13 mar 2013

FIABA DEL SOLDATO

CROCE SU UN MURO DI LONDRA photo by pierperrone


In alto, là sulla croce, il fremito del corpo non fu molto evidente.
Era buio e il freddo della sera primaverile si era fatto più intenso dopo che il sole era sceso a nascondersi nelle viscere della terra.
Neanche il soldato di guardia, ormai, alzava più gli occhi verso quel legno appeso sopra la cima del monte.
Aveva rinfoderato la spada.
La lancia, ancora sporca del sangue fatto sprizzare dal costato con un colpo vigliacco, stava piantata nella terra dura come un cimelio, o come un segnale di morte. Lì accanto, il cimiero con la spazzola rossastra, sembrava, nell'oscurità, un mostruoso trofeo di guerra.
E invece era vuoto, vuoto come è vuota ogni vittoria conseguita in ogni battaglia.
Al primo entusiasmo, che fiotta ad ogni colpo mortale di spada come un orgasmo intrattenibile, segue la spossatezza del vuoto e poi la disperazione, come se uccidere un nemico non fosse altro che uccidere se stessi, tante volte quante sono le vittorie negli scontri sul campo di morte.
Una morte che non ha mai fine.
Una morte che non vuol dire riposo eterno.
Una morte lunga come la più dolorosa delle torture.

Il soldato teneva il bicchiere stretto fra le mani.
La mistura che mandava giù nella gola bruciava, ma non riusciva a dargli l'ebbrezza che cercava, nè l'oblìo che agognava.
Il corpo appeso ai chiodi infilati a colpi di sassi nel duro legno si era afflosciato di lato, come un sacco gonfio che non si tiene in equilibrio.
Le braccia restavano rigide e lunghe, distese, come rami storti e secchi.
Le ferite dei chiodi, alle mani, si erano allargate, facendo diventare le piaghe come grandi occhi ciechi.
I piedi, incrociati uno sopra l'altro, erano stati schiacciati dai colpi che avevano incassato il lungo chiodo centrale fino in fondo al tronco, dallo squarcio della ferita era zampillato un sangue rosso leggero e liquido che subito si era mischiato con la polvere grassa, per terra, e la terra, avida, subito aveva bevuto quel nettare, l'aveva inghiottito come fosse affamata da sempre.
Il soldato addentò la forma rotonda di pane schiacciato con la stessa fame con cui la terra si era saziata, vorace, di quell'impasto impuro di uomo e di morte.
Il bolo, nella gola del soldato si era indurito quando aveva sentito, nel buio, il gemito del corpo straziato appeso in cima alla croce.

Un'ombra era passata, là, sulla cima del monte, in quella lunga sera di morte.
Un'ombra che il soldato non era riuscito a vedere.
Forse il vento l'aveva spinta fino a quell'altezza , in quella sera di freddo servizio di guardia.
Fare la guardia al corpo di un morto, per un fiero soldato, era la pena più grande.
Nessun morto può sfuggire al suo destino, pensava il soldato mentre aspettava che le ore del turno finissero il loro giro di ronda.
Nessun corpo è mai sceso giù dalla croce dopo la fine della lunga agonia.
Il vento era freddo, come una triste angoscia che striscia nel buio.
I brividi scossero il soldato nella sua corta tenuta da battaglia leggera.
Lo scudo appoggiato ai piedi del legno infisso per terra ri rovesciò di lato, come spinto da un demone vile che si nascondeva nel buio.
Il corpo, là, sulla croce, fremette, come se un brivido l'avesse percorso, una corrente, un lampo, un sussulto.

Un lampo saettò dal nero del cielo.
Un attimo che accecò il buio della notte.
Negli occhi del milite comparvero gli spiriti di mille fantasmi.
Le nuvole nere perdute nel nero del cielo furono squarciate dal tuono, possente come la possente voce di un dio.
Sarebbe fuggito a gambe levate se non fosse stato un soldato già sfuggito ai mille agguati di mille battaglie.
L'agguato più vile era sempre quella della paura.
Di notte, la guardia ad un morto; non era questa la gloria che chiedeva un soldato al suo generale.
Il bottino non poteva essere quello di un giovane corpo straziato o le lacrime amare di una giovane madre inginocchio.
E neppure il pianto di un'amante lasciata a perire nello strazio di un amore perduto.
Un soldato non fugge dinanzi al nemico.

Nel buio della notte il corpo lento si mosse, là, sulla croce.
Ondeggiò un poco, sospinto dal vento.
La lunga chioma unta di sangue, di sputi e di sangue fu scossa, tremò.
Il lembo del panno che era stato appoggiato sul volto afflitto del morto fu sollevato dal soffio del vento leggero che giunse dalle profondità del corpo ghermito dai mostri notturni.
Un tanfo si sparse d'intorno, come se fossero state aperte le porte dell'Ade e ne fossero state vomitate le putrefatte anime dei morti.
Il soldato si spinse forte le mani sugli occhi e poi sul naso.
Un rumore lontano si passi lo rapì per un istante, distogliendolo dai pensieri d'angoscia che gli vagavano in testa.
Un'idea precisa, un nemico, un agguato, sembrava riportare al soldato il sangue alle mani, le mani alla spada, la spada alla gloria.

In un attimo il soldato fu rovesciato per terra.
A terra crollò il lungo legno a cui era appeso il corpo del giovane morto.
Un terremoto agitò la cima del monte.
Nella pianura lontana le case di misero fango si disfecero travolgendo gli abitanti ancora presi dal sonno.
Le bestie muggirono e belarono e abbaiarono disperatamente al buio che portava il vibrante odore di morte.
Una lunga fenditura si aprì, come una ferita profonda, nelle carni della terra, là, ai piedi del monte.
Fu ingoiato il corso del fiume.
Il tempio, lontano, fu abbattuto da uno scossone più forte.
Il soldato imprecò.
La bestemmia si levò forte ma si perse nel disordine che regnava sovrano, ormai, là, in quella terra lontana.
Dalle finestre lontane del cielo, soddisfatto, sorrise il dio crudele dei terremoti.

6 mar 2013

FIABA DELLE DUE CITTA'

Napoli - Incendio Città della scienza - Il Mattino. 5/3/2013



In questa città non succede mai niente.
Questa è la città dei morti.
Qui regnano pace eterna e silenzio.
Qui nessun vento scuote le cime degli alberi.
Tutto se ne resta calmo, inerte, immobile ...
Poichè, qui, non può succedere più nulla.

E' nelle città dei vivi che succede sempre qualcosa.
Non in questa città, che è la città dei morti.
Nelle città dei vivi regnano incertezza perenne e sofferenza.
Là, il vento spezza i rami, scuote le chiome e impaura il cielo.
Tutte le cose, lì, sono in continuo movimento e instabilità.
Poichè, lì, niente potrà mai essere certo.

Io abito in questa città dei morti.
Qui, cadono le facciate dei palazzi signorili.
E, qui, di notte, vengono dal mare i mostri a mettere a ferro e fuoco i luoghi dove si costruisce il futuro.
Qui, nella città dei morti, il silenzio cannibale divora le anime di quelli che furono vivi.
Qui, il clamore delle folle è un rombo di cannoni che si lascia dietro solo una scia di sangue e corpi dilaniati.
Questa è la città dei morti e qui non succede mai niente.

Nelle città dei vivi si lotta e si combatte.
Nelle città dei vivi ci si ama e ci si odia, ma comunque ci si deve tenere stretti.
Nelle città dei vivi si nasce e si muore.
Lì il sangue a volte ribolle e si commettono terribili errori.
Lì, scorrono la vita e la storia, lì, nelle città dei vivi.
Lì si sbaglia e si paga, si cade e ci si rialza, se se ne trova la forza.

No, non qui, non nella città dei morti.
Qui i muri sono eternamente candidi come pallidi sudari.
Qui i fiori durano per sempre e sono freddi come pietre che si portano appese al collo.
Qui la notte non avrà mai fine e nessuno userà mai la luce per dipingere il giorno.
Qui, nella città dei morti, l'ordine infinito ha sconfitto per sempre il caos della creazione.
E' qui, nella città dei morti, che tutto ciò che accade si tramuta in oblìo senza fine.

Nelle città dei vivi si piange per la morte.
Nella città dei vivi ci si spinge, dannati, nella calca, per vedere sorgere ogni nuovo domani.
Lì, è lì, nelle città dei vivi, che il sole sorge alto, ogni mattina e segna il cammino.
E lì, è ancora lì, nelle città dei vivi, che, per morire, ogni sera, il sole, felice riempie di baci la luna.
E' lì, lì, nelle città dei vivi che la vita s'affida alle stelle per sconfiggere il buio.
E' lì che, vivi, anche noi siamo stati, un giorno. Abitanti delle città dei vivi.

2 mar 2013

FIABA DELLA PRIMAVERA


William-Adolphe Bouguereau - Brezza di primavera, 1895

Sfioro la tua pelle.
Il volto tuo tiepido, d'un leggero rossore s'emoziona.
Le mie dita tremano sul levigato seno tuo.
Pallida bimba.
M'offri il tuo primo bacio d'amore.
Una lieve ferita si disegna all'angolo della delicata tua boccuccia.
Acerba innocenza.
Purezza dell'acqua di fonte.
Casto volo della prima garrula rondine.
Nervoso sorriso di bimba.
Stupore che scopre il sapore del mondo nudo sotto il nero manto d'inverno.
I tuoi petali sono freschi.
Fragranza di tutte le essenze dei fiori.
Con la lingua accarezzi, casta, dietro i candidi dentini di bimba, lo stelo perduto d'un frastornato filo d'erba di campo.
Il vezzoso ornamento delle tue ciliegine non ha mai preso il calore del sole.
I tuoi occhi si sono fatti di cielo.
L'azzurro profondo del giorno morente scolora nel giallo mentre si alza il desiderio della sera che scende.
T'ho guardata.
Andavo e m'ha preso la mano.
M'ha catturato il tuo sguardo viola del cielo che scolora di sera.
Or donna ti sei fatta.
Dei color della passione s'è presa la notte.
Un bagliore diafano t'illumina le gote.
Uno spirito intorno t'aleggia leggero.
Il tuo abbraccio mi prende.
Il tuo odore denso m'avvolge.
E' odore di donna matura.
Le stelle intorno s'affollano, nascoste dietro un sipario calato.
Sento il respiro tuo, il tuo soffio mi scompiglia i capelli, un brivido acuto mi scuote.
Mi prendi mentre sono ancora per strada.
Le scie dei motori mi ronzano intorno.
O è l'emozione che non riesco più a sostenere?

La tua pelle.
Ho la tua pelle sotto le labbra.
Sento il sapore del tuo seno di pesca matura.
Oggi sei ancora una bambina immatura.
Una pesca aspra e inesperta.
Aggrappata al tuo albero tieni stretta il ventre succoso.
Non conosci ancora l'amore aperto del sole. La sua calda carezza, il sudore che scorre, scende... s'insinua confuso ai succhi densi d'amore.
E' desiderio di porpora, rubino di fuoco, smagliante supremo sguardo di donna.
L'ultimo bagliore d'inverno sfuma nel bocciolo che timido s'offre alla mia bocca.
Il primo tepore accarezza la gemma che s'è indurita appena sul ramo.
Nel cielo treman le stelle ancora lontane. Si godon lo spettacolo eterno dell'amore senza pudore, l'eterno ciclo di vita.
Un misterioso richiamo unisce Bellezza e Piacere.
Il desìo d'una rosa carnale che attende impaziente il suo sole ancora lontano.
Il languido inverno sospira ora e poi muore. E' la prima carezza di primavera, stasera.
La chimica della natura esplode in  mille bagliori di gioia.
Bevo latte e miele dalle tue coppe verdi di vergine.
D'amor nettare che inebria, aria che sazia, voluttà che scorre giù nella gola profonda, più giù, fino al centro più profondo del cuore.
Ombre pudìche nascondon le carezze di due canarini che gorgheggiano assorti sopra un ramo che trema.
Il loro canto inebriante inonda d'amore il mondo che, sordo, cieco, intorno, se ne resta. 
Gli amanti gorgheggian felicemente legati.
Il velo di Venere or cade, in questa prima sera di primavera.
La perfezione si bagna languida nel fiume ch'è turgido d'invernali correnti.
Un giovanetto s'è assiso ad ammirare lo sboccio dei sensi divini sulle gorgoglianti rive di ruggente piacere.
E' il dio dell'amore.
Le dita sono antenne che attendono l'onda che farà vibrare la sua corda armoniosa.
La dea si volta offrendosi morbida.
Si stende e s'offre piena di grazia.
Il giovane s'accosta.
Ha una freccia al suo arco teso.
Un abbraccio si rotola spensierato nel verde dell'erba che ride felice.
Il corpo del giovane scompare tra le braccia della dea in amore.
L'amore s'è fatto primavera.
Il suo seme s'è sparso qui sulla terra.

27 feb 2013

STORIA DELLO STATO DI CACANIA


photo by pierperrone


Quando l'ultimo elettore mise la sua pallina nell'urna il silenzio si fece pesante.
Tutta la seduta si era svolta in un clima di grande tensione, come accade sempre quando si scrive una pagina di storia. 
La fatica di vivere momenti come quelli scava i volti, serra i denti sotto le mascelle che si fanno dure come pietre, i sorrisi si affilano come coltelli, le risate, quando non si possono proprio trattenere, fanno il rumore che fanno le bombe.
Il più esplosivo è il silenzio, però.
E' deflagrato quando l'ultimo voto è stato inserito nell'urna.

L'esito di quella votazione parlamentare è stato a suo modo una svolta, nella storia di quella nazione.
Il governo non riuscì ad essere formato.
Le grisaglie dei parlamentari, sudate per la palpabile emozione che aveva animato quei corpi grassi e poco avvezzi all'azione ed alle grandi decisioni, all'improvviso, dopo che la voce dello speaker cessò di rimbombare per le volte delle sale del grande palazzo pubblico, gelarono.
I volti si fecero di pietra.
Cerei, gli occhi si sgranarono in sguardi perduti.
Le mani si contorsero in gesti di rappresa disperazione.
Il destino ora, era stato appena proclamato, si doveva compiere fino in fondo.
Il Paese non aveva un nuovo governo.
E con quella mancata formazione, con quella deliberazione funesta, veniva a compiersi la condizione prevista  dalla legge di dissoluzione nazionale approvata, come ultimo atto, dal governo appena scaduto, l'ultimo governo in carica nel Parlamento dello Stato di Cacania.

Le piazze oggi sono ancora piene dei resti delle manifestazioni di giubilo che seguirono alla votazione di cui abbiamo appena parlato.
Bandiere stracciate, aste spezzate, insegne del potere bruciate, dove una volta c'erano statue inneggianti al potere, ora ci sono macerie, forme metalliche ammaccate e mozze, pietrame informe.
La furia del popolo delle cavallette che aveva invaso le piazze della capitale di Cacania aveva distrutto tutto.
Automezzi militari fumanti erano accartocciati al fianco di autovetture abbandonate in balia della furia distruttrice.
I portoni dei palazzi governativi erano sfondati.
Il colore fuliginoso degli incendi aveva coperto le pareti prima candide e ben dipinte.
Le strade ora erano deserte, come se un pifferaio magico le avesse disinfestate da quella massa animalesca che aveva divorato tutti i segni della civiltà che pure aveva dato ampio lustro internazionale allo Stato di Cacania.
Nè un uomo, nè una donna, per strada.
Non un canto di usignolo, non un volo di colombe.
Non la voce di un bimbo, nè la malinconia di un passante.

Il voto era stato preceduto da alcune giornate di trattative convulse.
Il vecchio premier, un anziano professore che aveva dovuto prendere a reggere le sorti del paese a causa di alcuni scandali che avevano falcidiato la classe politica al potere eletta dal popolo di Cacania secondo i sacri riti della democrazia allora in vigore, non aveva retto alla fatica.
O forse si era reco conto che non c'era più niente da fare.
Era restato solo a reggere il governo, dopo che i suoi ministri, uno ad uno, avevano preferito rassegnare le loro irrevocabili - così le avevano definite - dimissioni.
Più che dimissioni quelle erano una fuga vera e propria, dopo che alcuni sottosegretari erano stati trovati morti e quelle morti, in tutti i casi, erano già sei o sette, erano state provocate secondo misteriosi cerimoniali di tortura, solo così si possono definire quegli scempi su miseri corpi umani, che erano stati così efferati che persino nei rapporti delle polizie criminali si era dovuto ricorrere agli omissis e comunque quei rapporti, per debita prudenza, erano stati segretati per non essere resi pubblici neanche in forma incompleta.
Quando il primo ministro si rese conto di essere rimasto solo, l'ultimo, la vittima predestinata, l'agnello sacrificale, il capro espiatorio, compose il testo di quella strana legge bifronte.

"Con i poteri straordinari dell'amministrazione di fatto del potere politico dello Stato di Cacania, che mi sono stati conferiti dalla speciale situazione di tragedia in cui è venuto a trovarsi il Paese in queste ore, io, presidente del consiglio dello Stato di Cacania, promulgo l'ultima legge del Parlamento.
I deputati eletti a suffragio universale ed i senatori a vita cui la carica è stata conferita sena potere di dimissioni, sono chiamati, entro tre giorni da oggi, ad esprimersi sulla seguente alternativa.
Con voto segreto da esprimere con il ricorso al metodo della palline bianche o nere, sarà presa la decisione di nominare - oppure di non nominare - un nuovo governo.
Se le palline di colore nero che saranno depositate nell'urna saranno in numero superiore a quelle bianche, gli elettori avranno deciso che lo Stato di Cacania non avrà più un nuovo governo a rappresentarlo di fronte al Polo.
Se le palline nere saranno in numero superiore a quelle di colore bianco, lo Stato di Cacania si scioglierà definitivamente ed ogni vincolo sociale ed ogni situazione di diritto sarà sciolto per sempre senza più alcuna possibilità di ricostituzione.
Se gli abitanti dell'attuale Stato di Cacania volessero decidere di costituirsi nuovamente in uno Stato sovrano dovranno procedere alla indizione di apposite assemblee popolari che si daranno apposite e specifiche regole di funzionamento, finalizzate al miglio funzionamento in vista dello scopo prefissato.
In ogni caso, il nome di Cacania verrà cancellato dagli archivi ed albi pubblici del disciolto Stato, affinchè non resti a memoria detto nome.
Resta deciso che il nome di Cacania non potrà più essere usato per la denominazione di un altro Sato dopo la predetta cancellazione.
Visto, firmato e sottoscritto
Il presidente del consiglio dello Stato di Cacania".

L'ultima pallina nera, cadendo nell'urna, fece rumore.
Come un detonatore, aveva innescato il rombo del silenzio che si precipito sull'Assemblea che aveva, ancora inconsapevolmente, dato che il risultato non era ancora stato promulgato, deciso di non nominare un nuovo governo.
La voce dello speaker era stata querula, quando aveva letto il risultato.
Nei bagni, un onorevole si era impiccato.
Nelle sue mani aveva ancora una copia dell'ultima legge del presidente del consiglio, su cui aveva aveva scarabocchiato qualcosa di incomprensibile vergato con una calligrafia tremolante ed incerta.
Nelle sue tasche fu trovata dal personale di servizio e dalla polizia una fotografia di una ragazza nuda con un numero di cellulare, nei cassetti della sua scrivania nello studio a lui destinato nel grande palazzo del Parlamento furono rinvenute alcune riviste politiche, un giornale di annunci aperto alla pagina delle offerte di massaggi ed una serie di lettere commendatizie.
Il fuggi fuggi fu immediato, quando la voce del ritrovamento del corpo si sparse per i corridoi.
Non rimase nessuno.
Solo il presidente del consiglio, dopo che ebbe licenziato lo speaker rimasto ammutolito.

L'ultimo uomo di Stato, l'ultimo rappresentante ufficiale dello Stato di Cacania, cominciò, con lentezza esasperante, a spogliarsi degli abiti di scena, uno ad uno.
Mentre cerava di ripiegarli ordinatamente, un movimento maldestro fece rovesciare la piccola piramide che andava formandosi sul piano della stretta sedia di servizio.
Nudo, andò dinanzi alla telecamera che aveva ripreso quell'ultima decisiva riunione parlamentare che, ora, alla fine, andava trasformandosi in un mesto funerale di Stato.
Il funerale dello Stato di Cacania.
Naturalmente.
Una volta che fu completamente nudo, l'ex primo ministro cominciò ad allontanarsi cercando l'uscita in fondo al lungo corridoio.
Quando la trovò, dopo un breve pellegrinare, varcò con indecisione la soglia.
Gettò uno sguardo fugace verso l'interno.
Poi si voltò e si offri, così, nudo, alla folla che si accalcava nella grande piazza.
Non si sa se fu per la sorpresa, oppure perchè non fu riconosciuto, privo delle insegne del potere, o se fu per il ribrezzo che provocava il corpo nudo di un povero vecchio , ma potrebbe anche essere stato uno strano ed imprevedibile sentimento di pietà, ma questo è più improbabile, perchè si sa, una folla non prova pietà, semmai ferocemente, prova eccitazione e rabbia, comunque sia, saranno i posteri a deciderlo, quella gran massa di belve fameliche ed assetate di sangue si aprì in due grandi ali che non potevano volare.
Fu come si Mar Rosso fosse tornato ad aprirsi.
Ma un mare di uomini urlanti, i cui marosi sono più distruttivi dei morsi delle onde tempestose del Mar Rosso infuriato.
Il vecchio corpo nudo l'attraversò con una specie di fierezza incomprensibile.
Il silenzio si fece di pietra.
Il cielo si abbassò come per vedere meglio.

Il corpo dell'ex primo ministro, dell'ultimo capo di governo dello Stato di Cacania non fu mai più ritrovato.
Nessun rapporto fu più steso.
Le guardie di confine avevano abbandonato le divise nei posti di frontiera, nessuno più avrebbe controllato se clandestinamente un uomo nudo avesse lasciato un paese che non esisteva neanche più.
In un batter d'occhio, dopo la furia devastatrice del mare che sradicò qualunque forma di civiltà preesistente, la grande piana dove sorgeva lo Stato di Cacania tornò ad essere una vasta pianura desertica.
La  natura molto presto, felice, venne a prendere possesso degli ultimi relitti di una civiltà che aveva deciso di abdicare a se stessa.
Nessun uomo mai più percorse i viali che una volta erano stati alberati.
Le lunghe tracce diritte delle strade furono ben presto sentieri che nessuno più avrebbe percorso.
Solo qualche vecchio animale venne a morire in queste latitudini desolate, forse senza neanche sapere perchè nè che cos'era la morte.
Io sono venuto a sapere della storia dello Stato di Cacania attraverso antiche leggende udite nel villaggio e che narrano di una specie di Atlantide nascosta sotto la polvere di un deserto lontano.
Resta solo una mappa metallica, misteriosa e incomprensibile.
Alcuni dicono sia stata vergata di proprio pugno dal vecchio primo ministro dello Stato di Cacania.
Per altri, invece, era il frutto di un'interpretazione basata sui ricordi di qualcuno degli antichi abitanti di Cacania che aveva udito con le proprie orecchie l'ultimo annuncio dello speaker parlamentare svanito poi nel nulla.

24 feb 2013

LA FIABA DEL CIECO


photo by pierperrone


Camminavo per le vie della città, svagato.
Sai, quei giorni che le gambe sono un pò flosce, senza una vera ragione. 
Forse saranno stanche anche loro, chissà cosa gli passa per la testa.
Camminavo per le solite vie, quelle di sempre, e andavo con la testa persa in chissà quali pensieri.
A volte sono quelli ad andarsene in giro da soli, senza chiedere il permesso, senza neanche avvisare.
Io il permesso, l'avevo chiesto, invece, prima di uscire.
La testa mi faceva un pò male, forse era il gran vuoto, il senso di stanchezza, la noia, l'essersi perso...
Le tempie battevano, educatamente a dire il vero, come se chiedessero di dire qualcosa.
Ma io non stavo mica a sentirle.
E chè, non avevo voglia di niente, solo di andarmene, le mani sprofondate nel fondo delle tasche, sul tappeto mobile di una via qualunque.

Per fortuna in questa città ci sono tante strade e ognuna conduce da qualche parte, rimuginavo nella mia mente sovrappensiero, un poco svanita e un poco distratta.
"Si crede che sia così", mi ha detto una voce, garbatamente.
Oh, beh, inizialmente non pensavo che si rivolgesse a me.
"Si crede che sia così, che ogni strada porti da qualche parte", mi sono sentito ripetere, con un pò più di fermezza nella voce che si era fatta più alta.
Ma sempre con molto garbo.
"Eh, beh, ha ragione, tutti credono che sia proprio in questo modo, che ogni strada conduca in qualche posto", ho detto io, annuendo col capo, il mio gesto amplificato dal largo cappello a falde che fendeva l'aria orgoglioso della raggiunta rotondità.
"Eh, è facile. Basta seguire una strada, anche una lunga e diritta, una di quelle che non sembrano avere uno sbocco, imbottigliate fra la quinta di fondo di uno scenario urbano qualsiasi ed i larghi palazzoni alti e compatti come muraglie inespugnabili."
"Ma che bel modo di descrivere che ha, mia cara", ho risposto, così, tanto per dire qualcosa.
Un pò complimentoso e un poco servile.
"Basta andare. E basta ancora meno, proprio come sta facendo ora lei, che cammina sopvrappensiero".
"Cosa?", ho chiesto, ma più così, tanto per non essere sgarbato fino in fondo.
"Ma lei lo sa dove sta andando? Mi dica, se lo sa, dove porta questa strada?"

Da qualche parte, ho pensato, trasecolando, sorpreso.
Ma perdìo, ogni strada porta da qualche parte.
Il punto è sapere dove si trova questa qualche parte a cui conduce questa strada.
Io per esempio so che ogni passo mi porta da qualche parte, potrei girare da questo lato, così, tanto per vedere a chi appartiene questa voce.
O potrei girare sui tacchi, tornare da qualche parte, di dove sono venuto...
"Si, ogni passo conduce da qualche parte, signore. Ha ragione", la voce adesso voleva concedere qualcosa, per essere cortese.
Ma io la temevo, sapevo che aveva un coltello in mezzo ai denti, pronto ad affondarmelo dritto in mezzo alla
schiena.
"Si, signore, proprio come lei sta pensando. Ora può girare da questa parte, per sfuggirmi, oppure girarsene sui tacchi per ritornarsene sui suoi propri passi."
A questo punto mi colse un'ansia incontenibile ma, insieme, molto sotterranea, come un brivido profondo, una scossa elettrica.
Cosa mai voleva dire quella voce che restava sospesa lì, al mio fianco?
E' vero, non avevo fatto tentativi per sfuggirle, ma neanche avevo agito per portarmela insieme a spasso per la strada.
Non provai l'impulso di voltare la direzione del mio cammino.
Ero forse presuntuoso?
Eppure mi pareva così oltremodo surreale che quella voce mi stesse piano piano facendo sua preda.

Cominciavo a sentirmi come un animale in trappola.
Aspettavo la prossima mossa temendone l'imminente arrivo.
Giunse un soffio di vento, leggero, tiepido, odoroso.
Improvvisa, una folata di vita si era intrufolata nella mia silenziosa passeggiata.
D'istinto feci un gesto, non so se per scacciarla o per afferrarla.
"Si afferri a quella maniglia, la prenda, la prenda. Quel soffio  è la sua vita che parte!", m'invitò con decisione la voce.
Lo sapevo, ecco quel'era stata la sua mossa.
Prevista, attesa, tenuta.
Eppure imprevedibile allo stesso tempo, come tutte le cose della vita.
E' giunto il momento che io faccia qualcosa, pensai scuotendo i miei pensieri.
Forza, decidetevi, voi, distratte volontà, fate qualcosa.
Posso voltare i passi da un'altra parte.
Oppure posso essere più originale, alzare gli occhi, guardare, ora, dove sono giunto, in questa cieca passeggiata, smentire con un attimo di identificazione ogni cattivo pensiero di questa voce malfidata.
Potrei anche chiedere a lei, se sa, mica, dove si trova, ora che sbruffoneggia contro di me, come fosse un vigile urbano che eleva, arrogante, la sua contravvenzione contro tutte le direzioni sbagliate della vita.
Potrei anche scacciarla in malomodo, come si scaccia una petulante mosca estiva, o schiacciarla, come una schizzinosa zanzara...

Il mare delle possibilità mi si spalancò davanti all'improvviso, con i suoi gorghi, le sue profondità sconosciute, le sue infinite possibilità di perdersi...
Decidere.
Ecco.
Questo era il compito.
Decidere dove andare, qualcosa da volere, qualcosa da fare.
I miei pensieri e le mie volontà hanno disertato.
Constato con tutta evidenza che ormai, dato che la leva obbligatoria è stata abolita, nei fortilizi militarizzati dei miei pensieri non è rimasto nessuno a difendere le mie postazioni.
Anche i miei passi, ormai, arrancavano, più annoiati che stanchi.
Era come il lento raffreddarsi del passo si una locomotiva.
Il marciapiede, diritto come un binario, mi conduceva sicuro, ma il mio treno non era segnato sull'orario appeso alla stazione.
E neanche la stazione si vedeva, ancora, affacciarsi all'orizzonte, con i suoi fazzoletti sventolati malinconicamente, i suoi singhiozzi, le sue speranze, i suoi sogni...
Una comitiva chiassosa schiamazzava poco lontano, ma ero sicuro che non erano loro i miei compagni di viaggio, nello scompartimento che stavo occupando forse senza biglietto.

Vedevo i pesanti sbuffi di caligine sputati dal comignolo della locomotiva che lenta stava ripartendo svanire poco a poco, farsi parte di quello, grigie nubi rigonfie di vapore grasso che entravano nel grande flusso del tempo.
Lo spazio si era fatto sempre più basso, sotto quella cappa pesante.
La luce del giorno s'infiacchiva sempre di più, come il mio desiderio di andarmene in giro a passeggio.
Avevo notato troppi dettagli.
Per un cieco è uno sforzo che può costare un'intera giornata.
Volevo chiedere scusa e svanire, anch'io, nell'ombra in cui stava svanendo il fumo della locomotiva a vapore che ormai era diventata un puntino nero perso nel punto di fuga della prospettiva di una vita annegata nel buio.
I miei passi distratti s'erano, me ne accorgevo, fatti accorti.
Avevo paura.
Il piede esitava.
L'esitazione stavolta era il terrore che il vuoto l'ingoiasse portandosi appresso tutto me stesso in quel vasto mare che non riesco neanche a vedere.
Sono cieco.
Dalla nascita.
Non ho mai visto il colore di un fiore.

Io sono cieco, si.
Ho sempre camminato così, distrattamente, senza vedere.
Sono una marionetta, un pupazzo, una speciale bambola senza fili.
Un meccanismo senza ingranaggi.
"Io sono cieco", ho urlato.
La mia voce ha dato sulla voce alla voce.
Disperatamente.
Il silenzio dei sordi all'improvviso s'è spalancato come un baratro, davanti alla mia bocca.
La mia voce s'è inabissata in fondo a quel vuoto.
Ora sono sordo.
Ho pensato.
Perdutamente.
Sono un aquilone che sbatte le ali, distratto. Sono una cometa che vaga nel cielo bruciato.
Non so se l'ho pensato o se l'immaginazione mi ha ingannato anche stavolta.
Camminando nel vuoto ho imparato a tenermi sospeso nell'aria.
Sono leggero.
Solo una voce, ogni tanto, mi fa compagnia nei momenti in cui passeggio distratto...