20 mar 2013

IL GOVERNO OMBRA DELLO STATO DI CACANIA


Leonardo da Vinci - CARICATURE


Non si deve pensare che un territorio fantasma sia necessariamente  disabitato o che debba restarlo per sempre. 
E neanche che lo sia stato da sempre.

Una volta dispersi tutti gli abitanti e rimasta deserta l'area che una volta aveva conosciuto i fasti dello Stato di Cacania, si potrebbe immaginare che lì, ormai, non ci sia più alcuna forma di vita.
In verità, a ben guardare, in quella zona vasta e florida regione che una volta ebbe il nome nobile ed alto di Cacania, la vita è tornata a pullulare frenetica come era ai tempi di una volta, prima della dissoluzione dello Stato susseguente al voto parlamentare senza esito.
Si ricorderà il triste destino del paese; è stato raccontato con dovizia di particolari e fedeltà assoluta agli eventi dal cronista che aveva avuto conoscenza diretta degli accadimenti.
A dire il vero, la vita, ora, lì, ha preso forme nuove, diverse assai da quelle precedenti, anche se un occhio poco allenato potrebbe essere, di notte, tratto facilmente in inganno.
In realtà molte cose sono molto cambiate con il passare degli anni... e in effetti è passato un periodo così lungo che pare quasi duecento anni fa...
Le strade, ora, le case, i palazzi del potere, le grandi piazze, le insegne regali scolpite sui marmi degli archi trionfali  al centro degli snodi urbani più importanti ... di quelli che una volta erano stati gli snodi cittadini più affollati e trafficati, tutto è consumato, tutto, poco a poco, si è tramutato nella densa polvere della pietra erosa dal vento.
Una piana desertica, adesso, ha preso il posto di quell'area che una volta era stata rigogliosa e fertile e che una volta aveva conosciuto i segni più evidenti dell'alta civiltà di Cacania.

Molte cose sono cambiate, ora.
Lì, in quella terra che una volta aveva avuto il nome altisonante di "Stato di Cacania" la vita, le forme di vita che attualmente  è possibile trovare cercando molto bene sotto i segni del degrado e della consunzione, sono molto diverse da quello che di primo acchito ci si potrebbe attendere.
E' un popolo di fantasmi quello che ha scelto di vivere in quella landa che giace, a prima vista, nel buio, desolata.
E' possibile osservare gli strani abitanti che ora popolano quei territori, ma ciò  è possibile solo di notte.
Ci si può accorgersi dei movimenti attenti e delle abitudini riservate di quella strana popolazione solo quando se ne vanno in giro al calar della sera, anzi, ancora dopo, quando le ultime ombre lunghe e deformi finiscono di  trasformarsi nell'oleosa pece notturna.
Li si può vedere indossare abiti ed assumere portamenti come quelli di qualsiasi  altro cittadino, in una qualsiasi altra città d'uno stato contemporaneo qualsiasi.
I pantaloni e le camicie colorati, le gonne che lasciano scoperte le gambe che corrono veloci, le camicette semitrasparenti da cui traboccano forme ora prosperose ora acerbe...
Tutto, a prima vista, è come se niente fosse accaduto.
Salvo che, a ben guardare, è strano a dirsi, questa effimera popolazione di fantasmi, questa manifestazione della vita senza anima e senza materia, fa mostra di sè soltanto nelle dense oscurità della notte.
Luci e lampioni, lampade e lampadari se ne restano ostentatamente spenti, come cicatrici di profonde ferite nere, rapprese e dure.
Eppure, guardandosi intorno, proprio lì intorno, dove il buio sprofonda nell'abisso delle tenebre, le forme dei corpi si addensano urtandosi e spingendo, come uno sciame di falene impazzite che si gettano dentro ad una nera fiamma guizzante.
Eppure quelle forme immateriali e senza corpo riescono a battere il tempo, a marcare il ritmo della notte, tutte insieme e tutte in massa, tutte al passo, come un gran corpo di ballo, come un plotone d'esercito in marcia, come un immenso corteo dietro alle sue alte bandiere nere...
Vanno come pecore nere che formano un'immensa nuvola informe.
Vanno come branchi d'insetti ciechi che sciamano ronzando...

Le istituzioni di quel potere, l'organizzazione della vita, nello Stato fantasma di Cacania, assomiglia molto a quello di qualsiasi altra nazione sulla terra.
Come dappertutto nel mondo, il presidente è espressione del parlamento ben organizzato, i governatori delle diverse regioni si affacciano ai balconi dei loro palazzi austeri per vomitare i loro discorsi melensi e vuoti, come in ogni regione di ogni altro Stato del mondo.
I capitani d'industria s'incontrano con i banchieri senza scrupoli nei salotti sempre fumosi delle associazioni e dei club esclusivi che servono sempre più spesso a coprire i sordidi accordi che si stipulano nel mondo degli affari.
I contrabbandieri di armi e gli spacciatori di droghe all'ingrosso vendono le loro merci di vana gloria e felicità sintetica, come sempre, nel corso di party affollati, dove i businessman sono vestiti di grisaglie eleganti e sono  accompagnati da starlette voluttuose di prima e seconda fila. 
Solo che lì, a Cacania, i corpi non sono fatti di carne, della normale corruttibile umana materia.
Sono impuro spirito, ectoplasmi che aleggiano come il fumo di pesanti candele.
Nello Stato di Cacania è bandita ogni forma di vita diurna.
Ogni abitante fantasma è proprietario di cantine sotterranee senza illuminazione o di bunker a prova di luce.

Nello Stato di Cacania, però, è difficile organizzare la vita politica.
A differenza degli Stati più civili ed evoluti, dove le trattative tra uomini politici di diverse parti o fazioni si svolgono alla luce del sole, sotto i riflettori, davanti ai flash luminosi dei paparazzi pagati dai mezzi d'informazione, nello Stato di Cacania, gli accordi si devono concludere per forza nell'ombra più fitta.
Il buio della storia non può essere rischiarato dal faro della conoscenza.
Un innocente incontro fra due contendenti di opposte fazioni politiche, in un paese normale prenderebbe le forme di una normale tribuna politica, di un banale e vuoto dibattito elettorale.
Nello stato fantasma di Cacania, invece, ogni incontro, anche casuale e fortuito viene costantemente frainteso e trasformato in una trama o un balletto che, chissà mai per quale perchè, non può che essere rosa, un balletto rosa balletto. 
O peggio, un faccia a faccia avvenuto per caso viene immediatamente  travisato dai media deviati in un agguato compiuto nell'ombra, un attentato simulato, un complotto invisibile o un malriuscito tentativo di golpe.

Eppure, a Cacania, non può accadere niente di male.
Data la speciale natura dei corpi senza materia, un vero attentato non potrebbe mai mietere vittime innocenti, nè esistono più quei corpi di carne preda ideale e innocente dei kamikaze armati di bombe alla nitroglicerina.
Le ombre dei fantasmi, a Cacania, hanno questo privilegio assai, sono ormai impermeabili ad ogni forma di morte.
Questo però non cancella i titoli dei giornali che, a dieci o dodici colonne, sparano le loro urla accecanti per informare dell'avvenuto agguato teso nel buio al governo retto dal primo ministro e neppure la macchina del fango che viene messa in moto contro i nuovi eletti di un parlamento anch'esso composto da fantasmi privi di qualsiasi consistenza corporea.

Domani si deve formare il nuovo governo fantasma.
Sono in corso le consultazioni, nel buio delle segrete stanze s'incontrano il vecchio fantasma del presidente dello Stato di Cacania - una lucida figura di fantasma pluri-ottuagenario ormai giunto alla scadenza del suo mandato - ed i rappresentanti di tutti i partiti del mondo degli ectoplasmi che tengono congresso a Cacania.
Uno ad uno - e deve essere una vera sofferenza per il vecchio fantasma presidenziale - saliranno al colle dove è previsto l'incontro.
Uno ad uno snoccioleranno, con il linguaggio criptico delle formule astruse di una politica convulsa e segreta, le formule politiche in base alle quali sarebbero pure disposti a concedere, sussiegosi e comunque superbamente riottosi, il proprio consenso alla formazione di un  nuovo governo e il susseguente voto segreto.
Peccato però che le formule astruse di quella politica umbratile siano così effimere e vane che nessun equilibrio governativo potrà durare più di un misero istante.
Nessuno si cura degli interessi delle masse di cittadini fantasma che ogni giorno, pardon, ogni notte, vivono in disperato silenzio quelle grame vite da zombie in una terra dimenticata dal sole.

Domani sarà pubblicato il giornale che recherà le ultime funeste notizie delle trattative nell'ombra per la formazione di un governo, ombra anch'esso di se stesso, a cui parteciperanno ministri, ombra pure loro, che si vergogneranno di far parte del più misero governo fantasma che abbia mai provato a governare lo Stato di Cacania.
Il direttore del quotidiano "la notizia" è un mesto giornalista che si è formato sui più crudi fatti di cronaca nera accaduti in quello stato fantasma.
Mi ha detto che si sente rassegnato.
Ha già allineato i piombi delle notizie per annunciare il fallimento di quell'inutile tentativo che, seppure riuscisse a durare più di qualche ora, resterebbe l'inane prova di governo di un popolo di ombre senza alcuna consistenza.
Sembrava piangesse, mentre al telefono mi annunciava le sue conclusioni.
Io, dagli schermi televisivi non posso trasmettere.
Nel buio i tubi catodici devono restare rigorosamente spenti per non creare disturbi nel regno delle ombre smateriali che abitano in questa landa desolata.
Da qui, di lontano guardiamo il re dello stato confinante, sontuosamente vestito di bianco che si affaccia alla finestra per salutare il suo popolo festoso che lo acclama come un santo salvatore.
L'invidia non abita nelle anime delle ombre.
Perchè le ombre, in realtà, un'anima nemmeno ce l'hanno.

17 mar 2013

CARO FRADELLO - Solfeggio n. 4

da: http://www.iltaccoditalia.info/


Questa è solo una parte della mia storia, quella che viene da mio padre... qualche altra volta, se ne avrò modo, racconterò quella che viene da mia madre...

Caro fradello...
Cominciavano sempre così le lettere di “zio Peppino” al fratello. 
Parlo di zio Giuseppe, zio Peppino, il fratello di mio padre che tanti anni fa, chissà, forse alla fine degli anni sessanta, o era già nei settanta, non lo so, non mi ricordo, comunque era tanti anni fa, emigrò dal suo paese, nel profondo sud, un paesello nella provincia di Lecce, San Donato, si chiama... 
Da lì era partito, per salire fino al profondo nord, fino alla città di Torino... 
Là era la città della fabbrica, la città della Fiat. 
Era così, allora.
Era così già allora...

Prima di lui anche zio Carmine era salito al profondo nord.
Un altro fratello.
Questo era il fratello maggiore, il più grande.
Se n'era andato via anche lui, come l'altro, come anche mio padre, se n'erano andai via tutti con la valigia piena, carica di sogni e piena di speranze...
Qualcuno di loro nella valigia si portava anche la famiglia...
Zio Peppino e  zio Carmine ... tutti e due emigrati nella stessa città e... nella stessa fabbrica.
Li ho sentiti raccontare, qualche volta, tanti anni fa, nelle sere d'estate d'allora, quando noi scendevamo al paese, noi, la famiglia di mio padre, emigrato a Napoli e poi rintanato a Benevento, partito con la valigia, anche la sua una valigia piena di sogni e carica di nostalgia...
Li ho sentiti raccontare la loro vita, la vita in fabbrica, la vita in città.
La vita, per loro, era in città, non in paese...

Cosa raccontavano precisamente?
Cosa provavano davvero?
Io sinceramente non mi ricordo più le parole esatte, ma ricordo bene le loro voci, che sembravano morire sulle labbra, che lasciavano le gole secche come le terre rosse dei campi distesi al sole, che dovevano essere continuamente bagnate dal buon vino rosso d'uva piccolina... 
Io li stavo a sentire ma non riuscivo a capire bene cosa dicevano... un pò era colpa del dialetto stretto stretto, un poco era l'età, la mia, intendo, ancora troppo acerba...
Quando invece... sono entrato nell'età per capire ... per loro ormai s'era fatto tardi. 
Ma mi ricordo bene il senso dei discorsi che facevano.
Ormai se n'erano ritornati giù al paese, ormai erano delusi e stanchi, si, delusi e stanchi.

Zio Peppino era stato assunto a Torino ma poi s'era fatto trasferire a un'altra fabbrica, a Brindisi, o forse Taranto, non me lo ricordo più tanto bene, era l’ILVA, o forse la FINSIDER... se ne parla ancora, ogni tanto le sento nominare ancora in televisione. 
Poi, più tardi, zio Peppino era stato pensionato.
Zio Carmine, anche lui, era andato anche lui a Torino, anche lui alla FIAT...
Ma poi lui se n'era ritornato direttamente a San Donato, per godersi la pensione ... ma poi la lunga malattia ... e infine la nuda terra d'origine...
La vita in fabbrica di cui parlavano, nelle sere calde d'estate, giù al paese, quando non li capivo neppure bene... ecco, la vita in fabbrica doveva essere più o meno questa qui ...ritmi, follie frenesia...


O forse era quest'altra, elettricità, turni e alienazione...



Molti, allora, la cantavano pure quella vita.... mi ricordo uno che la cantava così...



Un ingranaggio.

Un ingranaggio così assurdo e complicato
così perfetto e travolgente.
Un ingranaggio fatto di ruote misteriose
così spietato e massacrante.
Un ingranaggio come un mostro sempre in moto
che macina le cose, che macina la gente
sì, sì anch’io!
Sì, anch’io…

….

Gaber parlava dell’ingranaggio...
Che cos'è mai, poi... un ingranaggio?
Mi sembra ovvio, l'ingranaggio è la ruota dentata, il meccanismo il moto, il movimento, la macchina, la fabbrica, il lavoro dell'uomo... 
L'ingranaggio è ... la forza sovrumana del braccio meccanico, la mano articolata che stringe forte e spinge e spinge e spinge ancora e  che solleva... la mano che non conosce stanchezza ... il braccio che non ha bisogno di pause... si, insomma, il super-eroe, il lavoratore super-uomo. 
L'ingranaggio è la più piccola parte del tutto che si eleva alla massima potenza! E' la più alta concentrazione della forza, è l'uomo che si eleva al di là della sua dimensione temporale, è... è l’industria-meccanica tutta quanta, è l’intero apparato tecnico-scientifico...
Si, l’ingranaggio, in realtà è un'immensa metafora, un mistero cosmico...
Si, l'ingranaggio è la metafora di un grande mistero.

L'ingranaggio, in questa metafora, è una scintilla, la scintilla che fa scoppiare la bomba più potente. E la bomba più potente è la bomba umana, quella che scoppia quando s'innesca la  scintilla, quando l'ingranaggio si mette in moto...
La scintilla, si, l'ingranaggio, insomma, è una spoletta, un innesco. L’ingranaggio, quando si mette in movimento produce effetti imprevedibili. Ogni esplosione produce effetti imprevedibili...
E' l'inimmaginabile, l'imprevedibile forza che si sprigiona quando la bomba esplode, la bomba più potente, la bomba umana...
Dice Gaber: l’ingranaggio è perfetto, travolgente, spietato e massacrante. 
Giusto. 
E infatti l’ingranaggio è un mostro sempre in moto, che macina le cose ... che macina anche la gente...

L’ingranaggio è una ruota dentata, un'affilata putrella, una talpa meccanica, un bilanciere ben equilibrato, una corona che s'innesta allo scappamento d’un orologio che batte eterno  l'infinito tic-tac del tempo...
L'ingranaggio è l'unità elementare che innesca la potenza universale dell'eterno movimento....
L'ingranaggio è l'individuo, perfetto e travolgente, spietato e massacrante...
L'ingranaggio e l'individuo ben inserito in società. E’ l'operaio, l'emigrante, il povero cristo che lavora dall'alba fino al tramonto, che brucia nel calore dell’officina ardente ed infuocata... E' il dio Vulcano, che batte il suo martello, il dio del fuoco, degli ingranaggi, delle fabbriche, che comanda alla materia... 



L'ingranaggio è un pescatore, un aviatore, un astronauta... 



Il pescatore. L’aviatore. L’astronauta. Gli elementi, l'acqua, l'aria, il fuoco...
La potenza che fabbrica i miracoli è anche la potenza che cannibale e affamata ...




Gli elementi.
L'acqua, l'aria, il fuoco ... e poi la terra...
Zio Peppino e di zio Carmine se n'erano scappati dalla rossa terra aspra che chiede mille sforzi per esser coltivata ... 
Erano partiti ... erano più o meno gli anni 70 ... sono tornati una ventina d'anni dopo... 
Qualche figlio loro era rimasto lassù, in città, a Torino, per sempre sù al nord... nelle lettere a mio padre si parlava anche di loro ... 
Caro fradello, ti racconto… 
Cominciavano tutte così.
E chissà cos'altro raccontavano... forse dei giorni che passavano, dei sogni che andavano e venivano, come i sogni di tutti gli emigranti ... delle fatiche dure e delle mani che alla sera facevano tanto male, e delle lunghe sere e dei figli, a casa, che crescevano sempre troppo in fretta, e i sacrifici, i sacrifici sempre troppo duri, la dolcezza degli amori e le tristezze delle madri... e i soldi, sempre troppo pochi, che correvano via veloci, sempre più veloci della crisi, sempre in agguato, la vigliacca, sempre lentissima ad andar via... e con la crisi, gli straordinari che svaniscono, il lavoro che scompare, la cassa integrazione e i sacrifici... i sacrifici... sempre più ardui e duri... che vigliacca questa crisi, guarda come tende i suoi vili agguati ...
Ma forse chissà, in quelle lettere forse si parlava anche delle speranze enormi del domani, delle mille idee colorate, del desiderio di un mondo più bello e giusto e forse degli scioperi e  delle lotte, del sole che sorgeva e dei tramonti lenti, dietro quella triste nebbia nebbia, là, sù al nord ...





Ma da qui si prende un'altra strada...
Qui comincia un'altra storia.
Da qui si potrebbe incominciare a raccontare un'altra  parte della mia storia, un'altra storia, un altro racconto, ma pur sempre la mia storia, il racconto della mia storia che viene da mia madre...

13 mar 2013

FIABA DEL SOLDATO

CROCE SU UN MURO DI LONDRA photo by pierperrone


In alto, là sulla croce, il fremito del corpo non fu molto evidente.
Era buio e il freddo della sera primaverile si era fatto più intenso dopo che il sole era sceso a nascondersi nelle viscere della terra.
Neanche il soldato di guardia, ormai, alzava più gli occhi verso quel legno appeso sopra la cima del monte.
Aveva rinfoderato la spada.
La lancia, ancora sporca del sangue fatto sprizzare dal costato con un colpo vigliacco, stava piantata nella terra dura come un cimelio, o come un segnale di morte. Lì accanto, il cimiero con la spazzola rossastra, sembrava, nell'oscurità, un mostruoso trofeo di guerra.
E invece era vuoto, vuoto come è vuota ogni vittoria conseguita in ogni battaglia.
Al primo entusiasmo, che fiotta ad ogni colpo mortale di spada come un orgasmo intrattenibile, segue la spossatezza del vuoto e poi la disperazione, come se uccidere un nemico non fosse altro che uccidere se stessi, tante volte quante sono le vittorie negli scontri sul campo di morte.
Una morte che non ha mai fine.
Una morte che non vuol dire riposo eterno.
Una morte lunga come la più dolorosa delle torture.

Il soldato teneva il bicchiere stretto fra le mani.
La mistura che mandava giù nella gola bruciava, ma non riusciva a dargli l'ebbrezza che cercava, nè l'oblìo che agognava.
Il corpo appeso ai chiodi infilati a colpi di sassi nel duro legno si era afflosciato di lato, come un sacco gonfio che non si tiene in equilibrio.
Le braccia restavano rigide e lunghe, distese, come rami storti e secchi.
Le ferite dei chiodi, alle mani, si erano allargate, facendo diventare le piaghe come grandi occhi ciechi.
I piedi, incrociati uno sopra l'altro, erano stati schiacciati dai colpi che avevano incassato il lungo chiodo centrale fino in fondo al tronco, dallo squarcio della ferita era zampillato un sangue rosso leggero e liquido che subito si era mischiato con la polvere grassa, per terra, e la terra, avida, subito aveva bevuto quel nettare, l'aveva inghiottito come fosse affamata da sempre.
Il soldato addentò la forma rotonda di pane schiacciato con la stessa fame con cui la terra si era saziata, vorace, di quell'impasto impuro di uomo e di morte.
Il bolo, nella gola del soldato si era indurito quando aveva sentito, nel buio, il gemito del corpo straziato appeso in cima alla croce.

Un'ombra era passata, là, sulla cima del monte, in quella lunga sera di morte.
Un'ombra che il soldato non era riuscito a vedere.
Forse il vento l'aveva spinta fino a quell'altezza , in quella sera di freddo servizio di guardia.
Fare la guardia al corpo di un morto, per un fiero soldato, era la pena più grande.
Nessun morto può sfuggire al suo destino, pensava il soldato mentre aspettava che le ore del turno finissero il loro giro di ronda.
Nessun corpo è mai sceso giù dalla croce dopo la fine della lunga agonia.
Il vento era freddo, come una triste angoscia che striscia nel buio.
I brividi scossero il soldato nella sua corta tenuta da battaglia leggera.
Lo scudo appoggiato ai piedi del legno infisso per terra ri rovesciò di lato, come spinto da un demone vile che si nascondeva nel buio.
Il corpo, là, sulla croce, fremette, come se un brivido l'avesse percorso, una corrente, un lampo, un sussulto.

Un lampo saettò dal nero del cielo.
Un attimo che accecò il buio della notte.
Negli occhi del milite comparvero gli spiriti di mille fantasmi.
Le nuvole nere perdute nel nero del cielo furono squarciate dal tuono, possente come la possente voce di un dio.
Sarebbe fuggito a gambe levate se non fosse stato un soldato già sfuggito ai mille agguati di mille battaglie.
L'agguato più vile era sempre quella della paura.
Di notte, la guardia ad un morto; non era questa la gloria che chiedeva un soldato al suo generale.
Il bottino non poteva essere quello di un giovane corpo straziato o le lacrime amare di una giovane madre inginocchio.
E neppure il pianto di un'amante lasciata a perire nello strazio di un amore perduto.
Un soldato non fugge dinanzi al nemico.

Nel buio della notte il corpo lento si mosse, là, sulla croce.
Ondeggiò un poco, sospinto dal vento.
La lunga chioma unta di sangue, di sputi e di sangue fu scossa, tremò.
Il lembo del panno che era stato appoggiato sul volto afflitto del morto fu sollevato dal soffio del vento leggero che giunse dalle profondità del corpo ghermito dai mostri notturni.
Un tanfo si sparse d'intorno, come se fossero state aperte le porte dell'Ade e ne fossero state vomitate le putrefatte anime dei morti.
Il soldato si spinse forte le mani sugli occhi e poi sul naso.
Un rumore lontano si passi lo rapì per un istante, distogliendolo dai pensieri d'angoscia che gli vagavano in testa.
Un'idea precisa, un nemico, un agguato, sembrava riportare al soldato il sangue alle mani, le mani alla spada, la spada alla gloria.

In un attimo il soldato fu rovesciato per terra.
A terra crollò il lungo legno a cui era appeso il corpo del giovane morto.
Un terremoto agitò la cima del monte.
Nella pianura lontana le case di misero fango si disfecero travolgendo gli abitanti ancora presi dal sonno.
Le bestie muggirono e belarono e abbaiarono disperatamente al buio che portava il vibrante odore di morte.
Una lunga fenditura si aprì, come una ferita profonda, nelle carni della terra, là, ai piedi del monte.
Fu ingoiato il corso del fiume.
Il tempio, lontano, fu abbattuto da uno scossone più forte.
Il soldato imprecò.
La bestemmia si levò forte ma si perse nel disordine che regnava sovrano, ormai, là, in quella terra lontana.
Dalle finestre lontane del cielo, soddisfatto, sorrise il dio crudele dei terremoti.

6 mar 2013

FIABA DELLE DUE CITTA'

Napoli - Incendio Città della scienza - Il Mattino. 5/3/2013



In questa città non succede mai niente.
Questa è la città dei morti.
Qui regnano pace eterna e silenzio.
Qui nessun vento scuote le cime degli alberi.
Tutto se ne resta calmo, inerte, immobile ...
Poichè, qui, non può succedere più nulla.

E' nelle città dei vivi che succede sempre qualcosa.
Non in questa città, che è la città dei morti.
Nelle città dei vivi regnano incertezza perenne e sofferenza.
Là, il vento spezza i rami, scuote le chiome e impaura il cielo.
Tutte le cose, lì, sono in continuo movimento e instabilità.
Poichè, lì, niente potrà mai essere certo.

Io abito in questa città dei morti.
Qui, cadono le facciate dei palazzi signorili.
E, qui, di notte, vengono dal mare i mostri a mettere a ferro e fuoco i luoghi dove si costruisce il futuro.
Qui, nella città dei morti, il silenzio cannibale divora le anime di quelli che furono vivi.
Qui, il clamore delle folle è un rombo di cannoni che si lascia dietro solo una scia di sangue e corpi dilaniati.
Questa è la città dei morti e qui non succede mai niente.

Nelle città dei vivi si lotta e si combatte.
Nelle città dei vivi ci si ama e ci si odia, ma comunque ci si deve tenere stretti.
Nelle città dei vivi si nasce e si muore.
Lì il sangue a volte ribolle e si commettono terribili errori.
Lì, scorrono la vita e la storia, lì, nelle città dei vivi.
Lì si sbaglia e si paga, si cade e ci si rialza, se se ne trova la forza.

No, non qui, non nella città dei morti.
Qui i muri sono eternamente candidi come pallidi sudari.
Qui i fiori durano per sempre e sono freddi come pietre che si portano appese al collo.
Qui la notte non avrà mai fine e nessuno userà mai la luce per dipingere il giorno.
Qui, nella città dei morti, l'ordine infinito ha sconfitto per sempre il caos della creazione.
E' qui, nella città dei morti, che tutto ciò che accade si tramuta in oblìo senza fine.

Nelle città dei vivi si piange per la morte.
Nella città dei vivi ci si spinge, dannati, nella calca, per vedere sorgere ogni nuovo domani.
Lì, è lì, nelle città dei vivi, che il sole sorge alto, ogni mattina e segna il cammino.
E lì, è ancora lì, nelle città dei vivi, che, per morire, ogni sera, il sole, felice riempie di baci la luna.
E' lì, lì, nelle città dei vivi che la vita s'affida alle stelle per sconfiggere il buio.
E' lì che, vivi, anche noi siamo stati, un giorno. Abitanti delle città dei vivi.

2 mar 2013

FIABA DELLA PRIMAVERA


William-Adolphe Bouguereau - Brezza di primavera, 1895

Sfioro la tua pelle.
Il volto tuo tiepido, d'un leggero rossore s'emoziona.
Le mie dita tremano sul levigato seno tuo.
Pallida bimba.
M'offri il tuo primo bacio d'amore.
Una lieve ferita si disegna all'angolo della delicata tua boccuccia.
Acerba innocenza.
Purezza dell'acqua di fonte.
Casto volo della prima garrula rondine.
Nervoso sorriso di bimba.
Stupore che scopre il sapore del mondo nudo sotto il nero manto d'inverno.
I tuoi petali sono freschi.
Fragranza di tutte le essenze dei fiori.
Con la lingua accarezzi, casta, dietro i candidi dentini di bimba, lo stelo perduto d'un frastornato filo d'erba di campo.
Il vezzoso ornamento delle tue ciliegine non ha mai preso il calore del sole.
I tuoi occhi si sono fatti di cielo.
L'azzurro profondo del giorno morente scolora nel giallo mentre si alza il desiderio della sera che scende.
T'ho guardata.
Andavo e m'ha preso la mano.
M'ha catturato il tuo sguardo viola del cielo che scolora di sera.
Or donna ti sei fatta.
Dei color della passione s'è presa la notte.
Un bagliore diafano t'illumina le gote.
Uno spirito intorno t'aleggia leggero.
Il tuo abbraccio mi prende.
Il tuo odore denso m'avvolge.
E' odore di donna matura.
Le stelle intorno s'affollano, nascoste dietro un sipario calato.
Sento il respiro tuo, il tuo soffio mi scompiglia i capelli, un brivido acuto mi scuote.
Mi prendi mentre sono ancora per strada.
Le scie dei motori mi ronzano intorno.
O è l'emozione che non riesco più a sostenere?

La tua pelle.
Ho la tua pelle sotto le labbra.
Sento il sapore del tuo seno di pesca matura.
Oggi sei ancora una bambina immatura.
Una pesca aspra e inesperta.
Aggrappata al tuo albero tieni stretta il ventre succoso.
Non conosci ancora l'amore aperto del sole. La sua calda carezza, il sudore che scorre, scende... s'insinua confuso ai succhi densi d'amore.
E' desiderio di porpora, rubino di fuoco, smagliante supremo sguardo di donna.
L'ultimo bagliore d'inverno sfuma nel bocciolo che timido s'offre alla mia bocca.
Il primo tepore accarezza la gemma che s'è indurita appena sul ramo.
Nel cielo treman le stelle ancora lontane. Si godon lo spettacolo eterno dell'amore senza pudore, l'eterno ciclo di vita.
Un misterioso richiamo unisce Bellezza e Piacere.
Il desìo d'una rosa carnale che attende impaziente il suo sole ancora lontano.
Il languido inverno sospira ora e poi muore. E' la prima carezza di primavera, stasera.
La chimica della natura esplode in  mille bagliori di gioia.
Bevo latte e miele dalle tue coppe verdi di vergine.
D'amor nettare che inebria, aria che sazia, voluttà che scorre giù nella gola profonda, più giù, fino al centro più profondo del cuore.
Ombre pudìche nascondon le carezze di due canarini che gorgheggiano assorti sopra un ramo che trema.
Il loro canto inebriante inonda d'amore il mondo che, sordo, cieco, intorno, se ne resta. 
Gli amanti gorgheggian felicemente legati.
Il velo di Venere or cade, in questa prima sera di primavera.
La perfezione si bagna languida nel fiume ch'è turgido d'invernali correnti.
Un giovanetto s'è assiso ad ammirare lo sboccio dei sensi divini sulle gorgoglianti rive di ruggente piacere.
E' il dio dell'amore.
Le dita sono antenne che attendono l'onda che farà vibrare la sua corda armoniosa.
La dea si volta offrendosi morbida.
Si stende e s'offre piena di grazia.
Il giovane s'accosta.
Ha una freccia al suo arco teso.
Un abbraccio si rotola spensierato nel verde dell'erba che ride felice.
Il corpo del giovane scompare tra le braccia della dea in amore.
L'amore s'è fatto primavera.
Il suo seme s'è sparso qui sulla terra.