30 set 2013

FIABA DEI DUE FRATELLI

William-Adolphe BOUGUERAU (1825 -1905) - DANTE AND VIRGIL IN HELL (1850)


E' inutile, io li ho fatti disuguali, impari, dispari, discordi.
Dice con voce pacata, quasi distaccata, impassibile, la figura, poco distinguibile, seduta sul lato destro del grande tavolo nella stanza sconfinata.

L'atmosfera è cristallina, leggera, immobile, candidamente rarefatta.
Sembra l'interno dipinto di certi quadri perfetti, inespressivi, quasi freddi...
Colori distanti, inesplicabili, quasi urticanti nel loro biancore emotivo.

No, tu menti. Io li ho fatti uguali!
Tutti fratelli, figli dello stesso padre, creature della stessa terra, soggiogati allo stesso destino!
La voce che giunge dall'altro lato del grande tavolo rettangolare, è alterata, il tono rabbioso, il volto severo e duro, lo sguardo affilato, torvo, livoroso.

Un sorriso tagliente scintilla allora sulle labbra serrate e sottili che pronunciano con un filo di fiato le parole più dure.
Io ho messo il bastone nelle mani del fratello, la menzogna nella sua bocca, il desiderio di uccidere nel suo cuore.
Io ho messo il lupo sulla cima del monte, sulla riva del fiume, e l'agnello nella pianura, a bere la bava insanguinata della belva che s'è dissetata del sangue del sacrificio.
Io ho messo il servo nella mani del padrone ed il destino del debole nella disponibilità del prepotente.
Io ho creato il male che conosce tute le armi e le astuzie e con la forza e con con l'inganno schiaccia il bene, ingenuo e flebile.
E tu?
Tu, dimmi, cosa hai saputo fare?
Dimmi, creatore fallito della creatura fallita?

Nell'aria ferma. gli angeli stanno, ora, immobili, ébeti, increduli ad ascoltare le atroci parole della verità che risuonano come colpi di maglio, dardeggiano come vampe del cielo, bruciano come le fiamme dell'inferno.
Non un alito di vita si muove.
I cherubini, muti, si guardano sgomenti.
Le vesti, altrimenti candide, rosseggiano di sanguigni riflessi mentre il cielo sanguina.
Il sole muore, come ogni giorno.
Le nubi avanzano come una tetra cavalleria alla conquista dell'infinito.

Una risata sarcastica, ora, si leva, da quel lato del tavolo donde la malvagità si è eletta trionfante bestia dominatrice del mondo.

Poi, piano, il silenzio.
Un muro di silenzio.
Un silenzio misterioso e lancinante.
S'accosta lentamente, timido, incerto.
Poi, quasi senza volere, si sparge per la stanza.
Occupa l'intero spazio circostante.
E' una nebbia densa, spessa, ovattata che assorbe ogni energia sonora di quell'infame creato.
S'impasta all'atmosfera con quel silenzio liquido e asfissiante.
Si lega in una malta compatta e trasparente.
Baluginano, a tratti, le misteriose particelle dell'atmosfera, sospese, in attesa, bisognose d'una vibrazione, d'un suono, d'una voce riprendere ancora, almeno per un poco, movimento e vita.
Per poter cadere e sparire per sempre alla vista, perdute nel buio dell'incoscienza.

L'immensa stanza sembra espandersi nel cielo infinito.
Solo le lontane, quasi, ormai, invisibili pareti, sottolineano l'ambiente in cui si sta svolgendo quella crudele, terribile tribuna.
L'eterna lotta del male contro il bene si dipana con grandi colpi sotto la cintura.
Tradimenti, inganni, menzogne.
Promesse tradite, giuramenti infranti, voti spezzati.
Come fondale d'una scena distante, un candore luminescente si spande da distanze inafferrabili.
Come una marea opalescente s'appropria dell'intero spazio circostante.
Sembrano annegare, le figure ai due lati del tavolo squadrato.
Angoli appuntiti.
Profili affilati.
Respiri sospesi.

Dall'altro lato del tavolo, il bene esita.
Ristà, lungamente.
Sovrappensiero.
Sembra non aver udito l'arringa scagliatagli contro, come un sasso acuminato, dal demonio in persona.
Il bene, vestito dei panni d'un dio distratto, guarda il suo creato.
E le creature che gli squadernano dinanzi.
L'occhio vivido, d'un azzurro acquoreo.
Come cielo, che brilla d'una luce propria.
Non sente il peso delle parole.
Non sente lo spigolo del dardo lanciato da una fionda traditrice che affonda nello zigomo tenero.
Non si piega.
Impassibile, ineffabile, inerme, insensibile.

Insofferente, il creato freme nella pausa in cui è restato imprigionato.
Ma non può liberarsi, perchè le catene del male sono strettamente legate e le carni già sanguinano.
Gli occhi piangono lacrime calde.
I morti ristanno, immobili, nell'eterno che li consuma.
Il mare li mangia.
Il mare della vita che accorre, affamato e insaziabile.
Stanno lì, i corpi, cadaveri in attesa d'un avvoltoio che presto li divori...

Ma l'attesa s'è impadronita del palcoscenico, facendo bella mostra di sè.
Vestita d'un tutù rosa mostra il suo corpicino vezzoso.
Agile, danza in punta di piedi.
Leggera.
Silfide siderea, rifulge opaca.
Poi, quasi ombra, consumata da un raggio invisibile, si disfa.
Sgrana.
Decade e si deposita come sottile cenere spenta.
Sabbia impalpabile.
Polvere del tempo, infine, s'invola al soffio d'una bocca che, alitando l'eterno, s'apre cercando di dire il bene del mondo.

Lo sguardo del dio del bene s'aggira scrupoloso sul creato che si dipana ai suoi piedi.
Ad una ad una conta le sue pecore, il pastore.
Le accarezza con pio amore paterno.
Con le dita sfiora il soffice vello.
Sollevato, constàta che nessuna creatura manca all'appello.
Tutte si volgono a quello.
Restituendo lo sguardo all'amorevole padre affettuoso.
Fiduciose, porgono il collo alla lama che sta per cadere.

La voce del dio si fa soffio.
Vento.
Tempesta.
Il bene non ha voce, parole, ragione, fede, credenza.
Si fa pioggia.
Grandine.
Dilagante uragano.
Scuote le chiome degli alberi.
Spezza i rami più verdi.
Strappa le più giovani foglie.

Il bene è muto.
Soffia sul mondo in silenzio.
Si rifugia nei teneri cuori.
Si fa ferita.
Lacrima.
Ansioso sospiro.
Immortale, involontaria, speranza.
Apparizione e scomparsa.
Vita.
Morte.
Rinascita.

Qualcosa è accaduto, attorno al lungo tavolo angoluto.
Il demonio è sgomento.
Il riso amaro di scherno s'è fatta dura maschera nera.
La verità incontrastata del suo dire non è stata, infin, contraddetta.
Eppur la vittoria non ha un passo spedito, zoppica, incespica.
Il silenzio s'è fatto, ora, due volte pesante.
I due contendenti soccombono sotto quel gravame pesante.
Alla porta bussa, dura, una mano.
Chiede il conto, la vita.
Vuol esser pagata.
E quelli, invece, han perso moneta.

Ora son vuote le sedie, distanti, ai lati lontani del grande tavolo ossuto.
Il tempo ha roso i due contendenti disfatti.
Son rimasti due scheletri scarni.
Due rami d'albero secco.
Eran due dei.
Due figli dell'uomo.
Fratelli.
Figli dell'unico padre.
Il male ed il bene.

25 set 2013

DISSOLVENZE. Una fiaba d'ogni giorno.

Photo by Pierperrone


La cella ha le sbarre, la porta, le pareti, fredde e dure, lisce e viscide.
Un senso di nausea, come una corrente elettrica, attraversa le dita, che scivolano via, sdrucciolando, sull'untuoso rivolo nero del tempo che cola fin sul pavimento e si rapprende, denso e oleoso, in una pozza fetida.
E dall'estremità dei polpastrelli punta diretta, quel malessere intimo, sul cuore.
Le mani s'allargano.
E si fanno piazze.
E le braccia, sterminate, s'allungano.
Sono binari che infilano, diritti, l'infinito....
E il torace?
I polmoni?
Il cuore?
Montagne.
Caverne.
E poi paludi.
Finchè, il gran fiume rosso della vita non irrompe, impetuoso e forte e, vittorioso su ogni resistenza, redime la paura, l'angoscia, la disperazione...

Ecco.
E allora si sentono le pareti granitiche e certe che si fanno polvere secca, si sgretolano, consumandosi fino a farsi sottili, esili, immaginarie...
E finalmente svaniscono.
Anche dal ricordo.
E dalla memoria.
Le porte cominciano a sbattere rabbiose.
Dure e terribili sembrano mosse  da una tempesta ululante e impetuosa.
Invisibile e sorda.
E le sbarre , si vede, si fanno lente, docili, molli.
Lacci.
Fettucce.
Nastrini.
Odorosi, profumati, inebrianti.
Testimoni di segreti legami.
Intrecci.
Grovigli.
Nodi stretti, che grazie ai rossi flutti che mareggiano nel corpo, possono stringersi come un cappio intorno al collo o sciogliersi come giuramenti vani.
A piacimento.

Così, sotto l'attenzione acuta dei sensi, gli spasmi della rossa marea che si gonfia e si sgonfia sulle rive del nostro mare compiono il miracolo.
La cella, che pure ci aveva accolto, protettiva, e nutrito, materna, col suo latte opaco e amaro, pian piano, oppure d'improvviso, non sempre si sa, s'amplia, s'allarga, sconfina...
Le sbarre, nere, lucide e ghiacce, s'allungano, corrugano, s'intiepidiscono e, bagnate dal pianto che il cielo riversa generoso sulla terra, germogliano gemme sugose che s'offono, bagnate e aperte, ai baci caldi dell'amore.
Al cavaliere solitario, fulgido e luminoso, che attraversa di corsa la piana illimite che si sovrasta.
Le porte si fanno praterie.
I cardini, che furono cesoie che recidevano i fili della nostra libertà, si fanno solide colonne del nostro tempio.
E la serratura, che un giorno c'imprigionò legandoci indissolubilmente al nostro destino, si fa decisione, certezza, assoluta promessa che non si muta più in tradimento.
Carezza eterna alla nostra anima sparuta.
E le pareti, infine, trasmutano in oceani immensi, vastità celesti, profondità cosmiche...
Scie infinite brillano sotto la luce lunare.
Sono le navi che attraversano quei sargassi.
E su quelle viaggiano i nostri spiriti leggeri, liberati, finalmente, dal peso dell'essere, del tempo, dell'inizio e della fine...

E finalmente siamo!
Siamo Natura.
Tutto.
Eterno.
Infinito.
Non più, spazio, ci contiene.
O limite, confine, dimensione, misura, numero, calcolo, regola, legge...
Tutto, in noi, sconfina.
E, quel Tutto, la cella del nostro Essere contempla, rimira, racchiude, controlla, governa, domina...
Come una nuova prigione da infrangere, il viaggio della nostra esistenza ci trasporta verso noi stessi.
E noi stiamo lì.
Sulla riva del nostro mare rosso.
Al confine di noi stessi.
Insicuri.
Incerti.
Ansiosi.
Ad attendere.
Per salutare.
L'approdo.
Per decidere.
Tardi.
Infine.
Arbitri.
Del Tutto.
La rotta.

21 set 2013

OGNI COSA AL SUO POSTO

Aron WIESENFELD - EARLY (2008)
 http://www.aronwiesenfeld.com/paintings/Early.html


Ogni temporale compie un incesto.
E' il tuono, mascolino e prepotente, guerriero roboante e fanfarone, veterano ferito e mutilato disperato, in cerca, sulla terra, del suo bottino riparatore.
O il dardeggiante giavellotto della vampa ch'elettrica accende di lampi la volta celeste.
Prede preferite son le giovani inesperte creature.
S'insinua, il martellante batacchio, che risuona per gli spaz'infiniti, violento e indifferente, nella vergine piega della terra che, vana, tenta d'opporrsi.
E senza urla, nè lacrime, alfine, cede tremante.
E s'arrende.
Conoscendo, così, il peccato originale.
L'offesa che la voce straziante del cielo infligge alle sue creature.
Nulla può, tenerezza.
Il verde germoglio nascosto sotto le labbra rosate del solco trema.
Impotente.
Forza, lo sovrasta, a cui non è dato resistere.
E' la profumata pelle zuccherosa della gemma, insicura, ancora, sul suo pendulo ramo, appesa, incerta, alla vita, prim'ancora di conoscer l'amore, costretta al martirio.
Non v'è di santità consolazione, nel mondo.
Quelle son illusioni dell'uomo, povera bestia, ch'abbisogna di meste menzogne.

Ma v'è anche il piacere a turbar il quieto scorrer dei giorni.
La vecchia, rugosa, polvere secca, che ricopre, coltre barbuta, la glabra crosta dei viali delle città impaurite dal sole che picchia come un ossesso titano, sta lì, lubricamente distesa ad attender il primo arrembante assalto d'amore del temporale che rompe l'estate.
Stanca, dall'attesa stremata, vegliarda esperta d'amore, pubblicamente espone le sue oscene cosce pelose, le larghe natiche aperte, il suo sconcio sesso assetato.
Sta lì.
Battona, a chieder al primo che passa:
"Prendimi, son tua.
Non voglio in cambio null'altro che suggere il succo tuo, goccia di linfa, estratto d'essenza vitale".
E quello, il tuono, che tromba rumoroso prim'ancora ch'il temporale sgoccioli sugosi scrosci sinuosi, neanche ci pensa.
Nudo, mostra la sua tempra possente.
E lordo muove le flaccide carni distese.
Poi, distratto da chissà quale altra partita lontana, s'allontana, lasciando intatte le voglie dischiuse, disfatte.
Madidi gemiti rochi s'odono in cielo, in quei momenti d'intensi spasmi di voluttà negata d'imperio.
Finchè giunge, infine, a liberar la tensione che smorfia la terra, il gran cavaliere che porta la pioggia, coi rullanti zoccoli duri e l'asta indurita del giavellotto che squarcia le nubi.
Geme allora la terra.
E su di essa, l'amplesso dilaga dal cielo.

E v'è anche un piacere nascosto.
Del giovane giunco disteso che beve la pioggia, dopo il grande spavento del grande frastuono del banditore rombante ch'annuncia tempesta.
E' inesperto di fronte alla vita.
L'innocenza è pallida, tenera, lieve carezza che sfiora, tremante, il desiderio che si protende fuor dal mistero.
E' curiosità.
Impacciati movimenti imbevuti d'ignota tensione.
Correnti che scorrono impetuose dove l'occhio non può giungere a dare sollievo, nè il pensiero, nè ancor l'esperienza del corpo maturo.
E' la pura forza della natura che s'apre, senza sapere, ancora, di colpe, tradimenti, peccati.
E' l'innocenza che s'impone sul mondo macchiato dell'uomo.
Per una volta soltanto, per quella volta e mai più, potrà ancor farlo con tanto ardore sublime.
La nervosa tensione si scioglie  man mano ch'il corpo cerca, scopre, obbedisce alle voglie nascoste sotto il virgineo velo nuziale.
Il rosso manto del sogno nascosto nel cuore s'espande e bagna lo stelo del giovane giunco.
Il flessuoso corpo si flette, sovrastato dall'impeto d'ignote sensazioni impreviste.
Una sconosciuta volontà si scopre posta al centro del ventre.
Irresistibile, prend'ella il comando.
Il giunco si tende.
Tocca il cielo.
E' immenso, infinito.
Il cosmico arco d'amore unisce la bambina che donna, ormai, s'è fatta, irresistibile Diana celeste, e l'eterno flusso ancestrale della linfa che scorre di madre in figlia, dall'inizio dei tempi.
Il sempre ha preso, ormai, il posto del mai.

Ogni cosa, ora, è finalmente al suo posto.
La frutta matura.
La man che senza peccato la colse.
Guidata dalla fame insaziabile che sospinge la rotazione innocente dei mondi.
L'incolpevole flusso lunare, che tinge, a cadenza, la sua faccia, a volta, di sangue e, a volta, d'amore.
Ogni cosa, adesso, è finalmente posta al suo posto.
Così pensava, senza saperlo, il corpo del giovane giunco che, intanto, si stava specchiando, alto e diritto, nella luce che brillava negli occhi del suo fiero principe azzurro.
Ogni cosa ora, è messa finalmente al suo posto.
Pensava Charlie, che guardava, felice, ma senza capire.
Guaiva, scodinzolando la sua coda di cane randagio.
Aveva trovato i suoi amici col cuore smarrito, sperduto, perso nell'atro, vuoto, terrore.
Ma ora, finalmente, ogni cosa era stata messa al suo posto nel mondo.
Si, ogni cosa, ora, è stata messa al suo posto dalla mano del cielo.
Questo pensava, col cor sollevato, il celeste principe azzurro, aggiustandosi un pò, con la man sollevata, la lunga chioma canuta ancora discinta che, a dire il vero, pareva sempre quella d'un vecchio.
Il ciel l'ha voluto.
Il temporale.
La ghiaccia paura.
Il salto nel vuoto.
L'abisso.
Il desiderio.
Il corpo ferito.
L'amore.
Cavalier, alfin, vincitore.
E' la vita che uccide la morte.

Così, quella famiglia, resa sacra dal cielo, principiò a camminare nel mondo, lasciandosi dietro, morte, le spoglie di due umane apparenze.
Cosa faranno, ora, andandosene libere in giro, ancor non si sa.
Forse non è neanche importante.
Le avventure finiscono dove la vera vita comincia.
Il mistero sta sempre nascosto, acquattato, dietro un'immobile attesa.
E la vita, la vita, il suo mistero, non stanno spesso nascosti dietro un'immobile, insignificante, esistenza in attesa? 
E non è meraviglioso scoprir cos'è che vive nascosto dietro questo immenso mistero?
L'intervento del cielo può, a volte, finire per esser provvidenziale.
Come s'è visto, lo fu, quella volta, nella piccola, immobile, città che giace ancora laggiù.

19 set 2013

UN'AMICIZIA BASTARDA

Gustave DORE' - ANDROMEDA


Charlie se ne andava in giro di qua e di là tutto il giorno.
Gli piaceva gironzolare libero.
Non conosceva requie.
Un soggetto autistico, potrebbe essere, forse, la diagnosi di un medico della testa.
Ma Charlie, nella testa, aveva tanti pensieri, tante idee, tante cose da scoprire.
Era curioso.
Curioso e volubile, per essere più precisi.
Si.
Si, certo, non si può dire che la costanza fosse la sua caratteristica migliore.
Se si appassionava d una cosa, la seguiva a lungo, certo, con un'irrequietezza che si potrebbe dire come quella di un detective.
Non tralasciava niente di intentato per giungere al bandolo della matassa.
Era curioso, si, l'ho detto.
Voleva scoprire ad ogni costo cos'era, in realtà l'oggetto del suo interesse, del suo desiderio, della sua ricerca.
Un segugio di naso fine.
Si.
Proprio così, un segugio finissimo.
Ma, alle volte, quando meno uno se l'aspettava, imprevedibilmente, volubilmente, ecco, alle volte, d'improvviso, lasciava andare le sue ricerche, che erano procedute fino ad allora con  accanimento a dir poco inusuale, per gettarsi su una nuova pista.
Senza alcun apparente motivo, in certi momenti nessuno poteva capirlo, Charlie, voltava la sua testa dall'altra parte e, come preso al laccio da chissà quale nuovo interesse, si buttava caracollando in una direzione fino ad allora del tutto priva di interesse.
Alla ricerca di qualcosa di nuovo.
A caccia di chissà quali sogni.

Nel suo vagare libero per la città, Charlie aveva conosciuto tutti.
Invero, la città era piccola e gli abitanti si conoscevano tra loro da quando venivano al mondo.
Ognuno conosceva tutto di tutti.
Si sapeva tutto.
Tutto ciò che ognuno faceva, nella propria vita.
Ed anche ciò che non si faceva.
E così, anche Charlie era conosciuto da tutti.
E, naturalmente, anche lui conosceva tutti.
Era amico di tutti.
Tutti gli volevano bene.
E come non amare Charlie?
Ti veniva dietro quando facevi la corsa mattutina nel parco.
Ti si accucciava a fianco se ti sedevi su una panchina.
Te lo vedevi accanto se eri, al pomeriggio, al tavolo del bar, a prendere qualcosa con gli amici, ad ammazzare il tempo.
Ed anche quando pioveva, o quando il sole spaccava le pietre, se andavi in giro per la città, Charlie lo trovavi sempre, sicuramente, sul tuo percorso.
Era un'istituzione della cittadina, diciamo pure così, come il farmacista, il prete, il maresciallo dei carabinieri e il sindaco.
Prima o poi, con lui, chiunque doveva fare i conti.

Il temporale di quella sera aveva squarciato la sera con una violenza inaudita.
Ne parlarono, l'indomani, la stazione radio della città e anche alla televisione, sul canale delle notizie locali.
Era stata una tempesta imprevista, come una punizione del cielo alla terra.
Anzi, alla città, perchè era stata colpita solo quella piccola città.
Chissà quali colpe si nascondono in una piccola città, se il cielo si trova costretto ad intervenire con tale violenza per ristabilire l'ordine, l'equilbrio, il giusto dosaggio di bene e di male. 
E chissà quali colpe, il cielo, intendeva punire quella sera.
Pareva che i dardi venissero scagliati dalle infinite profondità del cosmo con rabbia e cattiveria.
Erano scudisciate che facevano rabbrividire la superficie della terra.
Ferite che sanguinavano sulla pelle del mondo.
Un sangue liquido, melmoso, denso di fango e di putritudine sgorgava dalle viscere di quelle ferite.
Era un lavacro purificatorio.
Che il cielo aveva mandato sulla città.
Per emendare quel microcosmo urbano da chissà quali colpe commesse, o forse solo immaginate, da qualche parte laggiù.
E quale mostro poteva mai aver commesso turpitudini tanto gravi da far scatenare le ire del cielo in quel modo?
Non si ricordava a memoria d'uomo un'ira divina così terribile e violenta.

Nella piccola città tutti corsero a rinchiudersi in casa, in chiesa, al bar, dentro un portone.
Un riparo.
Un ricovero qualsiasi per sfuggire a quel tormento che schiaffeggiava uomini e cose senza pietà.
Le strade erano lucide come un fiume.
I lampioni tristi piangevano, sgocciolando, lacrime amare.
Anche le gronde, dai palazzi lungo le vie, singhiozzando, lasciavano cadere i loro lacrimoni che ticchettavano esplodendo a terra, sul selciato dei marciapiedi.
Nel pianoro, sulla riva del fiume il fango aveva macerato la lingua di terra sabbiosa che abbracciava il corso del fiume.
Il giunco che si era appena levato, soddisfatto dei languidi baci della corrente fresca che andava verso l'eterno, chissà dove, stava ancora rimettendosi le mutandine.
Dietro una siepe, di fianco, sul lato che costeggia il vialetto del parco, al margine dell'area destinata ai giochi dei bambini più piccoli, dove gli occhi delle mamme, ansiosi e felici, ridevano guardando gli agognati pargoletti scendere di corsa e ruzzolare dallo scivolo di ferro, lì, un pò nascosto, ancora piangeva il vecchio.
Piangeva senza accorgersene.
Il senso di pena, di colpa, di impotenza lo avevano sopraffatto.
Senza neanche chiedergli il permesso.
Senza dargli neppure il tempo di commettere una colpa.
Un peccato, invece si.
L'aveva commesso.
Grave e tremendo.
Tale da suscitare, forse la collera divina che aveva preso le forme di quella tempesta estiva improvvisa e cattiva.

Punizione meritata.
Questo pensò il vecchio quando i primi schiaffi del temporale lo scossero dai recessi della sua mente sospesa.
Gli occhi erano come rivoltati sullo spettacolo interno della sua colpa, tanto erano fissi ed iniettati di sangue.
Dovevano aver assistito ad uno spettacolo orrendo.
Erano sconvolti.
Indemoniati.
Ossessi.
L'acqua a secchi scaricata dal cielo sul suo capo, gelida e scrosciante, avevano avuto l'effetto benefico di una scossa elettrica su un corpo morto.
Il suo cuore ricominciò a battere.
Dopo l'immobile paralisi che era durata tutto il lungo pomeriggio, là, in quell'angolo di mondo flagellato dal peccato.
La colpa no.
La colpa non abitava in quei paraggi.
Non ancora, per quella volta, almeno.
Non ne avuto il tempo, comunque.

Il giunco si distese.
Poi si ritrasse.
Infine corse a ripararsi da qualche parte.
I leggeri vestitini bagnati erano come le fasce dei neonati.
Il giunco tremava.
La siepe parve un riparo provvidenziale.
Più una protezione contro la paura che un reale rifugio contro la tempesta.
Comunque, il tempo non era abbastanza pigro da fermarsi per lasciar sbocciare un'idea migliore.
La piccola Italia, piangendo per la paura corse direttamente verso la bocca del lupo.
C'era un piccolo varco, tra i rami, nel fogliame diventato lucido per la pioggia che scrosciava.
Le foglie ferite si lamentavano, sui ramoscelli di bosso.
La piccola bocca s'apriva al centro della siepe, pronta ad inghiottire la prima preda gli fosse capitata a tiro.
La piccola ninfa, impaurita come una lepre inseguita dal cacciatore, si gettò in quelle fauci indistinte, scorte nella fuga solo all'ultimo momento.
Cieca di terrore, con i capelli appiccicati sulle guance, gli occhi acuti come spilli, la piccola bocca serrata nello sforzo, da bocciolo di rosa, s'era fatta sottile come la lama di quei minuscoli coltellini svizzeri, affilati e chiusi su se stessi.
Sembrava una creatura mitologica.
Una giovane vergine destinata al sacrificio.
Gli dei degli antichi erano crudeli, sanguinari e perversi.
La fame, il desiderio, l'appagamento, troppe volte, costavano la vita di creature innocenti e pure.
Gigli, agnelli, cerve.

Charlie era restato imprigionato in quella serata di tregenda senza neanche sapere come e perchè.
Bighellonando come al solito, s'era intrufolato nel parco verso la fine del pomeriggio, quando le mamme cominciavano già a richiamare i ragazzini per il lento rientro alle incombenze casalinghe, un pò noiose, un pò rassicuranti.
Aveva salutato al suo passaggio i presenti.
E poi, interessato da chissà quali pensieri, s'era diretto, deciso e preciso, verso quel punto che divideva l'area dei giochi dei bimbi dalla riva del fiume.
Da lontano aveva visto un suo vecchio amico e voleva salutarlo.
L'aveva scorto nel fitto del fogliame.
Sembrava nascosto.
Era distratto.
Non s'accorse neanche di lui, quando s'era acquattato ala suo fianco.
Gli occhi, con uno sguardo bonario e mansueto, avevano seguito lo sguardo del vecchio.
La fissità di quel puntare dell'uomo verso la preda non lo aveva sorpreso.
Anche lui usava puntare le prede così.
Sguardo fisso.
Muso deciso.
Postura immobile.
Coda diritta.
Una spada.
Un colpo nella fionda pronto a scoccare.
Un dardo in procinto di fendere lo spazio.

La calda lingua di Charlie, rosa e rugosa, cercò di mondare la paura dal corpo tremante della piccola Italia.
Era una secrezione acida, aspra, velenosa.
Il naso di un cane la percepisce da molto lontano.
E' la paura.
La sottile patina che avvolge i corpi quando sono imprigionati nella gabbia del panico.
Poi, l'attenzione di Charlie, l'ho detto ch'è molto volubile, a volte, si?, l'ho già detto prima, n'è vero?, ecco, l'attenzione di Charlie, governata dalle legge dell'istinto che noi uomini non conosciamo così a fondo come vorremmo far sembrare, l'aveva fatto d'improvviso voltare, di scatto, sul lato di fianco.
Che quasi, scivolando, sul terreno fradicio di pioggia nera e limacciosa, Charlie stava per andarsi a infilzare su un ramo spezzato della siepe di bosso.
Ma era riuscito a tenersi in equilibrio, seppure precario.
E le zampe, le quattro zampe dei cani che hanno una tenuta da fuoristrada che gli uomini non possono raggiungere senza le protesi motorizzate che chiamano auto, appunto, zampettarono, scricchiolando e stridendo, ma tennero in piedi la bestia.
Infine si lanciò, appena riacquistato l'equilibrio sufficiente a sostenere la forza del salto, di nuovo verso il volto del vecchio che emanava l'odore noto dell'amicizia randagia.
Un bacio amorevole.
Un amore fedele.
Così fu suggellata, ancora una volta, quella vecchia amicizia bastarda.

17 set 2013

FIABA DELL'ACQUA

Paul Emile CHABAS (1869 - 1937) - La BAIGNEUSE


Tutti i bambini, in città, lo chiamavano "il Nonno", al parco, quando le mamme li portavano a giocare e loro, instancabili, correvano a nascondersi dietro a un albero o sotto una panchina.
E lui era lì, intorno a loro, anche quando vivevano le fantastiche avventure del bosco, o quelle in riva al fiume, o dietro gli steccati, dove non giungevano i richiami e gli occhi delle madri.
Era lì che, in cambio di un impagabile sprazzo dell'eterna gloria dei bimbi, si doveva ritirare la protettiva presenza genitoriale.
E così rimanevano soli.
E lui, il vecchio, come lo chiamavano, restava incantato a guardarli.

Il vecchio... era un vecchio.
Abbastanza vecchio, sì, certamente.
Ma nemmeno era tanto vecchio come sembrava dal nome.
Aveva una folta barba sotto al mento ed i capelli fulvi che gli davano l'aspetto che apparentemente giustificava il soprannome di "vecchio".
Ma nessuno, in realtà, si peritava di guardare davvero se quel nomignolo era azzeccato.
Nessuno si poteva permettere di perdere un istante del suo tempo prezioso per approfondire quell'inutile dettaglio.
Tanto, a che serviva?
Era vecchio.
Era sporco, randagio, un animale fuggito dalla gabbia.

La polizia urbana lo teneva d'occhio.
Ma senza prestargli troppa attenzione.
C'era ben altro da fare in città, ben altro a cui fare la guardia.
Ladri, rapinatori, assassini.
Un vecchio cane randagio non si merita gli sforzi delle forze dell'ordine o il dispendio di pubbliche risorse.
Chi vive ai margini, va isolato.
Chi si lascia andare alla deriva, chi occupa gli spazi alla periferia della società è solo un fastidio.
Non un vero pericolo.
E lui, il vecchio, dormiva sulle panchine.
Qualche volta si ubriacava.
Pisciava dietro i cespugli e puzzava.
Ma non era mai stato un fuorilegge.
Era uno spostato, piuttosto, un derelitto.

Gli piaceva stare a guardare i bambini che giocavano.
Gli sembrava di tornare ad essere anche lui un bambino.
Ma non tanto per la nostalgia di quell'età.
Certo che no.
Piuttosto ne avrebbe avuto paura.
E poi, in realtà non era così vecchio come la maggior parte della gente credeva.
Lui cercava, piuttosto, la vicinanza delle mamme.
Le uniche donne che l'avvicinavano, seppure involontariamente.
E senza neanche vederlo.
Quelle, si avvicinavano a lui solo quando s'aggirava nei paraggi delle loro creature.

A lui, al vecchio, come lo chiamavano tutti, piacevano le donne.
Le guardava con desiderio.
Sbirciava di nascosto com'erano fatte.
Se le immaginava com'erano fatte.
Se le sognava come lui se le voleva sognare.
Fantasie da adolescente imprigionato in un corpo d'uomo maturo.
Desideri un poco malati.
Voglie mai esaudite.
Le donne che lo evitavano erano il centro della sua ossessione.
E quelle, le mamme, restavano lontane anche quando s'avvicinavano troppo.

Quando si fissava a guardare, il desiderio, nella sua mente solitaria, s'ingrossava come una corrente impetuosa.
Le gambe.
Erano soprattutto le gambe.
Abbronzate, agili, lunghe, carnose.
Nude sotto le gonne corte.
E quello che c'era poi più, oltre, più in là...
Il mistero d'una natura inspiegabile.
E inesplorata.
E poi i seni.
Dolci e rotondi.
Frutti da cogliere.
Sotto le camicette strizzate.

Sentiva il dolore dei morsi nella sua carne d'uomo immaturo.
Sentiva il desiderio mordergli, impudìco, dentro i pantaloni un pò larghi e sporchi di piscio.
Sentiva soprattutto la disperazione, crescergli dentro.
Una condanna.
La solitudine d'una vita buttata.
Soprattutto da quando Venus l'aveva scacciato.
Venus.
La sua Venus.
L'aveva cacciato di casa.
In malo modo.
Una notte.
Dopo un'ennesima lite.
Era impotente.
L'impotenza d'amare con un corpo frustrato.
L'impotenza di domare la natura imperiosa dei sensi di lei.
Fatale, fu, quella sera, il colpo metallico d'un grilletto inceppato.
Fu in balìa del mare impetuoso che non trovava pace tra le gambe di lei.

Il vecchio, sulla panchina, non conta neanche i giorni che gli scorrono lenti fra le mani.
Dietro al cespuglio passa le ore a guardare.
Le bambine, inconsapevoli, scendono, ridendo, lo scivolo.
Impazzite.
Le madri, felici, aspettano.
Braccia spalancate all'amore che arriva di corsa.
Un colpo di vento imbizzarrisce i capelli.
Profumo di talco e di donna si spande nell'aria.
Un'onda d'organza leggera.
Fruscio di sogni di seta.
Un merletto furtivo.
Un gesto distratto.
Un sospiro.

Una mano disperata.
Un livido pugno.
La spasmodica forza della disperazione.
Adunca come un artiglio.
Nell'aria si solleva acre l'odore dell'erba violata.
Si spegne lontano il suo silenzioso lamento.
Un candido fiore porge al boia la sua delicata corolla.
Poi, reclina il capo.
Cade reciso.
Un bagliore di lama stridente e feroce si spande nell'aria.
Un riflesso di duro, gelido, acciaio.
Una lama di luce affilata.
Restano due occhi socchiusi.
E un pianto, distante, di bimba.

La piccola Italia sogna con gli occhi aperti, sgranati nel vuoto.
Seduta sulla panchina nel parco, s'è scordata del tempo.
Sta per giungere anche l'ora di cena.
Quando spuntano i fiori e l'erba si fa verde tappeto, dopo il lungo inverno che paralizza nel gelo la grigia città, appena l'aria si fa ancora una volta mite e leggera, non le piace stare rinchiusa nella stanza a rimirare lo spicchio di cielo rinchiuso nel quadro della finestra.
E' una prigione, quella.
E deve fuggire.
La mancanza della scuola, nei lunghi mesi delle inutili vacanze d'estate, allunga le ore della giornata e ingigantisce l'attesa della nuova sera prima che giunga davvero.
Alla piccola Italia piace star delle ore sulla panchina nel parco.
Di fianco alla riva del fiume.
Immobile, fissa, ad ascoltar la corrente sommessa che mormora le sue storie lontane.
Nel verde ancora tenero della radura le piace sdraiarsi sull'erba, senza paura di macchiare il delicato vestitino leggero.
Resta lì delle ore.
Sta ad ascoltare con molta attenzione.

Dietro la siepe il vecchio, a lungo, sta fisso a guardarla.
Silenzioso ed assorto.
La conosce da quando era bimba.
La nonna l'accompagnava, allora, quando non poteva ancora uscire di casa da sola.
La scortava ai giochi nell'area dei piccoli.
Al vecchio non interessava quella donna passata d'età.
Era solo una vecchia signora.
Ma la piccola Italia, pian piano, s'era fatta una signorina dalle forme perfette.
E' diventata una pesca matura.
Là, sulla panchina, se ne sta come appesa sul ramo.
Odoroso velluto che non sente l'ape ronzargli d'intorno.

Il pomeriggio allunga le ombre delle cime degli alberi sul verde pianoro.
Forse è l'afa a diventare insopportabile, oppure la voglia di fare qualcosa di speciale.
Non sa.
La piccola Italia, d'un tratto, si scuote dal torpore in cui ristava sognante.
S'avvicina alla riva del torrente che complice canta lì a fianco.
Si toglie le scarpe.
Ballando dolcemente comincia a bagnarsi.
Il suo giunco si flette flessuoso sulla superficie dell'acqua.
Ondeggiando, s'immerge, con un brivido al contatto della frescura dell'acqua.
I suoi frutti si fanno sodi ed aguzzi.
Le sue valli ed i suoi colli, dolcemente si lasciarono andare.
Ai baci del fiume s'abbandona, fremente.
Ma lei non se ne accorge.
E' assorta nel suo sogno incantato.

Il volto del vecchio diventa di pietra.
Si fa pallido cencio.
Due lacrime gli rigano il volto rinsecchito e rugoso.
Lui non se ne accorge.
Son lacrime color rosso sangue gelato.
Sul fiume resta sospeso un sospiro profondo.
Poi anche l'aria si ferma in attesa.
Finchè il giunco flessuoso, dopo il suo bagno vitale, si leva.
Si mostra nella sua candida nuda purezza.
S'offre al soffio della brezza leggera che l'avvolge come un soffice lenzuolo di lino.
Poi, sazio del sollievo che gli ha offerto la generosa natura, torna a rivestirsi dei panni odorosi di bocciolo di donna
Protetto del pudico manto della sera che finalmente giunge ad avvolgere quella divina innocente creatura.

Il demonio ha gli occhi di brace sotto la fronte, e il respiro affannato.
Ma porta in petto il gelo del cuore.
Non ha speranza, la povera bestia dannata.
La sua casa è l'inferno.
La condanna è l'eterno fuoco del desiderio che estinguer non può.
Crudeli aguzzini son le creature più dolci del mondo.
Gli scava ferite profonde, quel fuoco.
Le carni ardenti spegner non sa.
Brucian sulle fiamme.
Smorzar il fiammante falò è l'imperativo represso.
Tizzoni si fanno, di sterpi e rami, carbone, i tentacoli della povera immonda creatura.

L'acqua, nella pozza larga del fiume, si tinge, d'improvviso, di nero.
Rigurgita olio, pece bollente.
Un rombo porta il grido sgomento del cielo tremante.
Una vivida lampa balugina in alto, spettrale.
Si fende, ferita, la notte.
S'apre la tenebra urlante.
Cadon, pesanti, neri chicchi di pioggia.
Testardi, batton col piede la terra.
Uno scroscio, infine, s'affolla frenetico e urlante.
E' giunto, pietoso, a spegner le fiamme.
A chiuder per una attimo all'inferno la bocca.
Chissà, un'amorevol creatura del cielo ha avuto pietà.

14 set 2013

FIABA DELLA PICCOLA ITALIA

Photo by Pierperrone


Ancora una volta, lì, dinanzi al cielo, la mente perduta nelle grandi correnti, gli occhi sgranati.
Si, è vero, è solo il piccolo cielo che entra in una finestra, squadrato, regolare.
Ma un cielo resta sempre imbelle, indomabile, libero, anche se è imprigionato in quell'angusto spazio.
Perchè un cielo è un cielo, sempre.
E' luce pura.
E' l'infinito che ci guarda.
E' l'oceano in cui veleggiano i nostri corpi quando li lasciamo liberi...

Gli occhi della piccola Italia s'erano incantati.
D'un azzurro fatato, erano lo specchio di quello spicchio di cielo.
L'iride d'oro testimoniava le sue origini divine.
Una ninfa.
Una chimera.
Chissà.
Una dea.
Capelli soffici come nuvole gialle le avvolgevano l'ovale candido del volto gentile.
Una ciliegia per bocca.

Lo sguardo intenso e svagato al tempo stesso leggeva i segni che nessun altro sapeva vedere.
Conosceva l'alfabeto del creato a menadito e sapeva leggere il grande libro dell'universo.
La piccola Italia era stata educata alla scuola dei poeti, dalle Muse in persona, che s'erano dedicate a lei pienamente ed in modo esclusivo.
Sarebbe stata lei, un giorno, la nuova regina dell'Olimpo.
Lo sapeva.
Così era scritto sul gran foglio azzurro che si squadernava adesso nel cielo terso.

Ogni giorno, appena tornava dalla scuola, la piccola Italia correva a rinchiudersi lassù.
Un saluto di corsa alla nonna che sfaccendava in qualche stanza oppure in giardino.
E saltava a due a due i gradini della scala che portava al piano superiore.
Passava attraverso la porta ancora chiusa, tanto la frenesia la percorreva come una corrente.
Pareva un fantasma, una creatura dell'altro mondo.
La finestra sulla parete di fianco al letto era sempre lì ad aspettarla, fedele compagna di giochi.
Un saluto al grande albero del giardino e, in un lampo, eccola, assisa sul suo trono celeste.

A scuola non parlava mai con nessuno.
La maestra era abbastanza preoccupata di questo.
Era molto brava, oh, si, questo si, il suo rendimento era sempre eccezionale, preparata, conosceva la lezione ben oltre quello che veniva spiegato in classe o che era scritto sui libri.
Chissà dove andava a cercare per fare i suoi compiti.
Il suo punto di vista era sempre orginale ed informato.
Un piccolo mostro, si sarebbe potuto dire, se non fosse stato per la sua gentilezza dolce e cordiale.

I ragazzi spasimavano per lei.
La piccola Italia aveva fatto innamorare tutti, si, tutti i giovanottini che frequentavano la scuola.
Tutti i cuori principeschi battevano solo per lei.
Ma erano spasimi e sospiri che non la raggiungevano, non la sfioravano neanche.
Non serviva invitarla.
Era inutile cercare di farsi notare.
Nessun cavaliere era riuscito mai, fino ad allora, a farla salire sul suo cavallo alato.

La sera calava lentamente sul mondo.
Il mondo era piccolo in quella piccola città di provincia.
E ancora più piccolo si faceva, racchiuso in quel rettangolo di luce che sfioriva piano piano sul muro.
Alla fine della sera non restava granchè, di quella scheggia di mondo, sul muro.
Qualche ombra.
Qualche stella che pulsava a intermittenza.
Qualche nuvola che si affacciava per salutare.

Negli occhi della piccola Italia non calava mai la sera, però.
Una luce perenne li teneva accesi.
Anche quando di fuori, sul mondo, calavano le tenebre notturne.
Lì, nel giardino sotto la finestra, non arrivava il bagliore del lampione che stava all'impiedi davanti alla porta di casa, là, sulla strada, come un sentinella distratta.
Non si accorgeva della luce che brillava in quegli occhi.
Eppure, a saperlo, erano loro che tenevano accese le stelle lassù, nella volta buia di nero velluto.

Quando il mondo si metteva a dormire, si accendeva il mondo dei sogni.
E la piccola Italia ne era l'incontrastata regina.
In quel mondo di dei, principesse, eroine, viaggiatrici, giornaliste era lei la più bella di tutte.
Non le occorreva parlare, per esprimere i suoi desideri, perchè tutti, tutte le creature di quel mondo incantato, s'affrettavano ad esaudire ogni suo volere, appena le sbocciava nel cuore.
Era sempre felice, in quel mondo fatato
Quel mondo era sempre felice, grazie alla magia di quell'incantevole fata.

Le piaceva passare le ore lassù, alla piccola Italia.
Le ore libere dai compiti, dai doveri di casa, dalla visita alla povera mamma rinchiusa in un carcere in città.
L'avevano presa una notte, mentre sprecava la sua vita sulla strada, consumandosi nascosta nel buio.
Non era ritornata, al mattino, per salutare, con gli occhi pesti di sonno, la piccola Italia che usciva saltellando allegra per andare alla scuola poco lontano.
Era arrivato il suo uomo, verso sera, quando cominciava a fare già buio, per dire con voce arrogante che lei s'era fatta arrestare.
Ora non voleva più saperne di lei, se ne stesse pure a marcire in prigione.

La piccola Italia non sapeva che piangere poteva aiutarla a capire.
Lei non capiva nemmeno il mondo assurdo dei grandi.
Sapeva di dover aspettare.
Fin quando, non aveva importanza.
Doveva soltanto aspettare.
La mamma sarebbe arrivata, infine, un bel giorno.
E allora sarebbe stata gran festa.
C'era scritto questo, là, nel grande libro del cielo.

13 set 2013

09 set 2013

POESIA DEL TEMPO

Photo by Pierperrone
"Eh, andare, andare...
Correre e scorrere
e sudare senza sosta.
Scorrere e la pietra
dura consumare...".
Questa strana litania, 
leggera come il vento,
aleggiava lieve in aria
e non si posava mai.
Anch'io, così, allora allora, 
gironzolavo irrequieto e
sbuffando me n'andavo.
Le mani affondavo in tasca,
cieco e muto, annegavo l'ira
nel dannato lago dei pensieri 
miei. Ed era solamente ieri. 
Pensieri neri, scompigliati,
dispettosi e spettinati.
Li batteva il leggero vento,
che un pò distrattamente, là,
d'intorno, come un mantra, 
innseguiva la vita che fuggiva. 
A gran voce, udìi d'un tratto, 
invocar, il tempo, spazio 
di passare e andare avanti.
Come, s'illuso, io potessi mai
rallentare il passo suo! Poi,
forse risentito, un pò spavaldo,
arditamente m'accarezza, 
fremendo, con l'ala sua leggera...

Ecco, è così ch'è accaduto.
Da allor, mi manca l'aria.
Uno spirito m'ha preso, catturato,
m'ha imprigionato il tempo.
A volte, d'un tratto, ancora,
un fremito mi scuote,
un tremore, una corrente.
Ed or che quei m'ha preso
un terror il cor mi stringe
e cola tra le spalle,
un filo di sudore
e il passo mio, distratto,
cede in tutta fretta
finchè sento nella testa
 vagamente scompigliarsi 
il flusso vago
dei pensieri solitari.

"Andare, andare. E'giunta, ora,
l'ultim'ora del povero signore.
Ch'egli vada, infine, e si presenti
al giudice supremo.
Andate alla malora!".
Ecco è questo ch'egli urla
e sento ancor la voce sua
ch'intima, feroce, un dopo senza pace:
"Su, sù, voi, via. Spostatevi di là!
Forza. Largo. Lasciatelo passare!
Non vedete? Andate via di qua!
Ormai è finito il tempo suo. Deve andare!
C'è un mondo tutto nuovo che lo aspetta
 ha una gran fretta..."
Così m'urlò quello a un tratto
mettendomi diritto
con i pedi in un cassetto.
Adesso sento freddo,
forse son già morto,
s'è fatto un gran silenzio
s'è acquetata la tempesta...