6 lug 2013

IL CORPO DI MARIA

Sergio MICHILINI - Ritratto di bambina (bozzetto) 1994
http://www3.varesenews.it/blog/labottegadelpittore/?attachment_id=9519

Gravida che fu, Maria s'era fatta più bella.
S'era trasformata in un angelo, in una dea, desiderabile e nobile, in una madonna dalla sensualità che nutre l'amore nel grembo.
Era stata una bambina, prima di conoscere l'amore.
Poi, una notte, tra le braccia del suo messaggero celeste, tremante e trasognata, aveva sperimentato i batticuore dell'amore.
S'era agitata per lo spavento e lo sgomento dell'intrusione di qualcosa di sconosciuto nella sua giovane vita di bimba.
Un intruso.
Un imprevisto.
Un palpito.
E poi, il desiderio.
E la lotta.
Infine, la disobbedienza.
E l'abbandono.
Il peccato.
Dolce e soave.
E, dopo, quando tutto, alla fine, era infine finito, aveva indossato il velo di nuda purezza della pace spossata.
L'abito più bello.
Il suo corpo di donna.
Di fianco al suo alato amante dormiente e incosciente.

Era stata un fiore, prima di concedersi interamente all'amore.
Petali morbidi e innocenti.
Miele di delicata fragranza.
Innocenza e fantasie sognanti.
Colto che fu, il fiore divenne corpo di donna.
Carnosa bellezza.
Appetito.
Trasporto.
Sazio abbandono.
L'amore adulto aveva reso quel profumato germoglio ancora più bello.
Gli aveva infuso la vita.
La vita, che si nasconde dentro al peccato.
Il suo femminile universo, ora, finalmente, rifulgeva d'iride, di prorompente luce di divina bellezza.
Una stella.
Un astro lucente, un nuovo oggetto celeste, cominciava a brillare nella profondità del suo cosmo di donna.

Nei suoi occhi brillava, adesso una nuova luce incantata.
Il suo sguardo irradiava raggi di vita.
Raggi come i raggi d'un inesauribile sole.
Si rischiarava, ora, l'ombra del mondo, sorrideva, alla dolce carezza del suo gravido sguardo di donna fatale.
Sapeva cosa voleva dire, ormai, esser diventata femminea abbondanza del cosmo, generosa dispensatrice di vita, elargitrice del dono più bello e prezioso.
Per mezzo del suo misterioso corpo di donna si propagava, ancora, impudìco, l'eterno, immane, miracolo che si compie nelle profondità uterine del grembo d'ogni fertile femmina.
Aveva perduto per sempre quella cosa, la spensieratezza innocente, l'illusione d'un infantile sogno perenne, stringendosi stretta alle membra della sua creatura discesa dal cielo.
Aveva tremato e, stremata, infine, aveva domato l'effimera spada di fuoco del suo messaggero divino.
Non ricordava quasi più l'inconsapevole e spontanea innocenza sfrontata dei bimbi.
Ormai, aveva imparato ad usare le dolci armi del corpo.

I giorni passavano dolci, lieti e felici, sul suo levigato ventre di bimba.
Erano uccellini che portavan nutrimento alla consimil creatura che covava nel tiepido uovo. 
Lasciavan sulla porta un semino, deponevano un bacio, lanciavano striduli canti, al cielo, pieni di gioia.
E cresceva, quella vita, come cresceva quel corpo di donna.
E, crescendo, facendosi donna, dapprima, e poi, cominciando a conoscer le ansie di madre, aveva anche incominciato a conoscere il mistero che si cela nella vasta ed oscura prigione del cuore.
Il volto, già bello fin dall'inizio, sfinato e sottile stelo di bimba, diventava, ora, a momenti, spinoso arbusto di rorida rosa, prena di pene e d'amore.
All'odore, al sapor sensuale di baci e carezze, si sovrapponeva, a momenti che si facevan sempre più fitti, l'aspro gusto d'angoscia che porta con sè l'ignoto d'una vita che sta maturando nel grembo.
Stava ancora prendendo, il suo corpo di carne, le fattezze di mamma.
E già il suo cuore si stava allargando.
Si stavano aprendo, poco per volta, in quell'inesplorata miniera d'amore, caverne profonde, sprofondi ed abissi, abitati da sconosciuti mostri senza pietà. 
La sua gemma ancora le cresceva nel grembo e già lei cominciava, fremente, ad immaginarsi il frutto del suo ramo farsi maturo, e poi, agitarsi alle tempeste del tempo, tremare, incespicare, per essere, infine, colto dall'arrogante mano del signore che le aveva inviato, una notte, un alato messaggero divino.

Ogni mamma ha una ruga sulla fronte.
Una ruga per ogni figlio che l'è cresciuto nel ventre.
Puoi contarle, quando ti trovi di fronte ad una mamma.
Una.
Un figlio.
Una, due..
E tre...
Forse quei figli vanno, ora, ancora, soli, girovaghi, per le strade del mondo.
Oppure hanno avuto brevi tragitti.
Solo, per qualcuno, un abbozzo male riuscito.
Ma puoi vederlo sempre, quel segno, inciso, profondo, al centro della fronte d'ogni mamma del mondo.
S'incide, lieve, all'inizio, quel segno.
Solo un esile filo.
Un profilo.
Un nome.
Una speranza.
Poi si fa sogno, desiderio, lotta.
E sprofonda, quel segno, nelle carni sottili del bel volto di donna.
Ogni giorno di più.
E' il segno che quella donna conosce l'amore.
E, con l'amore, l'angoscia e il dolore.

Anche l'angelo, dopo la sua vibrante fiammata, cominciò, piano, a viver la sua sorte, qua, sulla terra.
Mutò il suo nome.
Fu costretto.
Gabriele.
Michele.
Angelo.
Arcangelo.
Mille nomi diversi.
Man mano che il bocciolo di rosa cresceva sul ramo odoroso di spini, lui incominciava a conoscer le pene della vita quaggiù.
Maria aveva bisogno di questo, e di quello, una casa, un fuoco d'inverno, del pane, il latte, lenticchie e fagioli.
Patate e odorosi grassi da bruciar sull'atare di un dio caprizzioso.
E lui, povero angelo fattosi uomo, incominciò a conoscer le fatiche dell'umano destino terreno.
Quando il fiore, infin fu maturo, e Maria sgravò, strillando al cielo, come fanno tutte le donne, il suo urlo che spaventa a morte e fa fuggire la morte, Angelo prese il nome, finalmente, d'un falegname povero e vecchio, morto pochi giorni più in là.
Giuseppe.
Ecco.
Questo, fu il nome, infine, del nuovo schiavo sceso, qui, sulla terra.

4 lug 2013

D'ESTATE

IL PECCATO. Franz von STUCK (1836 - 1928) 

Tuoi riflessi di fuoco specchiano il cielo.
Lingue giallastre d'ardenti corpi celesti.
Vivide palpitazioni d'amore. Oh, Dio!
Come mi piacerebbe afferrarti, infinito!
La tua massa stringo, rotonda, sinuosa.
Cocente illusione d'orbita, presto svanisci.
Cedo al tuo richiamo, apertissimo spazio!
Desiderio s'invaghisce di me, vano, tiranno.
Vorrei prenderti, rondine acuta, coda stellata!
Spiccare, alti, striduli salti e lanciare gli svelti
garruli canti che a te giungono, ninfa d'arancio.
Sono vento, ora. Ansimo e scompiglio di gonne.
Vezzose nubi leggere d'organza che volano via!
Con le dita sfioro le tue cerulee forme di seta...
Tu m'eviti, invece, fugace lingua d'amor siderale.
Fuggi tremante. Ti  nascondi dietro il velo serale!
Scende su te l'ombra notturna,  maschera cupa.
O son  io. Forse. Tu. Forse. Tu nuda m'attendi! 
Là. Sparsa distesa di sera d'estate. Fresca. Tu.
Nel torrido letto di trepidi astri, o spazio lontano.
Là, tu m'accogli, amante di fuoco. Madida sera
d'estate.

3 lug 2013

LA CREAZIONE

Michelangelo BUONARROTI - La creazione di Adamo (particolare)


Il Creatore, quello che usiamo scrivere e chiamare, con devozione e rispetto, Signore, con la maiuscola iniziale, deve aver vissuto, nel momento dell’impegno massimo, nello spasimo della creazione, un’esperienza che si può definire, solo per difetto, a dir poco memorabile. 
L’attimo dell’intuizione, del dispiegamento del progetto, intero e perfetto, dinanzi al suo occhio interiore che tutto pre-vede, lo sforzo di coagulo dell’onnipotente energia divina, devono aver suscitato un’onda di emozione, una vampa di orgoglio, una ventata di meraviglia del tutto, per noi comuni mortali, inimmaginabili.
E, al tempo stesso, anche il timore inconscio, l’ansia strisciante, l’angoscia repressa, che qualcosa, una qualunque cosa imprevedibile, fortuita, o casuale, potesse minare la riuscita finale di un progetto tanto ambizioso.
Ecco, mettiamoci nell’attimo in cui tutto ciò stava per accadere.
Proviamo - perché no, possiamo osare, se vogliamo – proviamo, dicevo, ad immaginare gli eventi che erano sul punto di accadere.
Ecco.
Per Sua Mano e per sua Volontà divine, l’attimo che ci sta immediatamente davanti darà inizio alla linea, che chiamiamo infinita, del Tempo.
Quello che ora, per immaginazione, stiamo per vivere segnerà l’avvio del Destino.
E questo, Lui, ovviamente già lo sapeva perfettamente.
Quando, qui, si parla del Destino, si intende, sia chiaro qualcosa che va inteso in senso assoluto, totale, inaudito.
Il Destino, per quello che qui interessa, non è quello che riguarda i finitesimi che noi singoli siamo in grado di percepire con la nostra ragione fallace, inesorabilmente imprigionata dalla condizione dell’esistenza.
No.
Qui ci si riferisce al Destino.
Proviamoci ad immaginarlo.
E’ quello che interessa tutto e tutti.
Il Destino che riguarda tutte le cose, ma proprio la totalità di tutte le cose.
Tutto il creato, possiamo dire, con maggior proprietà di linguaggio.
Ora, se ci crediamo, se ci crediamo veramente, adesso possiamo anche chiedere alla nostra immaginazione, alla nostra capacità empatica che ci permette di calarci in situazioni nelle quali non siamo realmente coinvolti, provando, tuttavia, le stesse sensazioni, gli stessi sentimenti, di chi, da protagonista, sta vivendo determinate situazioni.
Ci capita così, per esempio, quando ci sentiamo così vicini a qualcuno da vivere, praticamente, al posto suo gli stessi momenti di vita.
La vita nostra e quella del nostro empatico compagno, possiamo dire che, in quei casi, diventino una cosa sola.
E’ la forza dell’amore.
Ecco, allora, adesso siamo pronti per compiere questo sforzo ulteriore d’immaginazione.
Possiamo avere il coraggio e provare la vertigine di vivere quel momento fatale.
Il passaggio dal prima al dopo della Creazione.
Certo, deve essere stato, quello, all’atto in cui accadde realmente, un momento del tutto irripetibile.
Ma proprio per questo, non vale forse la pena provare ad immaginarci di viverlo davvero?
Possiamo provare a saggiare quella volontà creatrice, insaziabile ed onnipotente.
Certo.
E questo potrebbe metterci dentro, iniettarci nel sangue, un quantitativo di adrenalina che potrebbe risultare addirittura intollerabile, data l’entità dell’impresa che ci proponiamo di vivere, seppure solo con l’immaginazione.
Ma, se ci caliamo in questa Parte, in questo Ruolo, dobbiamo essere preparati anche a sopportare le conseguenze che questa situazione, per noi nuova, porta con sé, come conseguenza.
Perché, come possiamo ben immaginare, dinanzi ad un tanto osare, anche le vene del Creatore avranno tremato.
Anche per il Demiurgo ci deve essere stato quel momento di panico paralizzante che fa da contraltare al rischio del fallimento, alla possibilità dell’errore, alla eventualità dell’Imponderabile.
Un’Impresa tanto ardita, osare l’inosabile, comporta l’azzardo di ogni avventura.
E ogni azzardo comporta sempre la paura che un evento imprevisto generi il fallimento del Progetto.
Ecco, e se ci mettiamo di fronte ad un Progetto tanto ardito, riusciamo ad immaginarci il timor panico che ad esso si contrappone?
Creare il Destino !
E se il tentativo non dovesse riuscire?
Potremmo non sopravvivere alla lotta fra una Volontà così Potente ed uno Smarrimento così Terribile.
Da protagonisti, potremmo ritrovarci a recitare il ruolo delle vittime.
Ecco, ora, siamo preparati.
Adesso sappiamo a cosa andiamo incontro.
Adesso sappiamo cosa abbiamo scelto, cosa ci aspetta, cosa abbiamo davanti.

Un movimento del pennello, un’inclinazione della spatola, una mutazione della forma sotto le mani.
Un gesto, un solo, ultimo gesto.
Anche solo un’impercettibile variazione dello stato, o della forma, della materia o del colore, avrebbe segnato il passaggio da una dimensione ad un’altra.
Così, sarebbe entrato, egli stesso, in una dimensione preclusa a chiunque altro.
Un istante, un istante solo, ancora.
Una frazione del tempo del tutto straordinaria.
Un momento impensabile.
Un attimo soltanto.
Un attimo identico, tuttavia, a tutti quelli che, in qualche modo sempre sono del tutto identici anche se ogni volta restano diversi e distinti fra loro ma, comunque, sempre uguali per qualcosa, per la qualcosa più importante di tutte.
Attimi che hanno reso immortale la vita di ogni altro creatore.
Si sia trattato di un pittore, di uno scultore, di un poeta … oppure di un musicista...
Insomma di un artista...
Sono gli attimi che solo gli artisti possono vivere, attimi che precedono l’esperienza immensa, grandiosa, potente, della creazione.  
Lo stesso attimo, distillato di tempo, ha folgorato il Creatore proprio nell'istante in cui è emersa dalle profondità della sua volontà creatrice, dentro l’immensità del suo Sé divino, il desiderio, il bisogno, la necessità di dare inizio alla Creazione.
Non è durato più di una frazione di secondo.
Ma eterna.
Comunque, pur sempre un’infinitesima frazione di quell'Eterno che avvolge il Creatore nella sua immutabile, perenne ed onnipotente scienza divina.
Così, Egli, sentendo sussultare la Terra scossa dal lampo della potenza della Creazione, deve aver pensato ad uno dei mille peccati chiamati imperfezioni e che rendono impura la perfezione del creato.
Una impercettibile scossa, in quell'istante, deve aver fatto increspare la sua pur impassibile imperturbabilità.
Deve essere stato come il minuscolo sasso che, senza conoscere la montagna che l’ha generato, rotola confusamente verso l’imperturbabile superficie piatta del lago, senza sapere che, tuffandosi, spezzando quell'incantato equilibrio, provocherà l’inarrestabile gorgo delle onde.
Deve essere stato come la goccia, la prima dei milioni di milioni che schiaffeggerà la terra per l’eternità del tempo, farà cessare la siccità che, nell'infinito passato senza tempo che l’ha preceduta, ha reso sterile e infertile il Caos.
No.
Forse il dio, nella sua imperscrutabile sapienza, aveva trascurato quel minimo moto.
Forse, avrà pensato, sarà stato solo frutto dell’immaginazione alterata, della tensione per l’impegno di dare ordine allo svolgersi senza fine del rotolo degli istanti che non avevano ancora preso il nome di “Tempo”.
E, pur non badando a quella vibrazione, a quel sussulto, a quel singulto, forse, si sarà distratto per un pur infinitesimo attimo.
Ecco.
E allora, le cose, gli oggetti, gli attimi, le vite, devono essersi, per un attimo, sentite eccitate, in quel momento di distrazione del dio.
Eccitate per una sensazione di libertà che deve averle pervase.
Una sensazione nuova, eppure inebriante.
Spaventosa come l’abisso, come l’ignoto, eppure, attraente e torbida, come il desiderio, o la passione.
Poi tutto sarà tornato alla normalità.
Sotto il controllo del Creatore.
Dappertutto, salvo che qua, sulla Terra.
Quaggiù, quell'infinitesima frazione di tempo, senza durata né spazio, deve aver prodotto conseguenze di portata incommensurabile.
Da allora, Amore o Dolore hanno fatto conoscere lo schianto del cuore a noi, poveri esseri nudi ed inermi.
Ed anche il sorriso, si, anche questa strana smorfia deforme ha messo in subbuglio l’animo nostro, spiriti primordiali, ferini e fallaci.

Michelangelo, dando vita ad Eva ed Adamo, traendoli fuori dall'abisso del nulla sulla vuota parete incolore, dando loro forme e colori perfetti e ponendo quel miracolo al cospetto dell'Uomo - come il pennello del Creatore al cospetto del fatale momento  iniziale del tempo - avrà sentito, come il Creatore, un sussulto nell'anima.
E così anche Giotto, quando ha immaginato l’azzurro del cielo tinto dell’oro degli astri stellari.
Avrà provato lo stesso sobbalzo.
Ed anche gli altri, anche tutti gli altri artisti del mondo avranno provato la stessa palpitazione violenta .
Come Schiller e Beethoven e tutti gli altri.
I tanti altri.
Fin dai tempi remoti.
Ma torno a Michelangelo, ora.
Entro, con voi, nel suo cuore.
Ma, voi, vi prego, estendete il pensiero a tutti gli altri artisti che conoscete, quelli grandi e famosi oppure quelli più sfortunati, più piccoli, ignoti o dimenticati.
Michelangelo sta sospeso lassù, sulla sua precaria struttura di legno, immerso nella luce ombrosa delle torce, fluttuando a mezz'aria fra le pareti odorose d’incenso della Cappella Sistina.
Il colore che gli cola sulle mani, accecandogli gli occhi e ardendogli nel cuore.
Adesso trema, la sua mano, altrimenti fermissima.
Perchè?
Forse è solo per un attimo.
Per un attimo solo.
Il suo segno incide con un segno l’eterno.
Anzi.
Non è esatto dire così.
Il suo segno incide con un segno l’Eterno.
Un segno eterno che lascia il suo segno nell’Eterno del tempo.
L’eterno, piccolo  e minuscolo no, è uno sbaglio.
E' blasfemo.
Una vile bestemmia. 
Lì, nella casa del Dio, è sua la mano del Creatore.
E' lui che volge la vita all’Infinito.
E' lui a dare forma all’Informe, Ordine, al Caos.
La sua eternità sconfigge il nulla assoluto.
Conquistando l’Eterno, sconfige il Mortale nemico. 
Non sentite anche voi lo sforzo di quella Creazione?
Lo spasmo non contrae i vostri muscoli tesi ?
Le mani gli dolgono. 
Dure, le dita.
Sono paralizzate in un ultimo istante di creatrice tensione.
Il carboncino scivola via.
Graffia.
Lascia il suo segno.
Ingravida la parete che perde il suo virginale candore.
Il carboncino.
Lascia il segno perenne del Creatore.
La Forza dell’Uomo.
Mentre la mano di Michelangelo trema ancora, mentre spinge la mia, qui, ora...

P.S. Questo post, qui rivisto profondamente, è stato pubblicato sul blog della repubblica indipendente il 5 aprile 2009 con il titolo ANNUNCIAZIONE.

1 lug 2013

IO (Autoritratto)



Io.
Io che non sento gli odori e che quando mi si apre il naso quasi sempre rimpiango il tempo in cui se ne stava tappato.
Io che non amo il mare perchè fisicamente mi sfinisce il caldo mentre il sole brucia, il sale sulle spalle pizzica, la sabbia si attacca alla pelle e l'acqua è sempre troppo fredda.
Io che non sopporto la pubblicità, alla televisione, che è noiosa, ripetitiva e stupida.
Io, che non mi piace andare al cinema perchè ormai non sanno più raccontare una bella storia.
Io, che non amo neanche i telefilm, che oggi invece si chiamano fiction, perchè per raccontare una storia, per la quale basterebbe un'ora, impiegano sette puntate di due ore e mezzo, ciascuna infarcita di abbondante pubblicità.
Io, che non vedo più neanche le partite di calcio, perchè ci hanno tolto il gusto del risultato, ci rimpinzano ogni giorno come polli da batteria e, alla fine, dovremmo passare la vita davanti ad uno schermo sul quale ventidue imbecilli in mutande si esibiscono in un gioco truccato, corrono appresso ad una palla che devono buttare dentro un cesto grande come un camion e sono pure convinti di essere degli eroi in peplo come i gladiatori romani.
Io, che non sopporto le televisioni generaliste che ti spappolano il cervello facendoti sembrare normale la stupidità del pettegolezzo da parrucchiere.
Io, che non sopporto i politici che pensano di essere dei padreterni pieni di gloria a cui dobbiamo chiedere l'elemosina di una promessa che non viene mai rispettata, mentre dovrebbero ringraziarci che gli abbiamo trovato un lavoro e gli abbiamo dato anche una ragione per vestirsi bene e guadagnare tanti soldi.
Io, che non sopporto gli eroi, perchè, poveretti, sono tutti morti e, quindi, sono il simbolo perfetto della sconfitta.
Io, che non sopporto neanche le guerre, che non servono certo ai popoli per regolare le proprie faccende (che verrebbero regolate comunque, al limite con una scazzottata chiarificatrice), ma sono utili soltanto ai potenti, che inventano ragioni di principio per ingrassare i propri interessi facendo, poi, pagare le spese ai popoli dei poveri cristi che vengono macellati sotto bandiere che non hanno cucito e divise che non hanno disegnato.
Io, che non sopporto gli sfruttatori, che sono come i  vampiri che si nutrono del sangue degli sfruttati, povere puttane di strada, poveri operai di fabbrica, poveri giovani precari, poveri vecchi che votano il bellimbusto che gli sorride maligno dalla televisione, poveri ignoranti di ritorno arricchiti da  uno stipendio da fame che passano le serate a rincoglionirsi in discoteca oppure drogandosi o ubriacandosi per la strada, pensando invece di sballare strippando.
Io, che non amo i soldi perchè sono un surrogato finto della felicità e danno solo problemi rendendo gli uomini ricchi vuoti come alberi spolpati dalle termiti e quelli poveri disperati come cactus assetati nel deserto.
Io, che non sopporto i preti che fanno le prediche nelle quali insegnano la morale che essi stessi si rifiutano di praticare.
Io, che non sopporto le verità preconfezionate di chi si difende in tribunale portando il buon nome come avvocato della sua difesa.
Io, che non credo alle verità di fede, siano esse religiose, politiche o morali, anzi che non credo alle verità, perchè di assoluto non c'è nient'altro che la morte.
Io, che non credo alle parrocchie dove il padrone di casa ti insegna la sua verità e tu devi sempre dargli ragione.
Io, che non sopporto l'oratorio dove ti insegnano il catechismo dell'ortodossia.
Io, che non sopporto neanche gli oratorii delle assemblee politiche dove devi sempre essere ortodosso e battere forte le mani, altrimenti sei un eretico e ti cacciano dall'assemblea.
Io che non sopporto l'eresia, perchè è la verità votata da una maggioranza, oggi, che, domani,  diventerà una minoranza eretica.
Io, che non sopporto patiboli, croci, forche, muri e forni crematori.
Io, che non tollero le verità senza dubbi.
Io, che non credo alle risposte, ma preferisco le domande.
Io, che non sopporto tutte le strade che portano a Roma.

Io, invece, che amo, viaggiando, tutte le strade che partono da Roma.
Io, invece, che preferisco le domande, che allargano il mondo, alle risposte, che lo restringono.
Io, che adoro i dubbi, perchè sono le gemme che crescono sui rami dell'albero delle verità.
Io, invece, che abolirei l'ergastolo, che è una pena di morte differita.
Io, invece, che faccio il tifo per gli eretici e le streghe, che finirono bruciati sui roghi per aver creduto alla verità del bene e del male che convivono nello stesso corpo.
Io, invece, che amo la musica che ti fa battere forte le mani senza convincerti con parole, prediche o catechismi.
Io, invece, che amo le sagre dove la gente si annoia ma almeno mangia, si ubriaca e fuma.
Io, invece, che amo le sale da concerto, dove la gente batte le mani solo se il direttore d'orchestra smettere di agitare la sua bacchetta magica.
Io, invece, che credo agli spiriti della natura, che vivono all'ombra dei vecchi alberi, nelle grotte profonde o nelle gallerie scavate sotto terra.
Io, invece, che credo agli dei che sono stati creati dagli uomini per mettere al sicuro le proprie paure.
Io, invece, che so di essere nato libero e che nessuno può mettermi le catene.
Io, invece, che so che la ricchezza è un sogno pesante come una catena per cani da guardia.
Io, invece, che amo più i gatti, che sono liberi e ti amano per convenienza, dei cani, che ti amano anche se li prendi a calci nel culo; anzi, allora ti amano di più (io sono un cane, poi, a dire il vero).
Io, invece, che amo andare a passeggio, in giro, in vacanza, in viaggio, da qualche parte, non importa poi tanto, in fondo, il dove.
Io, invece, che preferisco il teatro al cinema, perchè sul palcoscenico, in fondo, gli attori sono liberi di sbagliare la battuta, mentre il cinema è una grande prigione, in cui gli attori vengono tenuti rinchiusi in celle anguste come fotogrammi.
Io, invece, che preferisco litigare urlandoti in faccia le mie ragioni, affinchè anche tu mi urli in faccia le tue, e possiamo, alla fine, abbracciarci stretti felici di non avere avuto ragione.
Io, invece, che amo l'acqua che gorgoglia nella fontana e sparisce misteriosamente nel gorgo in cui si avvolgono le spirali del mistero della vita.
Io, invece, che preferisco la vasca da bagno alla piscina, perchè la trasognata pigrizia di un bagno dà più piacere della faticosa spossatezza di una nuotata in gabbia.
Io che amo l'odore dei fiori, ma non riesco a sentirlo quasi mai perchè ho il naso chiuso quasi sempre.
Io che amo andare in giro, a spasso fra sogni spaziosi come piazze e storie antiche come vecchie sorgenti.