In alto, là sulla croce, il fremito del corpo non fu molto evidente.
Era buio e il freddo della sera primaverile si era fatto più intenso dopo che il sole era sceso a nascondersi nelle viscere della terra.
Neanche il soldato di guardia, ormai, alzava più gli occhi verso quel legno appeso sopra la cima del monte.
Aveva rinfoderato la spada.
La lancia, ancora sporca del sangue fatto sprizzare dal costato con un colpo vigliacco, stava piantata nella terra dura come un cimelio, o come un segnale di morte. Lì accanto, il cimiero con la spazzola rossastra, sembrava, nell'oscurità, un mostruoso trofeo di guerra.
E invece era vuoto, vuoto come è vuota ogni vittoria conseguita in ogni battaglia.
Al primo entusiasmo, che fiotta ad ogni colpo mortale di spada come un orgasmo intrattenibile, segue la spossatezza del vuoto e poi la disperazione, come se uccidere un nemico non fosse altro che uccidere se stessi, tante volte quante sono le vittorie negli scontri sul campo di morte.
Una morte che non ha mai fine.
Una morte che non vuol dire riposo eterno.
Una morte lunga come la più dolorosa delle torture.
Il soldato teneva il bicchiere stretto fra le mani.
La mistura che mandava giù nella gola bruciava, ma non riusciva a dargli l'ebbrezza che cercava, nè l'oblìo che agognava.
Il corpo appeso ai chiodi infilati a colpi di sassi nel duro legno si era afflosciato di lato, come un sacco gonfio che non si tiene in equilibrio.
Le braccia restavano rigide e lunghe, distese, come rami storti e secchi.
Le ferite dei chiodi, alle mani, si erano allargate, facendo diventare le piaghe come grandi occhi ciechi.
I piedi, incrociati uno sopra l'altro, erano stati schiacciati dai colpi che avevano incassato il lungo chiodo centrale fino in fondo al tronco, dallo squarcio della ferita era zampillato un sangue rosso leggero e liquido che subito si era mischiato con la polvere grassa, per terra, e la terra, avida, subito aveva bevuto quel nettare, l'aveva inghiottito come fosse affamata da sempre.
Il soldato addentò la forma rotonda di pane schiacciato con la stessa fame con cui la terra si era saziata, vorace, di quell'impasto impuro di uomo e di morte.
Il bolo, nella gola del soldato si era indurito quando aveva sentito, nel buio, il gemito del corpo straziato appeso in cima alla croce.
Un'ombra era passata, là, sulla cima del monte, in quella lunga sera di morte.
Un'ombra che il soldato non era riuscito a vedere.
Forse il vento l'aveva spinta fino a quell'altezza , in quella sera di freddo servizio di guardia.
Fare la guardia al corpo di un morto, per un fiero soldato, era la pena più grande.
Nessun morto può sfuggire al suo destino, pensava il soldato mentre aspettava che le ore del turno finissero il loro giro di ronda.
Nessun corpo è mai sceso giù dalla croce dopo la fine della lunga agonia.
Il vento era freddo, come una triste angoscia che striscia nel buio.
I brividi scossero il soldato nella sua corta tenuta da battaglia leggera.
Lo scudo appoggiato ai piedi del legno infisso per terra ri rovesciò di lato, come spinto da un demone vile che si nascondeva nel buio.
Il corpo, là, sulla croce, fremette, come se un brivido l'avesse percorso, una corrente, un lampo, un sussulto.
Un lampo saettò dal nero del cielo.
Un attimo che accecò il buio della notte.
Negli occhi del milite comparvero gli spiriti di mille fantasmi.
Le nuvole nere perdute nel nero del cielo furono squarciate dal tuono, possente come la possente voce di un dio.
Sarebbe fuggito a gambe levate se non fosse stato un soldato già sfuggito ai mille agguati di mille battaglie.
L'agguato più vile era sempre quella della paura.
Di notte, la guardia ad un morto; non era questa la gloria che chiedeva un soldato al suo generale.
Il bottino non poteva essere quello di un giovane corpo straziato o le lacrime amare di una giovane madre inginocchio.
E neppure il pianto di un'amante lasciata a perire nello strazio di un amore perduto.
Un soldato non fugge dinanzi al nemico.
Nel buio della notte il corpo lento si mosse, là, sulla croce.
Ondeggiò un poco, sospinto dal vento.
La lunga chioma unta di sangue, di sputi e di sangue fu scossa, tremò.
Il lembo del panno che era stato appoggiato sul volto afflitto del morto fu sollevato dal soffio del vento leggero che giunse dalle profondità del corpo ghermito dai mostri notturni.
Un tanfo si sparse d'intorno, come se fossero state aperte le porte dell'Ade e ne fossero state vomitate le putrefatte anime dei morti.
Il soldato si spinse forte le mani sugli occhi e poi sul naso.
Un rumore lontano si passi lo rapì per un istante, distogliendolo dai pensieri d'angoscia che gli vagavano in testa.
Un'idea precisa, un nemico, un agguato, sembrava riportare al soldato il sangue alle mani, le mani alla spada, la spada alla gloria.
In un attimo il soldato fu rovesciato per terra.
A terra crollò il lungo legno a cui era appeso il corpo del giovane morto.
Un terremoto agitò la cima del monte.
Nella pianura lontana le case di misero fango si disfecero travolgendo gli abitanti ancora presi dal sonno.
Le bestie muggirono e belarono e abbaiarono disperatamente al buio che portava il vibrante odore di morte.
Una lunga fenditura si aprì, come una ferita profonda, nelle carni della terra, là, ai piedi del monte.
Fu ingoiato il corso del fiume.
Il tempio, lontano, fu abbattuto da uno scossone più forte.
Il soldato imprecò.
La bestemmia si levò forte ma si perse nel disordine che regnava sovrano, ormai, là, in quella terra lontana.
Dalle finestre lontane del cielo, soddisfatto, sorrise il dio crudele dei terremoti.