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8 dic 2012

CANTO D'AMORE DI EDEN


EDEN


Questa città è fredda.
E' fredda la notte.
E' fredda la vita, in questa notte terribile e fredda.
E' fredda la terra, su cui sto stesa, sola, stanotte, in questa notte fredda.
Sono fredde le stelle, lontane, laggiù.
E' fredda la volta del cielo, di ghiaccio, gelida, lontana, lassù.
E' fredda la mia  mano, che l'amore mio non stringe.
E' fredda l'aria che respiro, che gela il sangue, stasera.
E' freddo il mio cuore, che diventa pesante, stasera, senza di te, amore mio lontano, volato lassù.
E freddi sono i miei occhi, Angelo, ora, che non sono più riscaldati dal caldo fuoco dei tuoi...

Angelo, arrivasti una notte, come una scintilla, a riscaldare il gelo delle tenebre, nel mio letto, da sola.
E non fui più sola, Angelo, dopo che il mio gelido giorno fu riscaldato dal calore del tuo fuoco, Angelo disceso dal cielo.
Nel mio focolare non arde più la tua fiamma, da quando sei andato via.
Poco a poco il calore che irradiò la tua presenza si è fatto freddo, in questa casa prigioniera del gelido inverno.
Invano tento di sfuggire al destino che la vita m'impose, di continuare a vivere in questa casa, dopo che passasti dal mio letto, una notte, Angelo, fredda, d'inverno.
Il mio sangue conobbe il calore del fuoco, stringendoti forte al seno, una notte, Angelo biondo venuto dal cielo.
Quando andasti, lasciandomi sola, nel letto, d'inverno, nel buio della stanza di notte, Angelo, il sangue gelò, dentro di me e il suore soffiò invano per richiamarlo al suo faticoso lavoro.
La notte si fece di pietra, Angelo, il buio, si fece denso di ombre, il cuore si fece pesante.
Ti chiamai, Angelo, t'invocai, o Angelo venuto da lontano, ti cercò la mia mano, Angelo di pietra, nel letto fattosi freddo.

Ho trascorso giorni lunghi che la colpa di esser sola, dentro di me, ha reso eterni.
Ho pianto notti senza fine, nel letto vuoto, che nessuna luna ha rischiarato.
Ho invocato la morte sopra di me, per scontare il peccato della tua presenza negata, nelle lunghe ore dell'attesa, che io dichiaro il peccato degli uomini ignari.
Ho cercato invano il tuo volto nelle immagini vane degli dei che le ingenue creature di questa terra mettono in alto, là, sugli altari.
Ho pianto nelle ore della luce resa oscura dalla tua mancanza e vegliato sui vacui fantasmi che le ore delle tenebre hanno mandato a tenermi compagnia.
Ho nutrito con la mia cura di bambina innocente la vita del tuo figlio che nel mio grembo di fiore carnoso diventa frutto maturo.
Ho tremato di fronte al peso dell'ignoto dei giorni ed a quello delle popolose notti insonni.
Ho provato il fremito della speranza, l'illusione del sogno, il gelo della disperazione.

Ora è freddo, Angelo, qui, fra le mie braccia.
E' gelo, nel mio cuore.
E' ghiaccio il mio ventre.
E' sterile la ferita di fuoco che il ghiaccio lascia, ora, sulla mia pelle immacolata, quella pelle candida che, tu Angelo, hai riscaldato per un lungo, infinito, eterno attimo di riscatto.
Ora è solo un sole spento.
Una stella morta.
Un luce che non sa più trovare vita nel buio.
Ti cerco, Angelo, tu che mi parlasti, una notte, dell'amore eterno delle creature del cielo mentre ritrovo, al tuo posto, solo la nera vana ombra che hai lasciato a tenere il  tuo posto, là, nel fondo del mio cuore, dove, ormai, l'amore scaldare non sa più.
Io ti chiamo, Angelo, ti cerco, ti invoco...
Te, ancora, vorrei, te, ancora, solo per un puro attimo d'amore...
E un simulacro di freddo marmo, Angelo, al tuo posto, ritrovo, invece, che non conosce il calore tuo del fuoco rubato agli astri del cielo...

Nei miei occhi, Angelo, ancora conduci la tua vita, dentro di me.
Io ti nutro, dentro di me.
Io divento te, ogni ora, ogni momento, ogni attimo ancora di più.
Dentro di me lasciasti il seme del tuo divino esser creatura del cielo.
Ed io, testarda figlia di questa terra gelida dell'inverno degli uomini, col mio fuoco riscaldo e nutro quel seme.
Non cadono fiocchi di neve sul mio germoglio in fiore.
Non gela la brina, su quel virgulto che giace, d'eterno, dentro il mio cuore.
Sarà figlio del dio d'Amore quel figlio che farò nascere contro ogni destino di dolore e che curerò come una madre sa fare meglio di un dio del cielo.
Sarà il figlio dell'Amore, il figlio dell'Attimo, il figlio di una parola distratta.
Sarà un figlio che non conoscerà la schiavitù del bisogno, la fame, il freddo che ora mi gela le vene.
Non conoscerà il dolore, la pena, la sofferenza.
La morte sarà per lui la naturale destinazione di un viaggio nel quale non conoscerà stanchezza, sudore, fatica.
Il mio amore lo nutrirà.
E anche quando io non sarò che altro che carne marcita nella nera terra, quella terra lo nutrirà, si farà frutto succoso, dolce tralcio di vite, fontana di nettare, fiume d'ambrosia.

Mio Angelo del cielo, questo io sono.
Dolce carne di bambina che il tempo non può trasformare in inerte polvere da consegnare nelle mani della morte.
Questo tu hai visto, senza conoscere, in una notte d'inverno che credevi fredda come il vento che correva per le pianure desolate.
Non hai compreso che il fuoco di una bambina non si può spegnere, una volta acceso.
Non hai creduto che il tempo potesse fermarsi dinanzi all'innocenza, per inchinarsi, umile servitore di un sogno che si sta facendo carne e sangue per l'eternità.
Non hai calcolato che il seme che cade in  una terra come la mia non può più conoscere le spine, i chiodi, la croce, i chiodi...
La sete, la fame, la morte si prostreranno dinanzi al figlio del mio amore e tu non ha saputo vedere un destino di gloria così alto.
Sei fuggito, sei andato, sparito nel nulla, nel vuoto, nel niente da cui eri uscito, in quella notte nera gelida d'inverno...

Nel mio letto di ghiaccio, da sola, mi rigiro disperata.
La mia carne brucia ancora.
Aspettandoti ancora.
Per raccontare a te, Angelo, questa mia storia d'amore.
Per farti mangiare ancora il frutto del mio albero.
Per offrirti il mio pomo maturo, la mia mela, la mia erba mandragola, la mia pianta dell'eterna giovinezza, il mio frutto della conoscenza.