28 apr 2013

FIABA DELL'AMICO

studio di Pietro CANONICA - Museo P. CANONICA (Villa Borghese. Roma) - photo by Pierperrone 

Ti ricordi?
Amico mio, ti ricordi?
Come eravamo piccoli, allora!
Bambini.
Senza la barba. Voci sgraziate e occhi innocenti sbarrati.
Per strade sconosciute disegnavamo le vie del mondo.
Io la mia e tu la tua.
Andavamo insieme.
Andavamo per le vie della città.
Contavamo i sassi, le antiche pietre, i gradi degli archi che la storia aveva innalzato per noi.
Eravamo angeli.
Maschi e femmine.
Amore passione e desiderio.
Fuoco che arde.
E argento che corre, ora, ancora.
Per le strade, corriamo.
Corriamo appresso ad una palla che rotola, folle nel cielo.
Ridendo.
Chiassosa e volubile.

Ti ricordi?
Amico, mio, ti ricordi?
Come eravamo; già grandi, allora!
Con le parole dipingevamo il mondo, attorno a noi, e lo facevamo crescere.
Le nostre parole erano sangue.
Sangue sgorgato dal cuore.
Parole che, come mattoni, davano vita alle cose della vita.
Leggere come farfalle che si posavano ai nostri piedi, per farsi ammirare.
Erano cose da grandi, cose che odoravano di vita e di morte.
Ma era il mondo.
Era il mondo che volevamo scoprire.
Il mondo veniva a farci la riverenza e c'invitava al nostro giro di danza.
Io la mia e tu la tua.
Ci girava la testa, poi.
Ma non avevamo paura.
Guardavamo il mondo girare e allungavamo la mano, per poterlo afferrare.
E quello, folle, rideva, felice, e girava. 
E ora, ancora, continuava a girare.
Giocando.

Ti ricordi?
Amico mio, ti ricordi?
Così eravamo, allora. 
Cosa siamo, ormai, noi, ora, lo sai ?
Con i nostri pennelli abbiamo dipinto la tela dei giorni.
Tu la tua ed io la mia.
Abbiamo vissuto.
Abbiamo scritto le nostre poesie d'amore.
Io la mia e tu le tue.
Parole che si son fatte di carne.
Carne della nostra carne che ha dato la vita a dei fiori.
Fiori, ora, che, liberi, vanno in giro per il mondo, da soli.
La pioggia li nutre.
Cresceranno.
Eppure temiamo il temporale, se il cielo si fa scuro, sopra di noi.
Ma il temporale non ci ha spezzato, quando ha spazzato le strade.
E il vento, neppure,quando forte ha soffiato, ha potuto piegarci.
Caro amico, questo è il bello.
Poter raccontare che siamo siamo la vita.
Possiamo ben dirlo.
Siamo stati steli, verdi rami, gemme e poi foglie e ancora frutti, aspri ed acerbi.
Ed ora, che siamo maturi, stiamo ancora attaccati a quel ramo e ci piace essere baciati dal sole.

Ti ricordi?
Amico mio, ti ricordi?
Suonava la musica, allora!
Era la musica del paradiso e correva come un vento leggero.
Un vento che spargeva dovunque il nostro fertile seme.
Ingravidavamo il grembo mondo.
Non si è ancora posato, quel vento.
Neanche quando la musica, grave, ha fatto le sue lunghe pause stanche.
Noi, piccole note stonate, stiamo al nostro posto, ora, là, sul pentagramma.
Nell'ordinata attesa paziente che arrivi, dunque, il nostro turno, ancora una volta.
Conosciamo bene il nostro ritmo, tu ed io, amico carissimo, mio.
Tu il tuo ed io il mio.
E l'armonia che ci ha riuniti.
La nostra.
Sono stati lunghi i percorsi di fuga, e i contrappunti.
S'è squadernato, ormai, lo spartito, quì, sotto gli occhi nostri attenti e severi.
Abbiamo imparato a suonare la nostra parte, con professionale maestria.
E ci piace suonare dinanzi al nostro pubblico, raccolto nel teatro del mondo.
Un piccolo pubblico di affezionati fedeli.
Amatori.
Intenditori che ci battono forte le mani.
Soddisfatti.
Prima che lo spettacolo finisca.
E cali, infine, il sipario.

19 apr 2013

VELENO

Momò Calascibetta - AMOUR, AMORE, DONNA


'O bbeleno è niro
rint' 'a tazza. Abbrucia!
E ppò, a mmè, me piace doce,
sì, doce; doce assaje.

'O bbeleno è niro,
è 'na notte senza stelle.
Cull'uocchie chiuse
i' me stò sunnann' 'a morte.

E' niro, 'o bbeleno e coce, 
volle. 'Nu sang' avvelenato
d'ammore,  c'abbrucia
primm' 'e s'aggelà.

'O bbeleno niro volle, si,
è amaro... e senz' 'e te
nun se pò ffa' mai doce,
morte mia, s'ì stong' sulo!

'O ccafè è niro,
rint' 'a tazza. Abbrucia.
E a mmè me piace doce,
sì doce, ma doce, doce assaje.

'O ccafè è niro,
è 'na notte senza stelle.
Cull'uocchie chiuse
te stò sunnann', 'ammore!

E' niro 'o ccafè e volle,
coce,.'Nu sang' avvelenato
d'ammore c'abbrucia
e senz' e tè nun se pot'acquietà.

'O ccafè niro volle, sì,
è amaro... ma mò ca stai 'cum'mè
s'è fatto doce, sì, doce assaje.
Comm' a ttè, abbrucia, ammore mio!

11 apr 2013

FIABA DELL'OTTIMISMO

Spring - photo by pierperrone

La cascata di luce mi ha sorpreso di prima mattina.



All'inizio, per la verità, si trattava di un rigagnolo, un rivolo che scorreva piano, alimentando un lago molto ampio, di colore leggero, tenue, indeciso.
Un piccolo corso di luce liquida che sgorgava direttamente da un mare scuro e profondo, intenso e preoccupato.
Indeciso.
Svagato.
I lontani riverberi di una macchia nascosta si spandevano, senza darlo a vedere, sulla superficie liscia della tenebra notturna.
Scoloriva, un pò per volta, impercettibilmente, il mondo notturno.
Scomparivano i sogni, sfumando lentamente.
Si ritirava l'oscurità, indietreggiando spaurita.
Il primo respiro della luce soffiava nell'aria accarezzando le povere creature ancora avvolte nel torpore sonnolento dell'inconscio agitato dai fantasmi del sonno.
Era un soffio leggero, fresco, delicato che scivolava sulla pelle dei corpi in dormiveglia come una mano soccorrevole che allevia il sudore teso della febbre.
Annunciava l'arrivo della prima luce.
Era il suono senza voce della luce che piano piano si intrufola nella vita.
Il saluto del buio.
Lo scambio di convenevoli sull'uscio fra la notte, sempre elegante nella sua morbosa sottoveste di seta nera, e il nuovo giorno, arrembante e garibaldino, vestito di tutto punto come un perfetto damerino.
Ma il soffio è un sussurro, un saluto sottovoce che non vuole disturbare l'ultimo sonno leggero, il breve momento di agognato riposo, delle creature disfatte dalla lotta contro le ombre del mondo onirico.

Piano piano quel respiro si condensa in un fiume di luce.
Dapprima è un liquido rivolo che s'intravvede appena nell'oscura pianura sconfinata della notte.
Poi cresce, s'ingrossa piano piano, alimentandosi del manto di luce che s'intuisce, s'indovina, dietro l'orizzonte.
La linea su cui è appoggiato lieve, quel mondo meraviglioso che è posto in equilibrio laggiù, dove la mia mano mai riesce a giungere, dapprima è un sottile intuitio confine fra l'impossibile e l'immaginario, una linea invisibile, evanescente, un ricordo sospeso fra amnesia e fantasia...
Poi, nella coscienza ancora inconsapevole comincia ad insinuarsi una sottile insoddisfazione che, senza apparente motivo, turba la pace notturna immersa nell'indifferenza dello sguardo.
Quindi, con un leggero fastidio, come un urticante tocco leggero leggero, comincia a delinearsi una sottilissima frattura fra il tempo che sta passando e quello che deve ancora venire.
Il mondo dell'oscurità evapora facendosi leggero e invisibile e il suo posto viene usurpato da quello dei fantasmi della vita.

Io dormo fino a tardi, la mattina.
Di questa lotta quotidiana non mi avvedo quasi mai.
Potrei quasi dire che essa sia frutto delle mie fantasie notturne.
Il resto, frammenti, schegge di sogni dispersi, relitti alla deriva, qua e là nel mare infinito dell'incoscienza del sonno.
Ma so che questo miracolo accade ogni volta.
Ogni volta che si forma quel rivolo di luce che sgorga dal nulla e trasporta l'apparenza della realtà sotto i nostri occhi.
E' come una lacrima, che si condensa dal nulla sul bordo dell'occhio.
E poi, senza sapere com'è, comincia a scivolare giù, e s'ingrossa e, alimentato chissà da chè, da ricordi, sensazioni, dolori che non hanno niente in comune con quel liquido salato che ha la sorgente dietro le finestre della nostra vista.
Così, piano piano, il rivolo della prima luce ingrossa il fiume del giorno.
In qualche parte del cielo, laddietro, dove lo sguardo non può arrivare, un globo acquoso di luce s'ingrossa rotolando nelle immense vastità del cosmo.
Come un grumo di materia senza massa quell'energia esplosa in tempi immemori si espande e contagia il cielo da questa parte, aprendo le cataratte della realtà.
Così quella malattia deforma la perfezione delle forme nascoste nel buio.
Man mano che quel rivolo si trasforma in fiume, s'allunga e s'allarga la massa di luce che precipita sul mondo.
Come una valanga, d'improvviso, tutto viene travolto.
Una cascata di luce si affanna ad annegare il nostro sguardo.
Una massa globuliforme che s'accresce e si gonfia, di attimo in attimo, si moltiplica e s'ingrossa.
Un'immensa massa.
Infinita.
Uniforme.
Bianca.

Stamattina la cascata di luce mi ha sorpreso.
Me ne andavo, come un cieco al quale la cascata di luce aveva rubato gli occhi, a svolgere le normali attività del giorno.
Cieco, come sempre.
Avvolto in quell'altra oscurità fatta d'incoscienza che chiamiamo vita, andavo in giro, per le vie della città.
Non sapevo bene dove.
Dove andavo.
Dove mi trovavo.
Dove avevo cominciato il mio viaggio.
Dove si sarebbe concluso.
Non sapevo bene, neppure, dove sarei inciampato.
E invece, all'improvviso, ecco l'imprevisto.
L'inciampo.
Le sgambetto.
La cascata mi ha sorpreso.
Subito, un peso sopra gli occhi.
Poi, un'impressione di sbigottimento.
Uno spaesamento, una vertigine, un giramento di testa...
E sono precipitato in un abisso senza fondo.
Cadevo, precipitavo sempre di più...
Le mani si sono allungate come ali.
La schiena si è inarcata e si è fatta sottile come il dorso di una foglia.
Leggero, ho perso ogni peso.
Il mio corpo s'è fatta luce, la mia materia, anima.

... Quando ho riaperto gli occhi, ogni abbaglio si era dissolto.
Davanti a me era una distesa di vecchi muri che la storia aveva morsicato, un oceano di verdi steli d'erba su cui navigavano le zattere della vita con un grosso albero al centro, sui cui era appesa una grassa bandiera rossa, dal sapore aspro della primavera.
Un pezzo di pane cotto con la farina della natura.
Ho preso subito il telefonino.
Click.
Ho scattato una foto.
Ecco.
Così, ora posso raccontarvi la bellezza della vita.
A primavera.
Un fotografo è sempre ottimista.
Lui ci crede.
Ha fede che ciò che resta fissato nella sua memoria possa restare fissato sulla pellicola di una macchina fotografica.
Ciò che svanisce sempre troppo presto dal suo campo visivo possa restare fisso per sempre nel flusso continuo del tempo...
Ecco, io sono ottimista.

08 apr 2013

NERA




E ora vai mio cuore
Vai! Non vedi é  facile
Spicca il volo e vai!
Non vedi il fiume? Là
è la vita che scorre
Scorrono le strade
rapide correnti.
In cielo le nubi
corron veloci.
Verso il mare. Noi.
É la vita. Una nota
solitaria. Suonano
chitarre sul metrò 
Canzoni di vita. Ride
il bimbo. La manina 
stringe forte il manico
e il violino grida.
Il cielo si fa basso
e trema. Corre. Corre
anche l'ultimo treno. 
Chiuditi nella rimessa
cuore matto! Respira
animo! E tu fiume ridi!
Vento scuoti l'aria!
Chiudi gli occhi, bella
sei, dolce anima mia.
Vola angelo dei sogni.
Dita, sprizzate sangue. 
E tu, apriti, petto. 
Tu, fresca fontana,
zampilla argento.
Crà, nera cornacchia. 
Qua! Saltella allegra! 
Il filo d'oro si svolge, 
e dolce lo rivolge, 
il dio d'amore.
In cielo si tinge
neri i capelli sera.
Tintura di notte. Cola.
E il mondo annega.
Ma io, quassù, felice,
rido pazzamente. Sogno.
Ancheggia, luna! Balla.
Dimena i fianchi forte
Notte fonda. M'ami ancora?
Con i seni duri, danza!
Dormi, tu, rondine, ora.
E sogna un riso argentino
e lancia baci al cielo. 
Ancora. Amore. Ancora.
Angelo mio. Son matto. 
Sogno. Senza la tua voce, 
notte, son dura pietra. 
 Muta. Fredda. Spenta. 
Nera.

05 apr 2013

FIABA DEL GABBIANO SOLITARIO

photo by pierperrone


Sto seduto, qui, ad ascoltare le tue storie magico fiume.
Sono perso, eppure sto qui, immobile, come prigioniero di un incantesimo benevolo.
Incrocio con i miei occhi il tuo sguardo azzurro e limpido, pulito.
Trasparente e puro, candido, immacolato.
Mio magico fiume, parlami, mentre sto qui, seduto ad accarezzare la tua pelle liquida che sotto le mie dita si sgoccia e m'inghiotte in un lenzuolo d'amore.
La tua voce è la voce della mia anima e quando mi parli è dal centro del cosmo che la tua voce mi giunge.
Fiume magico, nel tuo grembo si è ingravidata la mia vita, si è fatta rami e foglie e fiori e frutti carnosi e dolci.
Sei velluto, sei candore, sei dolci anse in cui mi avvolgo, sei spire in cui mi lego, sei mani che mi prendono, sei pelle che mi scalda, sei sfioramento e carezze e sfinimento...
Rabbrividisci, come me.
Nella tua carne affondo e dolcemente mi perdo.
Scopro il mondo e sogno, dentro di te.
Nella tua carne d'acqua la mia carne scopre la carne di cui  siamo fatti, io e tu, mio fiume innocente.
Ah come ti desidero, fiume della mia vita!
Ti ho sempre desiderato!
Tu nasci dalla carne del mondo e da quella carne ti sei fatto acqua, per esser fiume, spinto e mosso dalle carezze di cento braccia, morbido corpo che si dona, corpo che dona piacere, piacere che semina piacere, piacere che diventa mondo, mondo che diventa vita.
Carne della carne, vita della vita.
Desiderio e passione e brivido e carezza e bacio ...

Me ne sto qui seduto mentre t'abbraccio.
E ti stringo, ti faccio mio.
Entro dentro di te per esser, con te, un corpo solo.
Il mio amore è la tua voce e la tua voce canta e le tue strofe sono la mia voce e le la mia voce è storia e la storia è mondo.
Con gli occhi sprofondo in cielo e il cielo si fa soffice letto.
Avviene lì l'incontro dei nostri corpi e lì canta, la nostra carne, il canto eterno dell'amore, lì, dove il cigno bianco e il cigno nero s'accarezzano.
Ecco, e ora che siamo acqua, acqua della stessa acqua, siamo spinti dalla corrente, dalla stessa corrente che spinge il mondo.
Mentre dentro di te spinge la potenza dolce dell'amore, una corrente rapisce i nostri corpi uniti e li porta e ci spinge...
E' la corrente della mia vita, che è corrente della tua stessa vita, è la corrente della vita che diventa vita, è la vita, è la vita della stessa vita che, forte, potente, dolce umore dell'amore, scorre e si fa eterno.
Sul mio petto spunta un fiore bianco, candido fiore di ninfa, avide foglie verdi, carnosa pelle bianca, insaziabile bocciolo d'amore.
Vorrei succhiare i suoi baci e bere il suo nettare profumato d'amore.
Le mie dita stringono forte il suo cuore delicato e sento sotto la pelle gli spasmi che struggono il suo cuore dolce.
Avidamente bevo i suoi sospiri spezzati ma la mia sete riarde di nuovo desiderio e non mi disseta il suo respiro che mi scende nella gola.
Tu, mio fiore di carne dal cuore rosa, mi sorridi, ma guardi già lontano.
Il tuo battito scorre laggiù, dove ormai corre volubile il corso del fiume che s'allontana rapìto dal tempo...

M'aggrappo alle sponde dure e affondo le dita nella nera terra, m'intreccio al canneto e m'impasto nel tuo fango.
Mi faccio terra, imploro e piango per ritornare ad essere uno, io, lo stesso che amasti, ciò che ieri fui, ciò che un attimo fa, appena, fui con te, ciò si fece unica cosa con la vita, ciò che, insieme, eravamo. L'infinito, l'eterno, l'amore estremo.
Ma la tua voce, ormai, scorre più lontano.
L'ansimo e l'impeto si sono fatti solo rimbombo, eco. 
Il sussurro, sibilo.
Il ricordo, corrente, che scorre e dimentica.
Ecco, ora sei lontano, ancora, sempre, più lontano.
Ed io ti guardo andare, da lontano.
Sono, lo capisco, un gabbiano, un gabbiano che s'allontana, un gabbiano solitario, leggero, che nell'aria tersa, vola alto.
Sono un candido angelo spensierato, ignorato dall'amore, si, ignorato dall'inconsapevole destino e sordo e cieco! 
Per sempre.
E' la mia natura.

Muto, ormai, muto è restato il tempo, muto, il silenzio, e vuoto.
Neanche l'aria ormai, sazia più i miei polmoni, restati avidi ancora del tuo respiro, del tuo fiato, della tua corrente intrepida della vita che, ormai, da me s'allontana.
Non mi saziano più le tue carezze, rarefatto fantasma, non mi basta più quel che un attimo fa, appena, prima di questo nostro muto silenzio, mostruoso ed  esterrefatto, era il nostro sospiro che l'amore sincopava.
Neppure più, in quest'aria inutile e fredda, si sostiene il mio incauto volo.
Precipito in basso dal più alto dei cieli, senza più raggiungere la meta a cui mi sentivo destinato.
Lontano sento scrosciare le tue acque.
Con l'occhio ebete le guardo, ormai, senza vedere.
E' un gabbiano, ormai, questo corpo pesante.
Sordo, son sordo, non odo più la tua voce.
Mi hai lasciato andar via.
Mi hai lasciato, mi hai derubato, hai depredato l'ultimo ansito del mio amore fremente e te lo sei portato via.
E poi, ahimè,  lo hai lasciato, l'hai lasciato scivolar via, l'hai lasciato andare come futile, inutile, cosa e l'hai dimenticato, come si dimentica un capriccioso desiderio.
E ora che vuoi, ora, più, fiume della vita che vuoi, più, tu da me?
Ora che, cupo, mi guardi, torvo, da così in alto, e lontano, che, atterrito, sulla schiena devo sdraiarmi per piantare il pugnale del mio sguardo dritto negli tuoi occhi?
Che vuoi, ormai? 
Tu, da me, sei fuggito.
Mi hai lasciato solo, qui, seduto, a piangere sulla ruvida sponda.
Sento tintinnare ancora, spensierata, la tua voce argentina, ma un pò più lungi, più distante, distrattamente s'è invaghita di un nuovo passante. 
Potrei essere anch'io, ma io non sono.
Il tuo sorridente sguardo è lui che invita, ormai non me.
E a me non hai lasciato neanche una lettera su una sgualcita foglia, una coppa in cui versare il pianto d'un ricordo fugace, d'un amore di strada, passeggero.
Ma mi resta il corpo, ancora, il desiderio possente, il palpito che batte, rimbomba, scuote...
Mi riempie invano, ma mi gonfia le piume in petto.
Posso volarmene, altrove, ormai.
In cerca d'un'altra riva, d'un'altra sponda di sogno su cui atterrare...