel tuo irresistibile fascino, ma ora c'è, sul tuo volto, un raggio di luce calante.
Certo, non si riesce a resistere alle tue forme procaci e tu, maestra d'amori, le esponi con studiata posa di femmina scaltra.
E il sangue mi sale alla testa quando con gli occhi scorro le tue morbide curve.
Il candore della tua levigata pelle di marmo contrasta con il rossore impudìco che s'accendi sulle tue gote accarezzate dal sole.
E resti sempre ancora bellissima.
Ma se ti guardo bene, è una bellezza comincia a essere stanca.
Cos'hai, dolce bambina?
Cosa ti rende la vita penosa?
Tu, amor mio, conosci l'eterno infinito.
Sai che il tempo non ti vedrà mai sfiorire.
E sai che nel tuo abbraccio l'intero creato verrà a sempre a scaldarsi.
Eppure, lo vedo, una leggera velatura offusca il tuo sguardo, come un velo represso di lacrima.
Cosa t'angustia?

No, non sono le rughe.
E non ci sono neppure ferite sul tuo musetto di gatta in calore. 
Non c'è un segno a sfregiare il tuo profilo perfetto.
Come ti vollero, bella, gli dei, così sei per tutti. 
Per sempre, così.
Non corrucciare il visino, dolce bambina vezzosa.
Non c'è offesa.
Non c'è l'oltraggio del tempo.
Hai l'aria un pò consumata, di vita vissuta, ma rende più conturbanti le tue grazie di donna.
Le tue forme rotonde si mostrano dolci a chi ti chiede d'amarti.
Ma non si può esser amati in eterno da te, volubile ninfa divina.
Tu non sai nascondere a me le tue ombre.
C'è un lento passar di nuvole grigie su te.
Un volo lontano di pensieri smarriti.
Cosa segue il tuo sguardo smarrito?

A vederti rider con tutti così, disponibile e vaga, par si nasconda quell'ombra.
Tu, che conosci tutte l'arti d'amore, sai come ingannare e nasconderti schiva.
Andare ti vedo, salire in carrozze, leggiadra.
Ti levi leggera, lieve assecondi, ansimante, il salto della danza del tempo.
Sete, stoffe, broccati, fruscia il tuo passo quando ti chini a posare, distratta, un tuo ardente bacio di brace sulla mia fronte eccitata.
Indemoniato, il mio sguardo sfiora i tuoi seni che sfuggon all'abito, subito casto.
Ma è in un istante che i miei occhi si son fatti acuti e puntuti nei tuoi.
E, come in un libro, io vi leggo le storie che tu non vuoi più ricordare.
Sei stanca.
La gloria non s'appoggia più ad eroi immortali e al valore d'un popol coraggioso.
Il peso della tua storia, tutto grava, oramai, su di te, mia vecchia stanca zingara triste.
Poveri omuncoli s'aggiran per le tue strade.
Mute di cani chiassosi e asini zoppi.
Nel tuo cielo si sono spente le stelle.
E' buio, oramai. 

Quanto dovrai aspettare per il prossimo sorger del sole, mia piccola, povera Roma?