30 set 2013

FIABA DEI DUE FRATELLI

William-Adolphe BOUGUERAU (1825 -1905) - DANTE AND VIRGIL IN HELL (1850)


E' inutile, io li ho fatti disuguali, impari, dispari, discordi.
Dice con voce pacata, quasi distaccata, impassibile, la figura, poco distinguibile, seduta sul lato destro del grande tavolo nella stanza sconfinata.

L'atmosfera è cristallina, leggera, immobile, candidamente rarefatta.
Sembra l'interno dipinto di certi quadri perfetti, inespressivi, quasi freddi...
Colori distanti, inesplicabili, quasi urticanti nel loro biancore emotivo.

No, tu menti. Io li ho fatti uguali!
Tutti fratelli, figli dello stesso padre, creature della stessa terra, soggiogati allo stesso destino!
La voce che giunge dall'altro lato del grande tavolo rettangolare, è alterata, il tono rabbioso, il volto severo e duro, lo sguardo affilato, torvo, livoroso.

Un sorriso tagliente scintilla allora sulle labbra serrate e sottili che pronunciano con un filo di fiato le parole più dure.
Io ho messo il bastone nelle mani del fratello, la menzogna nella sua bocca, il desiderio di uccidere nel suo cuore.
Io ho messo il lupo sulla cima del monte, sulla riva del fiume, e l'agnello nella pianura, a bere la bava insanguinata della belva che s'è dissetata del sangue del sacrificio.
Io ho messo il servo nella mani del padrone ed il destino del debole nella disponibilità del prepotente.
Io ho creato il male che conosce tute le armi e le astuzie e con la forza e con con l'inganno schiaccia il bene, ingenuo e flebile.
E tu?
Tu, dimmi, cosa hai saputo fare?
Dimmi, creatore fallito della creatura fallita?

Nell'aria ferma. gli angeli stanno, ora, immobili, ébeti, increduli ad ascoltare le atroci parole della verità che risuonano come colpi di maglio, dardeggiano come vampe del cielo, bruciano come le fiamme dell'inferno.
Non un alito di vita si muove.
I cherubini, muti, si guardano sgomenti.
Le vesti, altrimenti candide, rosseggiano di sanguigni riflessi mentre il cielo sanguina.
Il sole muore, come ogni giorno.
Le nubi avanzano come una tetra cavalleria alla conquista dell'infinito.

Una risata sarcastica, ora, si leva, da quel lato del tavolo donde la malvagità si è eletta trionfante bestia dominatrice del mondo.

Poi, piano, il silenzio.
Un muro di silenzio.
Un silenzio misterioso e lancinante.
S'accosta lentamente, timido, incerto.
Poi, quasi senza volere, si sparge per la stanza.
Occupa l'intero spazio circostante.
E' una nebbia densa, spessa, ovattata che assorbe ogni energia sonora di quell'infame creato.
S'impasta all'atmosfera con quel silenzio liquido e asfissiante.
Si lega in una malta compatta e trasparente.
Baluginano, a tratti, le misteriose particelle dell'atmosfera, sospese, in attesa, bisognose d'una vibrazione, d'un suono, d'una voce riprendere ancora, almeno per un poco, movimento e vita.
Per poter cadere e sparire per sempre alla vista, perdute nel buio dell'incoscienza.

L'immensa stanza sembra espandersi nel cielo infinito.
Solo le lontane, quasi, ormai, invisibili pareti, sottolineano l'ambiente in cui si sta svolgendo quella crudele, terribile tribuna.
L'eterna lotta del male contro il bene si dipana con grandi colpi sotto la cintura.
Tradimenti, inganni, menzogne.
Promesse tradite, giuramenti infranti, voti spezzati.
Come fondale d'una scena distante, un candore luminescente si spande da distanze inafferrabili.
Come una marea opalescente s'appropria dell'intero spazio circostante.
Sembrano annegare, le figure ai due lati del tavolo squadrato.
Angoli appuntiti.
Profili affilati.
Respiri sospesi.

Dall'altro lato del tavolo, il bene esita.
Ristà, lungamente.
Sovrappensiero.
Sembra non aver udito l'arringa scagliatagli contro, come un sasso acuminato, dal demonio in persona.
Il bene, vestito dei panni d'un dio distratto, guarda il suo creato.
E le creature che gli squadernano dinanzi.
L'occhio vivido, d'un azzurro acquoreo.
Come cielo, che brilla d'una luce propria.
Non sente il peso delle parole.
Non sente lo spigolo del dardo lanciato da una fionda traditrice che affonda nello zigomo tenero.
Non si piega.
Impassibile, ineffabile, inerme, insensibile.

Insofferente, il creato freme nella pausa in cui è restato imprigionato.
Ma non può liberarsi, perchè le catene del male sono strettamente legate e le carni già sanguinano.
Gli occhi piangono lacrime calde.
I morti ristanno, immobili, nell'eterno che li consuma.
Il mare li mangia.
Il mare della vita che accorre, affamato e insaziabile.
Stanno lì, i corpi, cadaveri in attesa d'un avvoltoio che presto li divori...

Ma l'attesa s'è impadronita del palcoscenico, facendo bella mostra di sè.
Vestita d'un tutù rosa mostra il suo corpicino vezzoso.
Agile, danza in punta di piedi.
Leggera.
Silfide siderea, rifulge opaca.
Poi, quasi ombra, consumata da un raggio invisibile, si disfa.
Sgrana.
Decade e si deposita come sottile cenere spenta.
Sabbia impalpabile.
Polvere del tempo, infine, s'invola al soffio d'una bocca che, alitando l'eterno, s'apre cercando di dire il bene del mondo.

Lo sguardo del dio del bene s'aggira scrupoloso sul creato che si dipana ai suoi piedi.
Ad una ad una conta le sue pecore, il pastore.
Le accarezza con pio amore paterno.
Con le dita sfiora il soffice vello.
Sollevato, constàta che nessuna creatura manca all'appello.
Tutte si volgono a quello.
Restituendo lo sguardo all'amorevole padre affettuoso.
Fiduciose, porgono il collo alla lama che sta per cadere.

La voce del dio si fa soffio.
Vento.
Tempesta.
Il bene non ha voce, parole, ragione, fede, credenza.
Si fa pioggia.
Grandine.
Dilagante uragano.
Scuote le chiome degli alberi.
Spezza i rami più verdi.
Strappa le più giovani foglie.

Il bene è muto.
Soffia sul mondo in silenzio.
Si rifugia nei teneri cuori.
Si fa ferita.
Lacrima.
Ansioso sospiro.
Immortale, involontaria, speranza.
Apparizione e scomparsa.
Vita.
Morte.
Rinascita.

Qualcosa è accaduto, attorno al lungo tavolo angoluto.
Il demonio è sgomento.
Il riso amaro di scherno s'è fatta dura maschera nera.
La verità incontrastata del suo dire non è stata, infin, contraddetta.
Eppur la vittoria non ha un passo spedito, zoppica, incespica.
Il silenzio s'è fatto, ora, due volte pesante.
I due contendenti soccombono sotto quel gravame pesante.
Alla porta bussa, dura, una mano.
Chiede il conto, la vita.
Vuol esser pagata.
E quelli, invece, han perso moneta.

Ora son vuote le sedie, distanti, ai lati lontani del grande tavolo ossuto.
Il tempo ha roso i due contendenti disfatti.
Son rimasti due scheletri scarni.
Due rami d'albero secco.
Eran due dei.
Due figli dell'uomo.
Fratelli.
Figli dell'unico padre.
Il male ed il bene.

25 set 2013

DISSOLVENZE. Una fiaba d'ogni giorno.

Photo by Pierperrone


La cella ha le sbarre, la porta, le pareti, fredde e dure, lisce e viscide.
Un senso di nausea, come una corrente elettrica, attraversa le dita, che scivolano via, sdrucciolando, sull'untuoso rivolo nero del tempo che cola fin sul pavimento e si rapprende, denso e oleoso, in una pozza fetida.
E dall'estremità dei polpastrelli punta diretta, quel malessere intimo, sul cuore.
Le mani s'allargano.
E si fanno piazze.
E le braccia, sterminate, s'allungano.
Sono binari che infilano, diritti, l'infinito....
E il torace?
I polmoni?
Il cuore?
Montagne.
Caverne.
E poi paludi.
Finchè, il gran fiume rosso della vita non irrompe, impetuoso e forte e, vittorioso su ogni resistenza, redime la paura, l'angoscia, la disperazione...

Ecco.
E allora si sentono le pareti granitiche e certe che si fanno polvere secca, si sgretolano, consumandosi fino a farsi sottili, esili, immaginarie...
E finalmente svaniscono.
Anche dal ricordo.
E dalla memoria.
Le porte cominciano a sbattere rabbiose.
Dure e terribili sembrano mosse  da una tempesta ululante e impetuosa.
Invisibile e sorda.
E le sbarre , si vede, si fanno lente, docili, molli.
Lacci.
Fettucce.
Nastrini.
Odorosi, profumati, inebrianti.
Testimoni di segreti legami.
Intrecci.
Grovigli.
Nodi stretti, che grazie ai rossi flutti che mareggiano nel corpo, possono stringersi come un cappio intorno al collo o sciogliersi come giuramenti vani.
A piacimento.

Così, sotto l'attenzione acuta dei sensi, gli spasmi della rossa marea che si gonfia e si sgonfia sulle rive del nostro mare compiono il miracolo.
La cella, che pure ci aveva accolto, protettiva, e nutrito, materna, col suo latte opaco e amaro, pian piano, oppure d'improvviso, non sempre si sa, s'amplia, s'allarga, sconfina...
Le sbarre, nere, lucide e ghiacce, s'allungano, corrugano, s'intiepidiscono e, bagnate dal pianto che il cielo riversa generoso sulla terra, germogliano gemme sugose che s'offono, bagnate e aperte, ai baci caldi dell'amore.
Al cavaliere solitario, fulgido e luminoso, che attraversa di corsa la piana illimite che si sovrasta.
Le porte si fanno praterie.
I cardini, che furono cesoie che recidevano i fili della nostra libertà, si fanno solide colonne del nostro tempio.
E la serratura, che un giorno c'imprigionò legandoci indissolubilmente al nostro destino, si fa decisione, certezza, assoluta promessa che non si muta più in tradimento.
Carezza eterna alla nostra anima sparuta.
E le pareti, infine, trasmutano in oceani immensi, vastità celesti, profondità cosmiche...
Scie infinite brillano sotto la luce lunare.
Sono le navi che attraversano quei sargassi.
E su quelle viaggiano i nostri spiriti leggeri, liberati, finalmente, dal peso dell'essere, del tempo, dell'inizio e della fine...

E finalmente siamo!
Siamo Natura.
Tutto.
Eterno.
Infinito.
Non più, spazio, ci contiene.
O limite, confine, dimensione, misura, numero, calcolo, regola, legge...
Tutto, in noi, sconfina.
E, quel Tutto, la cella del nostro Essere contempla, rimira, racchiude, controlla, governa, domina...
Come una nuova prigione da infrangere, il viaggio della nostra esistenza ci trasporta verso noi stessi.
E noi stiamo lì.
Sulla riva del nostro mare rosso.
Al confine di noi stessi.
Insicuri.
Incerti.
Ansiosi.
Ad attendere.
Per salutare.
L'approdo.
Per decidere.
Tardi.
Infine.
Arbitri.
Del Tutto.
La rotta.

21 set 2013

OGNI COSA AL SUO POSTO

Aron WIESENFELD - EARLY (2008)
 http://www.aronwiesenfeld.com/paintings/Early.html


Ogni temporale compie un incesto.
E' il tuono, mascolino e prepotente, guerriero roboante e fanfarone, veterano ferito e mutilato disperato, in cerca, sulla terra, del suo bottino riparatore.
O il dardeggiante giavellotto della vampa ch'elettrica accende di lampi la volta celeste.
Prede preferite son le giovani inesperte creature.
S'insinua, il martellante batacchio, che risuona per gli spaz'infiniti, violento e indifferente, nella vergine piega della terra che, vana, tenta d'opporrsi.
E senza urla, nè lacrime, alfine, cede tremante.
E s'arrende.
Conoscendo, così, il peccato originale.
L'offesa che la voce straziante del cielo infligge alle sue creature.
Nulla può, tenerezza.
Il verde germoglio nascosto sotto le labbra rosate del solco trema.
Impotente.
Forza, lo sovrasta, a cui non è dato resistere.
E' la profumata pelle zuccherosa della gemma, insicura, ancora, sul suo pendulo ramo, appesa, incerta, alla vita, prim'ancora di conoscer l'amore, costretta al martirio.
Non v'è di santità consolazione, nel mondo.
Quelle son illusioni dell'uomo, povera bestia, ch'abbisogna di meste menzogne.

Ma v'è anche il piacere a turbar il quieto scorrer dei giorni.
La vecchia, rugosa, polvere secca, che ricopre, coltre barbuta, la glabra crosta dei viali delle città impaurite dal sole che picchia come un ossesso titano, sta lì, lubricamente distesa ad attender il primo arrembante assalto d'amore del temporale che rompe l'estate.
Stanca, dall'attesa stremata, vegliarda esperta d'amore, pubblicamente espone le sue oscene cosce pelose, le larghe natiche aperte, il suo sconcio sesso assetato.
Sta lì.
Battona, a chieder al primo che passa:
"Prendimi, son tua.
Non voglio in cambio null'altro che suggere il succo tuo, goccia di linfa, estratto d'essenza vitale".
E quello, il tuono, che tromba rumoroso prim'ancora ch'il temporale sgoccioli sugosi scrosci sinuosi, neanche ci pensa.
Nudo, mostra la sua tempra possente.
E lordo muove le flaccide carni distese.
Poi, distratto da chissà quale altra partita lontana, s'allontana, lasciando intatte le voglie dischiuse, disfatte.
Madidi gemiti rochi s'odono in cielo, in quei momenti d'intensi spasmi di voluttà negata d'imperio.
Finchè giunge, infine, a liberar la tensione che smorfia la terra, il gran cavaliere che porta la pioggia, coi rullanti zoccoli duri e l'asta indurita del giavellotto che squarcia le nubi.
Geme allora la terra.
E su di essa, l'amplesso dilaga dal cielo.

E v'è anche un piacere nascosto.
Del giovane giunco disteso che beve la pioggia, dopo il grande spavento del grande frastuono del banditore rombante ch'annuncia tempesta.
E' inesperto di fronte alla vita.
L'innocenza è pallida, tenera, lieve carezza che sfiora, tremante, il desiderio che si protende fuor dal mistero.
E' curiosità.
Impacciati movimenti imbevuti d'ignota tensione.
Correnti che scorrono impetuose dove l'occhio non può giungere a dare sollievo, nè il pensiero, nè ancor l'esperienza del corpo maturo.
E' la pura forza della natura che s'apre, senza sapere, ancora, di colpe, tradimenti, peccati.
E' l'innocenza che s'impone sul mondo macchiato dell'uomo.
Per una volta soltanto, per quella volta e mai più, potrà ancor farlo con tanto ardore sublime.
La nervosa tensione si scioglie  man mano ch'il corpo cerca, scopre, obbedisce alle voglie nascoste sotto il virgineo velo nuziale.
Il rosso manto del sogno nascosto nel cuore s'espande e bagna lo stelo del giovane giunco.
Il flessuoso corpo si flette, sovrastato dall'impeto d'ignote sensazioni impreviste.
Una sconosciuta volontà si scopre posta al centro del ventre.
Irresistibile, prend'ella il comando.
Il giunco si tende.
Tocca il cielo.
E' immenso, infinito.
Il cosmico arco d'amore unisce la bambina che donna, ormai, s'è fatta, irresistibile Diana celeste, e l'eterno flusso ancestrale della linfa che scorre di madre in figlia, dall'inizio dei tempi.
Il sempre ha preso, ormai, il posto del mai.

Ogni cosa, ora, è finalmente al suo posto.
La frutta matura.
La man che senza peccato la colse.
Guidata dalla fame insaziabile che sospinge la rotazione innocente dei mondi.
L'incolpevole flusso lunare, che tinge, a cadenza, la sua faccia, a volta, di sangue e, a volta, d'amore.
Ogni cosa, adesso, è finalmente posta al suo posto.
Così pensava, senza saperlo, il corpo del giovane giunco che, intanto, si stava specchiando, alto e diritto, nella luce che brillava negli occhi del suo fiero principe azzurro.
Ogni cosa ora, è messa finalmente al suo posto.
Pensava Charlie, che guardava, felice, ma senza capire.
Guaiva, scodinzolando la sua coda di cane randagio.
Aveva trovato i suoi amici col cuore smarrito, sperduto, perso nell'atro, vuoto, terrore.
Ma ora, finalmente, ogni cosa era stata messa al suo posto nel mondo.
Si, ogni cosa, ora, è stata messa al suo posto dalla mano del cielo.
Questo pensava, col cor sollevato, il celeste principe azzurro, aggiustandosi un pò, con la man sollevata, la lunga chioma canuta ancora discinta che, a dire il vero, pareva sempre quella d'un vecchio.
Il ciel l'ha voluto.
Il temporale.
La ghiaccia paura.
Il salto nel vuoto.
L'abisso.
Il desiderio.
Il corpo ferito.
L'amore.
Cavalier, alfin, vincitore.
E' la vita che uccide la morte.

Così, quella famiglia, resa sacra dal cielo, principiò a camminare nel mondo, lasciandosi dietro, morte, le spoglie di due umane apparenze.
Cosa faranno, ora, andandosene libere in giro, ancor non si sa.
Forse non è neanche importante.
Le avventure finiscono dove la vera vita comincia.
Il mistero sta sempre nascosto, acquattato, dietro un'immobile attesa.
E la vita, la vita, il suo mistero, non stanno spesso nascosti dietro un'immobile, insignificante, esistenza in attesa? 
E non è meraviglioso scoprir cos'è che vive nascosto dietro questo immenso mistero?
L'intervento del cielo può, a volte, finire per esser provvidenziale.
Come s'è visto, lo fu, quella volta, nella piccola, immobile, città che giace ancora laggiù.