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4 ago 2013

MARCIA SULLO STATO DI CACANIA

Sacco di Roma ad opera dei Visigoti - JN Sylvestre, 1890


Cacania, 4 agosto 2013. Ore 20.09

Caro figlio mio,
devi sapere cosa succede, devo tenerti informato.
Oggi c'è stata la marcia su Cacania.
E anche il capo ha parlato.
Sopra un palco.
Sotto il suo palazzo principesco.
Di fronte al palazzo del duce, anzi di fianco, che gli faceva ombra.
Ma forse gli faceva ombra di più il balcone dove si affacciava il duce.
Erano altri discorsi, quelli.
Altre adunate.
Altre marce.
Altre folle oceaniche.
Dichiarazioni di guerra!
Erano show che mettevano paura.
Un intero popolo che si prosternava sotto al balcone.
Inni e urla che si alzavano come a voler toccare il cielo.
E poi abbiamo visto cosa hanno portato quei discorsi.
Guerra, miseria, dolore, disperazione e povertà.
Ma quelli erano altri tempi.
Altri discorsi.
Un altro duce.
Uno vero.
Non uno di cartapesta, una marionetta da film.
Anzi da fiction televisiva.

Oggi c'è stata la marcia su Cacania.
Un pò rumorosa, con i megafoni e gli altoparlanti.
Tante bandiere.
Più bandiere, forse, che portabandiere.
Una folla acclamante, si.
Ma erano tutti sudati.
In abiti da domenica pomeriggio.
Sicuramente invidiosi di quelli che se n'erano potuti restare al fresco, su qualche spiaggia, da qualche parte.
Che oggi la canicola era davvero cocente.
Erano comunque in troppi.
No, figlio mio, lo dico nel senso che, poveretti, io provo per loro sentimenti di vicinanza.
Capisco che ora il loro capo è ferito.
Che la macchina della giustizia, impietosa, ha cominciato il suo terribile corso.
Mi rendo conto che lui, il povero capo, come un cane bastonato, e loro, come un gregge, accompagnato da quel cane da pastore, si sentiranno spaesati.
Non sapranno neanche più ritrovare la strada di casa.

Qui, faccio uno stacco.
La casa, figlio mio, sta per una metafora.
Voglio dirti che si staranno rendendo conto che sta crollando il loro bel castello di carte.
Eh, si.
Tolta la base su cui tutti il sistema si reggeva, non sarà mica facile ricostruirne uno da capo.
Lui, il capo, è incappato in uno di quegli incidenti di percorso, chiamiamolo così, davvero gravi.
Si, si è scontrato contro il muro delle regole.
Credeva di farla franca.
Ha potuto evitarlo per tanti anni,
S'è creato un mondo di favole a cui hanno creduto per tutto quel tempo gli abitanti di questo povero paese.
Ma, al dunque, anche Cacania ha le sue dure regole di ferro.
Catene che stringono fino a far male.
Ed hanno denti che mordono.
Hai voglia a dire che tutto questo non è vero.
Che cerchi una scappatoia.
Una via d'uscita.
Un lasciapassare.
Cacania resta uno Stato che si basa su leggi scritte che, anche se nessuno lo vuole, alla fine i più deboli sono costretti a restarvi soggetti.
E lui, si proprio lui, ormai, è uno dei più deboli.
Solo chi è capace di fermare la storia, di deviarne il corso davvero, di scriverne pagine maiuscole, può davvero aspirare ad ottenere un lasciapassare dai gendarmi di questo paese.
Ma lui.
Lui!
Che pagina di storia ha mai scritto, per questo paese?
Di cosa Cacania, domani, potrà ricordarsi, pensando alla sua opera?
In nome di chi e di che cosa osa pensare di poter condizionare le autorità a rilasciargli un lasciapassare? 
Le dure leggi di uno Stato hanno bisogno di mani robuste per esser forzate, di fabbri seduti sugli scranni con pesanti martelli, pronti  a spezzare le ferree catene che la legge impone ai suoi prigionieri.
Ma qui, figlio mio, a Cacania, di fabbri, rudi uomini avvezzi alle violente vampe delle fuliginose officine, di operai della fornace, non ce ne sono rimasti ormai più.
In parlamento siedono signorine con le unghie smaltate.
Signorini con i pantaloni ben rifilati.
E poi alcuni servitori d'un padrone ormai decaduto.
Ma nessuno di loro saprebbe esporre il suo petto dinanzi al fucile.
Nessuno saprebbe impugnare il pugnale per affondarlo davvero nella schiena in una congiura.
Ormai, quelli preferiscono la congiura del voto.
Il tradimento dentro l'urna del voto segreto.
Il colpo di mano dell'emendamento contrabbandato di notte, all'insaputa di tutti.
E, non sia mai vengono per caso scoperti!
Subito, sono pronti, lì, a giustificarsi dinazi ai giornalisti col microfono puntato come un fucile.
E poi c'è il grande vegliardo.
Quello che li tiene tutti stretti nel pugno.
Lui li ricatta.
Moralmente, certo, si sa.
Se lui, il vecchi presidente, decidesse d'andarsene, cosa mai ne sarebbe di loro?
Strano, eh, questo paese?
Ma è Cacania.
Senno sarebbe uno stato qualunque.

Ma, caro figlio mio, non ci possiamo fidare.
Un colpo di mano ce l'hanno promesso e potrebbe all'improvviso anche arrivare.
Magari un colpetto.
Una guerricciola civile.
Ma un vero golpe direi che non c'è in giro, non si sente nell'aria.
Tutti i colonnelli, ad agosto hanno preso le ferie.
Le spiagge sono tutte affollate.
Il caldo uccide più delle baionette sguainate per strada.
E moiono in tanti anche quelli che non sanno nuotare.
Ma, oggi, in piazza, nessuno mostrava i moschetti.
A nessuno, per me, interessava davvero il destino del capo.
Più probabilmente partiranno domani per le ferie agognate.
Lentamente passerà questa canicola agostana.
E al ritorno, poi, a settembre, allora, davvero si vedrà cosa mai accadrà.
Rischia davvero di cadere il governo.
Resteremo, caro figlio lontano, senza un presidente del consiglio ed i suoi valenti ministri.
Ma per allora tu sarai già ritornato.
Vedremo insieme cosa fare, decideremo un piano d'azione.

Ci saranno elezioni.
Si voterà.
Ma forse dopodomani.
Adesso, a lui, al capobastone, neanche conviene davvero.
E se perdesse le elezioni davvero?
Ha ancora tanti processi, appelli, sentenze e condanne davanti.
Una tribuna come quella di oggi non la potrà facilmente riconquistare.
A meno che il popolo non dia segni di demenza profonda.
No, per lui, il rischio è davvero troppo elevato.
Meglio congelare le cose così.
Gli resta la piccola piazza e l'affettuosa folla di paggi paganti.
La tribuna delle televisioni e dei giornalisti adoranti.
Come fa vedere lui giornali e pubblicità nessuna opposizione mai riuscirà a migliorare.
Neanche quel grillo parlante che urla nelle piazze affollate davvero.
Ma forse, poi, lì, le piazze del grillo, sono solo piazze teatrali.
Spettacoli itineranti.
Comizi deliranti con vaffanculi liberatori.
Poi, dopo, la politica politicante può ritornare ad annoiarsi come ha fatto in questi centocinquantanni di storia cacania.
Non servono a molto, ormai, questi padreterni rotolati giù dagli altari.
la gente, ormai, ha mangiato la foglia.
Un pò di direttive ce le dà il governo centrale d'Europa.
Il resto ormai sappiamo farlo anche da soli.
A che ci serve un governo di marionette burattini e pupazzi?

Figlio mio, per oggi ho finito.
Spero che tu, là, in quella lontana isola sperduta nel mare riesca a rilassarti un poco in questi giorni che, qui, invece, si sono fatti pesanti.
Potremmo sempre aver bisogno delle tue energie per dare una sterzata a qeusto paese.
In fondo il futuro è più tuo che mio, ormai.
Devi prendertelo e non accontentarti troppo di quello che si costruisce a Cacania.
Adesso però ti saluto.
Se ci sono novità te le farò comunque sapere.
Un abbraccio.
Tuo padre.

3 ago 2013

ANNO DEL SIGNORE 2013: A CACANIA LA GUERRA CIVILE

Rembrandt - IL GIURAMENTO DEI BATAVI


Cacania, 3 agosto 2013. 
Ore 16.43

Posso ancora scriverti, figlio mio.
Non hanno ancora sospeso la posta.
Ne approfitto per darti le ultime novità.
E' importante.
Urgente.
Hanno dichiarato davanti alle telecamere che c'è il rischio di guerra civile.
Lo ha dichiarato il portavoce del capo.
Al capo hanno già tolto il passaporto.
Ora ce l'ha la polizia politica.
Lui è ancora libero.
Ma domani non si sa.
Qualcuno dice che si deve aspettare fino ad ottobre.
Qualcun altro urla che già da domani potrebbe essere espulso dal parlamento.
I fedelissimi del capo, dopo la condanna, questo te l'ho scritto ieri sera, si sono riuniti ed hanno deciso si pretendere dal presidente della repubblica la grazia contro la condanna del capo.
Così la legge si va a farsi fottere per sempre.
Ma questo è un mio giudizio politico.
A te devo solo raccontare i fatti.

Hanno dichiarato che c'è rischio di guerra civile.
C'è forse da aver paura.
Non vedo ancora molta agitazione per le strade.
Forse il caldo asfissiante d'agosto.
Stamattina sono andato alla casa al mare.
Avevamo da fare un servizio (questo fine settimana non lo trascorriamo laggiù)..
L'aria della gente non sembrava molto preoccupata.
Non sembrava ci fosse niente di diverso dal solito.
Ma c'era poco traffico sull'autostrada, molto meno del previsto, per questo giorno di partenze per le vacanze.
Ecco.
Ecco già il primo segno.
Anche se nessuno ancora lo dà a vedere davvero, ecco, sono già in molti a rinviare le aprtenze.
Avranno preferito rimanere a casa e restare a guardare.
Meglio stare all'erta, vigili, di sentinella.
Dietro le finestre.
Sull'uscio.
Con le orecchiu dietro la porta.
Sentiremo quando scoppia la guerra civile.

Si, ti terrò informato.
Appena sento la guerra che scoppia ti scrivo subito.
Potrebbe essere l'ultimo messaggio prima della fine.
Non so se mi verranno a prendere.
Io non ho mai fatto nulla di male, la nostra famiglia è una famiglia normale, una come tante altre di questo paese.
Ma, si sa, la guerra civile fa morti proprio tra gli innocenti.
Le repressioni.
I traditori.
Le delazioni, le purghe e le fucilazioni.
Chissà chi farà il caposcala nel nostro aplazzo.
Spero proprio che non sia proprio quel Maurizio che sai.
Di lui non ci possiamo fidare.
E neanche di quell'altro, il Paolino, quello che fa l'ingegnere.
Ma forse no, è ancora presto per questo.
Comunque, non temere.
Io ti terrò informato fino all'ultimo momento.

La guerra civile la faranno sparando per strada.
I rappresentanti che ieri hanno rimesso le loro carichi di governo e parlamentari nelle mani del capo saranno i generali delle nuove truppe civili.
Adesso staranno già dissotterrando le casse di munizioni.
Là, sulle montagne del nord.
O nei container bollenti sotto al sole cocente, nei porti su cui si rinfrangono le onde del mare.
Chissà quanti ormai saranno stati già armati dai generali inferociti.
Fucili, bombe a mano, pistole, caricatori di pallottole e mitrgliatori.
Fucili di precisione per i cecchini.
Oddìo.
Ieri sera ho sentito dei rumori sul tetto.
Chissà che non abbia già preso, qualcuno, posizione proprio quassù.
Ci saranno molti morti?
E i prigionieri politici, passeranno a prenderli con i furgoni blindati.
Li porteranno allo stadio.
Li faranno bruciare sotto la calura di questo dannato mese d'agosto.
Lo stadio: ma ieri hanno dato solo sei mesi a quello che si vendeva le partite, mentre la squadra degli azzurri, qui, non è stata penalizzata.
Come giocheranno, se il campo diventa un'immensa prigione?

E che mangeremo, se chiudono i supermercati e mancano gli approvvigionamenti di derrate alimentari'?

O forse, non tutti avranno tradito.



Chissà se quelli che urlano "Arriva la guerra civile" sanno a cosa stanno esponendo la popolazione.
Me li immagino.
Già coi coltelli stretti fra i denti.
La pistola nel cinturone della mimetica d'assalto.
Fino a ieri mangiavano alla mensa del capo.
Stoviglie di cristallo, posate d'argento, ville di lusso, cene eleganti.
Chissà come dovrà costargli caro lasciare queto lusso per darsi alla guerra civile.
Certo, loro faranno gli attendenti del capo.
Saranno altri quelli che dovranno crepare.
La manovalanza potranno reclutarla fra gli ultrà delle squadre di calcio.
O tra i manovali dello spaccio di periferia.
Chissà la grande mafia se si schiererà compatta con loro?
E il nostro esercito, cosa farà?
Spareranno i nostri ragazzi sulle truppe civili all'assalto furioso?
Vedremo il fuoco dei fucili ferire i dorati palazzi Cacaniani che dormono il loro eterno sonno sotto al sole d'estate?
Morti fra la popolazione civile?
Morti fra le forze dell'ordine?
L'ordine si tramuterà in caos assordante.
E l'esercito.
L'esercito, con chi si schiererà?

I generali non si sono ancora fatti sentire.
Oggi pomeriggio la calura è davvero opprimente.
Forse staranno svolgendo segreti briefing in qualche lontana caserma.
Staranno dando istruzioni alle truppe scelte per proteggere l'intera città.
E se, invece, avranno tradito?
Qualcuno resterà fedele alla patria sicuramente.
Certamente i carabinieri resteranno a difendere la sicurezza dei cittadini stravolti.
Ma alle volte anche i fedeli carabinieri hanno sbagliato la mira.
Potremmo andarci di mezzo anche noi.
La  marina e l'aeronautica staranno già facendo i conti delle perdite che dovremo contare.
Loro hanno armamenti speciali.
Navi pesanti.
Aerei sicuri.
Saranno i più fortunati.
Potranno combattere sul mare o nel cielo, protetti dalle lunghe distanze.
Mentre noi, quaggiù, saremo bersagliati dalle nuove forze civili.
Staranno mettendo i cannoni sulle cime dei colli.
A Cacania è pericoloso perchè la città e circondata dai colli.
Potranno bombardarci da tutte le parti.

Chissà che darà l'ordine di sparare il primo colpo sulla popolazione muta e spaventata.
chi sarà il coraggioso che si fregerà della prima tacca sul manico della sua pistola.
Forse proprio quello che oggi ha urlato "attenti, sta per scoppiare la guerra civile".
E' un uomo feroce.
Ha ringhiato fra i denti "Non mi faranno tacere neanche i comunicati del presidente della repubblica".
Che intanto gli aveva fatto notare che parlare di guerra civile è copsa da irresponsabili.
"Me ne frego!" quello, col cuore duro di pietra, ha urlato, in silenzio, dentro di sè.
Si sa.
Lui è un vero uomo d'azione.
Come tutti quelli che hanno scelto di stare col capo.
Noi.
Noi siamo i codardi.
Vedremo, caro figlio mio, se siamo davvero codardi.
Ci attrezzeremo.
Organizzeremo anche noi la nostra resistenza. Fino all'ultimo sangue.

M'immagino lo scompaginamento quando spareranno sui palazzi del sacro convento.
Chi oserà per primo sparare sui prelati, i porporati cardinalizi, le candide stole del papa?
Vedremo le truppe fondamentaliste degli infedeli infiltrarsi tra le forze della rivoluzione.
La guerra civile si trasformerà in una vera carneficina.
I kamikaze a piazza S. Pietro faranno strage di poveri cristi.
E il papa buono, sudamericano emigrato d'Italia, piangerà anche lui i suoi morti.
Farà i suoi proclami implorando agli uomini in armi di amarsi e porgere l'altra guancia ai colpi di mitra che saetteranno come strali lanciati da infuriate divinità nascoste nellato dei cieli.
Sarà l'orrore la notizia che aprirà i telegiornali dell'intero pianeta.
La guerra civile per le strade di Cacania.
Sui sacri palazzi una pioggia di sangue.
Il papa ostaggio dei rivoltosi.
Il pontefice s'è offerto volontariamente alle truppe d'assalto.
Si barricheranno i partigiani nelle chiese ricoperte d'affreschi e quadri preziosi.
Le statue di marmo diventeranno fantasmi impalliditi di fronte alla tragedia che si consumerà con la guerra civile.
L'odore di morte si leverà sull'intera città.
Cacania.
Città eterna.
Finita nell'anno del signore 2013...

2 ago 2013

APPELLO DALLO STATO DI CACANIA

designed by Banksy (thanks, friend)


Cacania, 2 agosto2013.

Caro figlio mio,
ti scrivo per raccontarti, per metterti al corrente.
E' solo ieri che tu sei partito e già, oggi, ci sono grandi novità.
Si, qualcosa l'avevi già intuita, la sapevi già ieri, la capisci, anche se sei ancora tanto giovane.
La città che hai appena lasciato, il povero paese in cui sei nato, erano sull'orlo di un baratro anche ieri.
Ieri, quando ti ho accompagnato all'aeroporto conoscevi già, anche tu, la situazione, sapevi già che era molto instabile il futuro di questo popolo.
La crisi economica morde i poveri cittadini come un cane sempre più rabbioso.
Si vedono in giro, per le strade, quelle di solito affollate e lussuose del centro e quelle meno scintillanti di luci e passanti in abiti eleganti, i segni della povertà che cresce.
E' una delle poche cose che crescono, ormai, qui.
Ogni mattina c'è un nuovo povero che chiede la carità.
Prima erano solo barboni, senza casa, zingari, sbandati, poveri immigrati e disperati.
Ma ora, ormai sempre più spesso, si vedono persone comuni, anziani, disoccupati stendere la mano e mormorare qualcosa d'indistinto, qualcosa che suona come una preghiera.
O come una maledizione repressa.
O come un pianto.
O come un urlo soffocato in un singhiozzo.
Rabbia, disperazione, che differenza fa?

Si, figlio mio, questo lo sai già.
E sai anche che per voi giovani la vita si è fatta come una strada più accidentata e più stretta.
Non si sa più dove conduce.
E non si vedono più i cartelli che, una volta, con dovizia e generosità, indicavano la direzione.
Per arrivare al futuro mancano ancora 7 chilometri.
Dritto, per il senso unico.
Poi, svolta obbligatoria sulla tangenziale.
Ed eccolo là.
Eccolo il ricco paese del futuro.
Col suo bel sole levante che ride.
Giallo.
Allegro.
sonoro.
Prolifico.
Geavido.
Il paese della cuccagna.
Eccolo.
Era lì.
Bastava seguire il cartello.
Ora, invece, noi ti abbiamo reso cieco.
Abbiamo tolto i cartelli.
Abbiamo divelto le rose dei venti che, dall'alto dei loro paletti, dominavano e davano al nostro vagare sulle strade della vita.
Ormai non sapete più che strada fare, che direzione prendere, che linea seguire per arrivare a domani.
Il domani, ve lo abbiamo rubato.

Caro figlio mio, anche questo tu già lo sapevi, ieri, quando sei partito.
Nei tuoi occhi, poichè hai un cuore generoso e gentile, brillava ancora la luce ardente della fiducia.
Una fiducia nel domani, nel futuro, nel destino, nelle forze che la vita stessa, per la tua verde età, ti inocula nel sangue e te lo rende caldo e lo fa circolare a tutta velocità dentro il tuo bel corpo di angelo scesa sulla terra.
Quella luce dà colore alla tua voce e illumina i tuoi giorni.
Ma quando mi hai salutato, di fretta perchè dovevo ritornarmene al lavoro, io quella luce l'ho vista brillare forte, anche se i tuoi mesi appena trascorsi sono stati faticosi, i più difficili della tua breve esistenza di studente, e anche se le ombre del presente appena appena appesantivano il carico delle tue spalle.
Ed io, nel salutarti, non ho pensato che forse c'era anche un altro peso che stava per caderti addosso all'improvviso.
No.
Non ci ho pensato proprio.
Ecco, allora ti scrivo perchè devo raccontarti.
Raccontarti e metterti sull'allerta.
Bene, caro figlio, ormai è giunto il tempo che tu sia cresciuto.
E' arrivato il momento che prendi fra le tue mani le redini della tua vita.
E, anzi, è questo l'appello che ti rivolgo affinchè tu, appena sfuggito, quasi per caso,  da questo paese ferito, ancora libero, in quell'isola lontana in mezzo all'oceano infinito, decida di prendere per mano anche il nostro destino.

Qui, in un breve volger di tempo, solo da ieri, sono cambiate tante cose.
Il paese è finito in mano ai conquistatori che hanno preso i palazzi del potere.
Il loro capo, solo ieri sera condannato da tutti tribunali della repubblica, ha decretato lo stato di emergenza democratica.
I suoi fedelissimi, un esercito di borghesi senza divise, si è precipitato dinanzi al suo palazzo nobiliare e si sono messi a urlare slogan di giubilo e devozione.
I suoi complici politici, gli eletti alle cariche istituzionali, lo stato maggiore, hanno rimesso i loro destini e le loro stesse cariche nelle sue mani.
Si sono riuniti, alla sua presenza, lui, condannato senza più possibilità di appelli, e loro, devoti e fedeli servitori senza dignità, si sono riuniti nel palazzo dove hanno sede le istituzioni parlamentari.
Ed hanno chiuso le porte alla democrazia.
Nel silenzio dei giornalisti, lontani dalla stampa e dall'informazione, nel segreto della grande sala parlamentare, hanno ordito il loro piano.
La televisione ha dato un annuncio sommario.
Uno dei loro rappresentanti, con grandi occhiali quadrati ed un finto riporto di radi capelli scomposti, ha dichiarato, davanti ad una telecamera appostata all'uscita del grande salone, che la decisione, ormai, era stata presa all'unanimità da tutti i rappresentanti del popolo.
Gli eletti s'erano posti nelle mani del loro padrone.
Del loro vero padrone.
Quello a cui rendono onore e hanno giurato eterna fedeltà.

I due rappresentanti del nuovo capo politico di questo pease si sono appena avviati verso il palazzo presidenziale.
Lì, solitario, regna il vecchio presidente ultraottantenne.
Uomo lucido e di grandi principi.
Ma si teme per la sua vita.
Un solo colpo potrebbe essergli fatale.
Ha una grande energia.
Fino ha dimostrato grande coraggio.
E lungimirante lucidità.
Ma stasera tremo per lui.
I due rappresentanti, uno basso, quasi un ano, molto feroce, impietoso con tutti, e l'altro, quello col riporto disobbediente, hanno l'aria feroce.
Gli altissimi corazzieri, coi loro cimieri argentati e i lunghi pennacchi pendenti, sono certo, staranno attenti nello svolgere il loro servizio di guardia.
Stasera lo sento, quanto sono importanti.
Ma può bastare un istante.
Un caso.
Un incidente inopportuno.
Se il vecchissimo, fragile, presidente della repubblica dovesse avere un mancamento, un malore, un piccolo colpo...
Alle volte alla storia basta solo un piccolo aiuto.

Caro figlio mio, stasera ancora non sai cosa sta ormai accadendo, qui, in questo povero, infelice, paese.
Dopo le offese alle mortificate istituzioni repubblicane, il capo ha ringhiato alle televisioni riunite a reti unificate.
Ha fatto un appello alla nazione.
La faccia smorta di ieri è mutata in una maschera assetata di vendetta feroce.
La bocca si è stretta in una smorfia cattiva.
Con la studiata voce pacata dei potenti che sanno trattenere sapientemente il livore, ha annunciato la riforma della giustizia.
Dai suoi occhi guizzavano vampe di fuoco.
Per il nostro bene, ha aggiunto, per il paese che ha detto di amare.
Dalle sue larghe volitive mascelle si spandeva nel paese, ipnotizzato dinanzi agli schermi televisivi dentro tutte le case, una strana perversa energia.
Come una rabbia repressa.
Una vendetta sua personale da consumare a nostre spese, col sacrificio d'ognuno di noi.
Io ho sentito, mio caro figlio diletto, un brivido scorrermi lungo la schiena.
Ho sentito, come si dice, un tintinnare di sciabole.
Ed ho capito.
Il messaggio del capo diceva che ormai la storia aveva cambiato registro.
E' incominciata una nuova era per questo paese.
Ed ho immediatamente spento il  pauroso apparecchio che teniamo appeso, a casa, sul muro della cucina.
Ed ho deciso di scriverti subito.
Di mandarti in fretta questo messaggio prima che chiudano ogni canale di comunicazione con il resto del mondo.

Non ci avevo mai pensato, mi figlio adorato, a quello che avrei avuto da dirti in un momento importante come questo che abbiamo davanti.
Non pensavo potesse arrivare un momento così.
Abbiamo studiato ed io stesso mi sono assicurato che anche tu potessi avere la stessa fortuna di non esser derubato della coscienza.
Io, del resto, da padre, ho il dovere di vegliare sulla tua cosceinza.
E' un dovere che va al di là di ogni oggettività, d'ogni scientifica dimostrazione.
Io dovevo, ho dovuto, per essere l'uomo che penso di essere, investire su di te per non fati restare solo un piccolo indifeso schiavo in balia degli eventi.
Conoscere il mondo, la storia, i principi della morale.
Questa è l'eredità più preziosa che mai potrò un giorno lasciarti.
Non ci avevo pensato, ma ora mi pare chiaro, comunque.
Devo ingiungerti di restare ancora un poco nascosto.
Devo farti arrivare questo messaggio al più presto.
Devo convincerti a prendere parte, da lì, dal paese straniero dove adesso ti trovi, all'impegno di resistere con ogni forza a questa tragedia che sta travolgendo il paese quaggiù.
Occorre che tu sappia e racconti.
Devi far conoscere ciò che sta accadendo quaggiù.

Domani potrebbe essere già tardi, per noi.
Potrebbero spegnere ogni comunicazione col resto del mondo.
Interrompere tutti gli scambi e le transazioni.
Chiudere la borsa.
Mutare la moneta.
Corrompere le istituzioni.
Domani mattina, nel silenzio d'un torrido giorno di ferie d'agosto, potremmo sentire i cingolati stridere lungo i solitari viali alberati.
Prima dell'alba del nuovo giorno che schierà domani mattina, le forze dell'ordine potrebbero compiere agguati, piombar nelle case in cui saremo, fra poco, andati a letto, stanchi e annoiati,  appena un poco inquieti.
Potranno portarci via in catene, piangenti le donne, ingrugniti ed ignari, noi, in mutande, uomini nudi, urlanti di sonno i poveri inermi bambini.

Domani tu devi esser già pronto.
Ora vai.
Questo messaggio varcherà come un lampo l'etere notturno che trasmette nel mondo i segnali delle onde 
elettromagnetiche.
Tu potrai accoglierlo fra le tue mani come una colomba che viene dal cielo del tuo paese lontano.
Non crederai, sulle prime, a quanto ci sta succedendo.
Faticherai a mettere a fuoco questa così terribile notizia che viene dal mondo che appena ieri allegramente lasciasti per una breve vacanza.
Crederai che sono impazzito.
Penserai che c'è qualche errore, che i fatti sono stati involontariamente travisati dall'animo acceso del tuo povero padre.
Ma poi, alla fine, anche tu capirai.
Sei tu la nuova fiaccola accesa.
Sei tu la mia fiamma.
Per favore, per amore, tieni alto l'onore povero nostro.
Fallo per me.
Fallo per tua madre.
Ma fallo soprattutto per te.

15 lug 2013

'NA NAZZIONE 'E MMERDA

Amsterdam - Rembrandt platz "La ronda di notte" - Rembrandt.


E nun ce sta nient' 'a fà, chesta è 'na città 'e mmerda.
Ccà, in questa chiavica di nazzione, songo sempe 'e puverielle che passano 'e 'uaje.
'Stavota però v'aggia cuntà chello che succerette quanno chillu sfaccimm' d' 'o rrè se mettette 'ncapo 'e fa' 'a uerra pe' s'arrepiglià  'sta città e mmerda.
Quanno se mettette, pe' ffà 'nu nuovo guverno, 'nzieme al partito dei fantasimi di Cacania.
Ve ll'aggia dicere pecchè 'sta storia è overamente eccezziunale, 'nu fatto ca nun s'ave maje visto primma sulla faccia della terra.
E llo sò, mo' vuje ve site misso già a ridere, ve veco tutte quante, 'ncopp' 'a seggia, a rint' 'o vico, annanz' 'a porta, alluccanno a Mariella:
"Mariè, staje a sentì, 'uard' 'a chisso ca ce sta' raccuntanno!
Ccà ce sta' nnu cazz' 'e rrè ca se vo' arrepiglià 'a città affacennose ajutare da 'nnu partito di fantasimi!
E ppò, 'uarda, 'uarda, 'stu partito tene pure 'nu nomme 'e mmerda !
'Nu partito ca se chiamma "Partito dei Fantasimi di Cacania !"
Ma vuje nun v'avite mettere 'a rirere !
Eggià chillo, 'o nome, Partito dei Fantasimi di Cacania, pare 'o nomme 'e 'nu cesso, 'na pazziella maleducata 'e 'na criatura scustummata.
Pare 'o nomme ch' 'ave misso quacche segretario scemo, nu 'senatore, overo 'nu deputato, cchè ssaccio io, c'aveva asciuto pazzo all'intrasatte, 'nu 'fondatore scunclusionato, comme ce ne so' state già tante.
Uno co 'a capa 'nu poco fraceta, 'nzomma.
E invece vuje m'avissava stre a séntere cchiu seriamente.
Mo', mettiteve assettate e statev' a sentì chillo che v'aggi'arracuntà.
Cca' 'o fatto se fà proprio serio!
O, apperlomeno, stu' fatto addiventa  'nu cazz' 'e 'uaje pe' tutte chille ca vann' a fatecà.
So' dulure 'e panza pe' chille ca' se susano 'a matina ca vulessero ji' a fatecare onestamente.
E' 'na traggedia, pe' chille ca nun pozzono campare senza jittà 'o sang' abbasci' 'o puorto opuramente aizanno sacche gravuse adderet' 'a quacche funnaco 'e magazzino.
Si pure a trovano 'a fatica!
Ca mò nun se trova cchiù niente, manc' a ffà 'o contrabbando abbascio alla marina.
So' gguaje.
E' 'na disgrazzia.
So' cazz'amare!
Tutte chille ca vanno cercanno 'e purtà 'a casa 'nu piatt' 'e menesta, 'nu tuozz' 'e pane, 'na manata 'e patane 'a vuglì pe' sazzià chelle vucchetelle affamate ca chiagneno, e chiagneno, e chiagneno tutto 'o tiempo ca ddio manna 'nterra!... ogge nun c'aveno altro che mmiseria, disperazzione, disoccupazzione e povertà!
E che cazz'.
Vuje m'avissav' a capi'!

Embe'.
'Inzomma.
E vuje ve l'avisseve arricurdà, chillo ribbusciato, 'o cazz' 'e Masaniello, chillo fetent' e mmerda ch'aveva misso sott' e 'ngoppa tutta la città.
Isso e tutta chella maniata e fetienti c'avevano occupato 'o palazzo rriale.
Avevano appicciato 'o ffuoco ammieze 'e puverielle.
Ind' 'a città, rind' 'e vviche, adint' 'all'osterie...
Nun se parlava d'altro.
'A rrevoluzzione!
Avevano armato n'esercito 'e puveracce,  'e muorte 'e famme, 'e 'mbriacune...
Tutta 'mmala ggente.
Brigante, miserabbile e delinguente!
Disperate e gnurante fin' 'addind'all'ossa.
E c'aveva fatto chill'omme e mmerda?
V'arricurdate?
Quanno era arrivato annanz' 'o rrè, ll'aveva apustrufato cumm' 'a 'nu tizzone dell'inferno.
Pareva 'nu rivoluzzionario allampato 'e vampa!
"Voi, 'o rrè d' 'o cazzo, ve n'avete da ghjire a fare inculo.
Da oggi sono io a prendere scettr' e curona!
Songo io, mo' a cummandare tutta la città.
E chiste muorte 'e famme cca', ll'esercito rrivoluzzionario, da ogge s'aveno sfamare cu' tutte le ricchezze voste.
Cu' chello ca c'avete arrobbato in ttutti questi anni.
Vuje, mmiezo rre'
Vuje, 'o rrè e quella zoccolella della rigginella cu' lla curoma, e appriess' a essa chella principessina bruttarella e puttanella assaje ... mo', propetamente adesso, ve n'aveta da jire affangulo !
Fora dalla città!
Qui adesso comado io !
Adesso comanda il Poppolo.
Il Poppolo è sovrano.
E nun  ce sta spazzio per due rrè 'rint' 'a cchesta città.
O vuje, c'avete arrobbato fino a oggi.
O il Poppolo, ca ogge s'ave arrevotato e che v'ave processato e cundannato!
Il popolo intero vi ave riconosciuto colpevole!
La vostra colpa è di avere arrobbato 'nzieme ai vostri ministi.
E i partiti dei nobbili aveno arrobbato 'nziem 'a vvuje.
Adesso, propetamente mo', vuje avite andare a farvi fottere da un'altra parte!
All'alba di dommani matina dovrete lasciare la città.
E 'nzieme a vvuje tutte le zoccole ch'avevato fatte cunzgliere di cammere, barunesse e principesse, tutt' 'e cardinali, tutt' 'e generali e tutta chella maniata 'e fetiente 'e mmerd' c'avevate accampato appriesso a vvuje 'ncopp' 'e spalle noste!
Ecco.
Ho detto.
Io, Masaniello.
Vi ordino.
Jatevenne!!!"
Si.
Masaniello.
O Masaniello d' 'o cazzo!
Eppure, chillo, 'o rrè, chill'iomme 'e mmerda, se mettette subbeto appaura.
Overamente, anzi, chillo, 'o cacasotte d'o rrè se cacaje propetamente 'sotto.
Pperciò pigliaje chillo nome.
Cacasotto.
E se currette a annasconnese.
Pareva ca chiagneva.
Cumm' a 'na criatura.
Alluccava  che 'llaveno arrobbato la pazziella.

La matina roppo, primma ancora c' 'o sole s'aizava 'ncopp' 'o mare,  tutta la prociussione rreale, 'o cacasotto annanze, annascuso 'rind' a 'na carrozza, 'a riggina a ffianc' a isso e la principessina di fronte.
E tutto il corteo delli ministri che seguivano accavallo.
E appresso i cardinali porporati, a ppiedi, ca priavano e chiagnevano.
Doppo c'avevano futtuto tutto chello ca se potevano fottere, arrobbato tutto chello ca se putevan'arrobbà.
Poi, venivano i cortiggiani in divisa, ca nun se capiva chi era stato surdato e chi invece maggiordomo.
Tutta chella marmaglia era stata la crema della nobbiltà cittadina e mmo' stevano  già scappanno cumm' 'a 'na jattara appaurata.
'Nu 'nzerra 'nzerra 'ca faceva venì 'o mmale 'e panza pe' 'e rrisate 'd' 'a povera ggente.
Tutto il poppolo s'era arrovesciato sulla via per avvedere chillo cacasotto d' 'o rre' ca se ne fujeva cu tutto lo guverno ... e lo curteo de la pruciussione appriess' a isso!
Ma succerette ca, avvedere 'o rrè se ne fujeva, ca jeva scappanno purtannese appriesso tutta chella folla di ministi guvernativi che fino a poche ore primma appaurava la pupulazzione colli ggiudici c'ordinavano alllo bboja di tagliare capezze e impiccare pupulane, mentre se ne scappaveno pure li prievuti appiess' a lloro, ca nun recitaveno cchiù lu paternoster e il gloriappadre e l'Avemmaria, ecco, mò, adesso, avvedere ca se ne fujevano tutte quante cumm'a 'e zoccole ca se ne fijeno rint' 'a chiaveca quann'arriva 'o jatto niro, ecco, nun saccio pecchè, la pupulazzione se facette piano piano trista trista.
All'inizzio, tutte quante mannavano affanculo lu rrè cu tutte li rreali.
Pigliaveno l'ammunnezza, opure la verdura fraceta.
Quaccheduno più arreccuto pigliava 'na muneta 'e quatto sorde.
E 'a jettavano 'ncuollo a chille povere cristi ca stevano scappanno.
E alluccaveno le cattiverie più miserabbile ca se putevano sentì.
Io stesso, cca', nun pozzo arriferì.
S'era scatenato l'inferno 'nterra!
E restaje spalancato fin'a quanno tutta quella appruciussione nun scuparette fora dalla porta cittadina.
Poje, chiano chiano, quacche cosa 'ntristije tutt' e pupulane.
Cumm' a 'nu brutto penziero.
'Nu presentimento tristo.
'O cielo s'oscuraje all'intrasatte.
E po', lampe.
E ttrone.
Senza manco 'na goccia d'acqua.
Quacceruno alluccaje, nel silenzio che s'era fatto.
E' la maledizzione!
'O rrè, li cardinale.
Avimmo cacciato ddio, 'nziem' a lloro!
E tutte s'addenucchiarono prianno.
Quaccheruno steva già chiannenno!
Quaccerun'altro ajzava 'e mani 'ncielo.
Molti stevano in silenzio.
Sgumentati.
Stòlidi.
Muti!

Quando le porte della città furono finalmente 'nzerrate, ormaje s'era fatto miezzojuorno.
Il sole era già assai alto in cielo.
Le strade furano arrimaste solitarie.
La città s'era fatto 'nu deserto.
Pure 'o cazz' 'e Masaniello era sparuto.
Forze, diceva quaccaruno, stava assiso 'ncopp' 'o trono rreale.
Forze, diceva quaccherunaltro, stava cu' Mmariella, aret' ' vico.
Forze, dicevano le malelingue, se n'era scappato puro isso.
Dicevano che l'avevano visto cu' 'nu sacco de munete, argiente e ori, mentre se ne fujeva p' 'a fenesta d' 'o palazzo rreale.
Certo, nisciono ci credeva overamente.
Ma chillo, 'o cazz' 'e Masaniello, 'o cunucevano tutte quante.
'Nu muort' e famme.
Un ex guitto di tiatro.
'Na barba longa.
'E capille cumm' a 'nu lione.
Alluccava sulamente.
Addegrignava 'e diente cumm'a 'na tigre.
Ma pò.
Overamente.
Chillo che cazzo jeva truvanno dalla povera ggente?

All'inizzio tutte se penzavano 'ca fosse arrivasta ll'ora 'e accummannà.
Quanno erano trasuti nel palazzo, comm'a 'n'esercito vincitore, se penzavano d'essere addiventati tutti eroi.
Emmò dovevano fare le leggi per i poveri.
Dovevano dare da mangiare a tutte quante.
Truare 'nu lavoro pe' tutte le pezziente.
Ca pò, comme se chille, 'e pezziente, se vulessero mettere overament' 'a ffatica' !
Chianu chiano, doppo ca s'erano sazziata 'a panza, inzomma, doppo c'avevano sfugato l'arrepressione ca i muort' 'e famme se portano 'rint' 'o core 'a quanno so' muorte 'e famme, appoco appoco, tutte quante s'appucundriarono dentro alla sala del Parlamento d' 'o palazzo rriale.
Quacche cundanna a mmorte ce vuleva pe' arricriare lo spettacolo 'ntristuto.
Ma, arrutulata che ffù quacche povera capa 'mparruccata ca ancora nun se n'era fujuta appriess' 'o rrè, presto arrivaje la tristezza pupulana.
Masaniello, cazzone cumm'era, 'nun sapette che dicere.
Facette primma 'nu discorzo a tutta la pupulazzione.
Parole gorsse, volarono, dentro alla sala del Parlamento.
Ma furono sulamente strunzate.
Chillo, 'o popolo nun sapeva che cazzo fà.

Passarono i ggiorni, le settimane, quacche mmesata.
Dopo gli editti, le proscrizzioni, le condanne  e l'esecuzzione, nun restaje cchiù autro da fare che metterse accummanare.
Ma chella fatica metteva appauta a tutte quante.
Nisciuno cchiù asciva di casa per andare alla sala del Parlamento, 'ncopp' 'o palazzo rriale.
Quella sagliuta davanti al palazzo sembrava addiventata 'na muntagna 'nnevata.
Ggelo, fulmini, tempeste parevano muzzecare li stracciati ca s'avessero vuluto avventurare a chillo cimmitero 'e morte.
Appoco appoco, manche cchiu' 'e pupulane se facettero avvedere in giro, appaurati di dovere faticare per accummanare.
Avere da vutare lleggi e 'e rregulamenti era 'na cundanna a mmorte!
Nisciuno 'e chill' 'e murt' 'e famme sapeva leggere o scrivere.
" 'O cazzo d' 'o Masaniello ave parlato cumm' 'o scienziato d' 'o cazzo", se diceva 'a ggente p' 'a via.
"Ave accummannato a chillo cacasotto d' 'o rrè 'e se ne ji' affanculo, ma nuje, puverielle, senza 'nu rrè, mò, nun ce sapévamo avvedere".
Quacche mese doppo ch' 'o rrè cacasotto se n'era scappato, già ce stevano i disperati ca stavano chiagnenno, ammalincuniti ca nun potevano cchiù obbedire a quaccaruno.
'E cape toste cchiù toste sostenevano ca si dovevano ancora fare le leggi nòve.
Ma nessuno sapeva scrivere e anche quelli che dicevano che si dovevano fare leggi che non dovevano essere scritte, pecchè tutti le potevano imparare a memoria, poi, nun se arrecurdavano neppure loro che cosa avevano deciso di decidere.
Eppoi, quando appruvavano a fare uscure una legge nuova, ecco che quella pareva cumplicata, difficile, 'na cacata ver' e propria. 
E issi stessi, allora, se mettevano vergogna e s'accurrevano a annesconnere co' 'nu bicchiere 'e vino 'mmano, all'osteria addereto 'o palazzo rriale, all'angolo d' 'o vico, nell'ombra, annescusi.
Accussì la città era addiventata un casino vero e proprio.
Tutti s'erano fatti ggenerali.
Nisciuno sapeva accummannare.
Nisciuno ca puteva obbediscere.
'O cazz' d' 'o Masaniello aveva fatto alcune dichiarazzioni ai ggiornali degli Stati stranieri dei dintorni, facendo fuoco e fiamme, ma s'era appaurato tutto quanno, cumm' 'a 'nu guaglione c'ave visto 'o fantasima suojo mmiez' all'oscurità della notte.
La notte era caduta sulla città.
'Na notte ca nun ferneva cchiù.
A fottere s'erano fottuto, il primo giorno, tutto quello che si poteva fottere.
Oro, ggiojelli, pperle prezziose, dinari e carte commerciali.
S'erano chiavate tutt' e zoccole d' 'o quartiere, chelle ch'erano arrimaste, brutte, vecchie e zzuzzuse, che le più prezziose se nerano avevano penzato bbene d'annà appriesso 'o cazz' d' 'o rrè.
S'erano scopate pure le mogli, le amanti e le cuggine.
Nascettero 'nu sacc' 'e figlie, 'ncap' manc' a 'n'anno.
Tutte vocche nuove da sfamare. 
Ma mò nun ce stava cchiù nippure 'nu cuntrabbandiere ca teneva aperta 'na puteca.
Il pane era finito e la farina nunn'arrivava cchiù abbascio 'o puorto.
Anche ll'urtima nave china 'e farina era restata senza scaricatori.
E la bianca macinatura addiventaje subbeto cibbo marcito per le zoccole nere d' 'o puorto,.
Manco 'e jatte annettero a lle 'scuncicà.

'O rrè s'era andato rrifuggiare a casa del fratello, governatore dello stato di Cacania.
Llà, 'o ssapite pure vuje, a Cacania, ormai c'erano rimaste sulamente fantasimi e spiriti spettrali.
'O guvernatore era nu spilungone verdastro, cu' 'na faccia ca pareva 'nu puorco ben pasciuto, era 'o frate d' 'o rrè, forse... accussì diceva chella gran puttana della riggina madre d' 'o cazz' d' 'o rrè.
Tutt'e dduje avevano banchettato, s'erano fatto le rraggioni, avevano deciso di sazziare primma la pancia e poi di chiamare a raccolta tutto l'esercito di ministi che abbondavano a Cacania.
In poche ore la resistenza era organizzata.
Il nuovo guverno!
I fantasimi erano leggeri, volavano per le strade, si organizzavano in manipoli che era una gioia per i ministi ordinare e comandare.
Le bbannére erano azzurre, brillanti, cull'inzegne tutte d'oro.
In testa ce stava la banda.
'Na bbella canzone.
Un inno.
"Forza Cacania".
'O rrè stette a guardare stupito.
Era ammirato.
Crepava d'invidia!
E chiagneva p' 'a figura 'e mmerda c'aveva fatto fujennosene dalla città.
Erano lacreme c' 'o frate d' 'o cazz' d' 'o rrè, 'u guvernatore di Cacania, nun  doveva avvedere. 
E accussì chillo, 'o cazzone arriale, se annasconneva asotto un fazzoletto bianco grande come una tovaglia merlettata.
Facevo finta ca stava arrifreddato.
Starnuteva pè ffinta.
Pareva nu guaglione annanzi alla maestra.
Ma era tutta una sceneggiata.
Vuleva fare crerere 

Il corteo, la pruciussione dei fantasimi di Cacania era fatto di gente vestuta oscuro, ma appareva vulare incoppa alle vie, sulla strada della città dove si stava precipitando per compiere la vendetta controrivoluzzionaria.
Le sentinelle della città addormivano tutte quante.
Li spettri arrivarono di soqquatto.
In silenzio passarono attraverso i muri.
Nessuno li sentì.
... (forse continua)