12 dic 2013

Latina. Danilo Calvani e il Generale Pappalardo con I Forconi

CHI SONO I FORCONI? UN INTERESSANTE INTRECCIO

Beh, anche se la mia non è una ricerca giornalistica vera e propria, è senz'altro interessante cercare di capire da dove nascono e come si intrecciano i fatti che oggi riempiono le prime pagine dei giornali.
Chi sono quelli dei movimenti che girano intorno ai "forconi"?
Ecco, almeno si può provare ad abbozzare una risposta:

- http://livesicilia.it/2012/08/03/i-forconi-e-pappalardo-insieme-nel-coordinamento-dei-movimenti_173394/

- http://www.sudpress.it/sud/corrado-labisi-e-il-premio-livatino

03 nov 2013

ANIME NELLA RETE

Photo by Pierperrone



In questi giorni di ricordanze, capita che alcune anime, lasciata, per lo più troppo presto, la strada dei giorni e della vita su questo mondo, restino impigliate nella rete che gettiamo per catturarle...

Pescatori instancabili, ma anche, spesso, disattenti, ci sporgiamo su quel mare così oscuro nel quale hanno imparato a nuotare, quelle povere anime sfuggite a questo acquario affollato e rumoroso.

Accecati dal sole che arde sopra le nostre teste, i nostri occhi non sanno vedere.

Guardano, cercano, rovistano, ma sono come vuoti.

Eppure, in quelle reti, a volte, le anime restano impigliate.

Per pochi attimi soltanto, magari.

E poi riescono a fuggire...

Ma se in quell'attimo ci mettiamo ad osservare bene, eccole, le anime, si riescono a scorgere...

Forme che ci appaiono familiari...

Baluginii, quasi riflessi del nulla...

Eppure quale importanza hanno per noi!

Saremmo forse contenti di sapere che, una volta partite da noi, le nostre anime finiscono perse, perdute per sempre, in un oceano infinito nero come la pece.

Un mare nel quale annega ogni forma di vita...

E invece, basta un riflesso...

Un lampo...

E scopriamo le anime, dentro di noi, che sono rimaste impigliate nella rete che abbiamo teso per non lasciare fuggire il passato di cui siamo impastati...

Perchè in quell'incaglio di questo ci accorgiamo, di esser impastati di qualcosa che fu...

E che ora continua ad essere, nel tempo e nella vita, dentro e per mezzo di noi...

Per questo, quel nero mare che chiamiamo perdita, morte, nulla infnito, è solo un'illusione terribile.

Niente finisce davvero.

Neppure se da ciò dipendesse la salvezza del mondo.

Continua la vita e la gioia.

Continua il dolore.

continua la memoria, attraverso il ricordo...

Anche se non volessimo, non potremmo che essere pescatori distratti.

E' questa la nostra vera natura.

Abbiamo le pinne che ci spuntano dietro le spalle.

E le branchie che si aprono dentro di noi...

Nuotiamo in quel mare e ci orientiamo a tentoni...

Nei giorni delle ricordanze un barbaglio luminoso ci attrae...

Una lampara sulla superficie lontana del mar della vita...


13 ott 2013

LA TERRIBILE STORIA DI ANTIGONE

Nikiphoros LYTRAS (1832 - 1904) -  Antigone in front of the dead Polynices (1865)
National Gallery of Greece-Alexandros Soutzos Museum

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12 ott 2013

L'ALLEGRA COMPAGNIA


Photo by Pierperrone

L'ALLEGRA COMPAGNIA
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REPUBBLICA INDIPENDENTE

Fabrizio, io e te dobbiam parlare.
E anche tu, Giorgio, perchè non ti fai più sentire?
E... e tu, Josè? Perchè non mi scrivi più?
Stai sempre lì, con Franz e Cesare e Fernando...
Mi pare di esser solo, certe volte...
La tua voce, Jim, e il tuo colore, Pablo...
Oddìo, come posso viver ormai così?
Vorrei parlarvi, avervi al fianco, uscir con voi...
Scherzare un poco e cazzaggiare, si cazzeggiare insieme un poco.
Come non abbiamo fatto mai.
Non ci siam potuti incontrare ancora tutti insieme.
E anche con tutti gli altri amici che qui non sto a ricordare...
Certo, vivete tutti in casa mia...
Con Renè e Pablo e Cònstantin e Federico...
Si, vivete tutti nella mia grande casa.
Allegra, spesso, aperta, libera, spaziosa...
A volte è troppo piccola, si, troppo piccola anche per me soltanto...
Ma con voi, certo, io sto bene. Il tempo mai non muore...
Non ci siam potuti mai incontrare tutti insieme...
Un gran ricevimento, una festa, un happening...
Una rimpatriata, un bicchier di vino rosso, il sugo grasso e il fritto unto...
Oh, si, come dici, Syd? Una bella sigaretta?
E perchè no? Accavallando le gambe sul tavolino buono, là, in salotto.
Oh, come dev'esser  bello avervi tutti quanti insieme, un giorno...
Quando mi chiamerete io forse esiterò e non correrò subito, lì, da voi.
Perderò tempo, ancora, qui, a salutare gli altri amici, i cari, i passanti ignari...
Si volteranno un poco, curiosando, poi gireranno, certo, dall'altro lato il capo...
Ed io un poco tremerò, come scosso da un freddo vento...
Un soffio gelido mi darà la spinta e cadrò... planando lentamente...
E poi piano a voi mi volgerò e salutando a questa parte m'incamminerò con passo incerto.
Come dici, Pier Paolo, amico caro? Mi chiedi perchè l'esitazione?
Mah, non so, tu mi potresti ben rassicurare. E' che non sono certo assai di niente.
Dibito. Domando. Chiedo. Indago...
Provo a riguardar di là, dal buco che s'è aperto adesso in cielo.
Ma cosa c'è lassù? C'è davvero un gran teatro dove state tutti insieme?
Io vi mescerò il bicchiere, mentre voi discutendo animatamente, deciderete sul mio da farsi?
E se non fosse poi così?
E i cattivi? Tutti quei demòni che ci han rubato il sangue, la pelle e poi la vita, dove son finiti, mai, quei miseri derelitti?
L'han messi laggiù, in fondo, a patire fra le fiamme, le meritate pene dell'Inferno?
E se io non meritassi la vostra agognata compagnia?
Che ne sapete mai, voi, dei miei mille delitti consumati nella vita misera quaggiù?
Delitti di pensiero, d'ignavia, di pigrizia.
Come potreste perdonarmi, mai, voi, ch'avete illustrato, invece, il tempo nostro?
Non c'è memoria in cui non si specchi l'opra vostra.
Perchè mai dovreste far bisboccia con uno come me?
Sol perchè in vita io v'amai?
Generosi, sareste, allora. E in grossa compagnia.
In tanti, infatti, io v'amai. E spesso vi cercai per comprender il senso d'esser vivo.
E voi, allor, mi rispondeste. E' questo che un pò mi dà fiducia.
Se mi rispondeste ieri, perchè non dovreste farlo poi?
Or però salutar vi devo. Ritorno ai casi insulsi dalla vita d'ogni dì.
Un pò di noia, il calar del sabato, la tazza del the bollente che lentamente s'è vuotata...
In cielo, indifferente, lascia la sua scia... un volo immaginario... un sogno... una goccia impertinente
Sono nuvole, bianche e nere. Come noi, passeggian, di passaggio.
Un saluto ancora, cari amici. Vi prego s'aspettarmi.
Sarà bello se vorrete, un dì, accogliermi tra voi.
A me non costa nulla immaginar la vostra compagnia...

11 ott 2013

L'ISOLA DEI VIVI

Arnold Böcklin – Die Lebensinsel -1888 L’ISOLA DEI VIVI
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La belva è lì.

Le fauci spalancate

Affamata. Famelica ed ingorda...

Non si contenta di un pasto.

E' alla ricerca eterna di prede da ghermire.

E' insaziabile.

E spaventoso, il suo aspetto.

Mutevole.

Cangiante.

Un mostro che si nasconde dietro mille travestimenti.

Calmo e pacato, ora, sembra invogliare la carezza.

Pare concedersi con l'intero suo corpo.

Chiede il bacio.

Offre l'amplesso.

Ma in un attimo è la belva.

Nata per soddisfare la sua ferocia sanguinaria.

La bava biancastra, allora, le riempie la bocca.

Profonda e smisurata.

Un tanfo salmastro di morte sale dagli abissi suoi.

Dalle sue viscere nasce l'onda che afferra e sbatte e infine ingoia.

E' il moto permanente che altera e sprofonda, asfissia ed annega....

Alla presa del suo artiglio non si può sfuggire.

Della sua spira che stringe e annienta non si ci si può liberare.

La belva è dappertutto, intorno a noi.

Predilige, è vero, la sconfinata larghezza del mare.

Ma abita anche il nostro infinito cuore .

Là, è a suo agio.

Negli spazi immensi.

Al largo.

Sulla linea degli orizzonti illlimitati.

Là, s'acquatta.

Invisibile e immota.

Silenziosa e attenta.

Sta là.

Mira le sue prede ignare.

In agguato, traditrice, della quiete sorda.

Sa salire nel cielo alto, per colpir di lì, come balenante dardo.

O confondersi con la cieca tenebra.

E affondar la punta acuminata del pugnale nel centro del cuore esatto.

La belva non conosce strazio.

Nè timore, orror, pudore.

La vita succhia, come voluttuosa d'amor semenza, ai più giovani arditi corpi.

Eppur sa anche esser paziente.

E attendere il tempo suo.

I lunghi, lenti, anni.

Il tempo.

I giorni.

Sembra che passi la vita intera, mentre se ne sta in agguato.

Nessun segno avvisa della presenza sua.

Vorace, incombe.

Ciechi, noi, che l'ignoriamo.

Ed ecco poi...

Improvviso...

Il suo planar.

Uno schiocco d'ali.

L'arrivo suo...

Oh, non ci facciamo speranze vane!

La belva arriva per tutti noi!

Non sa distinguer fra cattivi e buoni.

Chi ha fatto il bene massimo è ambìta preda.

La sua ferale trappola per lui è spianata.

Così!

Eppur è cibo grato anche chi s'è cibato del male atroce.

Basta sfogliar le pagine di un giornale vano.

In qualsiasi giorno inutile dell'anno.

Anche oggi.

Per esempio...

S'è preso un mostro umano.

Un cuore agitato e nero, funesto e turbinoso.

L'ha ingoiato tutto intero.

Poi...

La sua caccia ha continuato...

Finchè, laggiù, nel pieno azzurro mare, un branco d'innocenti anime, ha puntato.

Indifferente, infin, s'è presa quel che crudeltà volea.

Erano vagolanti anime nel mondo alla deriva.

Cercavan solamente un  brandello di destino.

Erano corpi in fuga da un presente ladro, baro e assassino.

Ma lei, golosamente, s'è divorata tutto.

Anche il vecchio boia, col duro cuore nero di pietra centenaria, lo sguardo bieco, cieco e indifferente, l'affilata lingua d'acciaio temperato e l'anima perennemente in fuga.

La belva non ha fatto preferenza.

La belva ha un buco in gola e inghiotte ogni vita.

Si, se questo è, a dire il vero, il discorso sulla morte, io pur la via conosco per tentare di fuggirle.

E' una strada che passa per i territori della notte.

Per le ampie plaghe informi del sogno colorato.

Per il vasto mare largo dell'umanissima Esperanza.

E' la rotta che giunge, al fine della notte, nella luminosa isola d'Utòpia.

Lì. E' solo lì. Nella fantasiosa terra amèna. Solamente lì è dato di fuggire, infin, alla mostruosa belva nera.

E se una volta giunti là, altro non saremo che misere carcasse dissolte in povera polvere di cenere, almen nel lungo viaggio avrem cercato la salvezza.

Perchè li, qualsiasi forma prenda la sanguinosa belva, noi sapremo riconoscerla e scorgerne il pericolo. 

Il viaggio è lungo, questo ormai lo so. 

Le mappe, sulle carte, non segnano la rotta.

E anche Utòpia, a volte, sembra di sfuggirci.

Ma solo la fede può salvarci, la fede in quel che siamo.

Povere anime vaganti, sperdute in mezzo al buio, aaggrappate con fede irragionevole al rigido timone di questa fievole speranza.

Ma se davvero non vivessimo così, sforzandoci di raggiungere quell'isola felice, remando fino a sentirsi spezzare i muscoli e le ossa, sbattendo i remi sugli scalmi e schiaffeggiando il mare piatto della vita, se sul serio non vivessimo così, guidati da tanto forte fede, cosa mai significherebbe, allora, VIVER veramente?



P.S.Dedicato a tutti i morti.
A quelli che, innocenti,
han vissuto troppo poco.
E anche agli altri che, 
                       colpevoli,
han vissuto troppo a lungo.

07 ott 2013

POESIA PERFETTA (Fiaba del poeta perfetto)

Photo by Pierperrone


La perfezione.
Si, la perfezione.
La per-fe-zio-ne!

Non è stato facile.
Ma , alfine, è fatta.
E' stata davvero ardua impresa.
Ma, dunque, ora la perfezione è conquistata.

Ho dovuto combattere.
E, per la verità, ho sentito la morte passarmi, a volte, assai vicino.
Porto ancora ferite sul corpo.
E piaghe, dolore, e lacrime.
Lo sforzo.

E' avversario duro.
Sa tutte le armi del combattimento.
Ed i trucchi.
E gl'inganni.
Le tecniche, immorali, della lotta.
Il nascondiglio, l'assalto, il balzo. Fuori, all'improvviso, o il colpo, diretto, al cuore e, il tradimento, vile, alle cieche spalle.

Non conosce paura.
Non teme dolore.
Non sottovaluta gli avversari.
E' amazzone indomita.
Guerriera addestrata dai più grandi maestri.
Scelta dagli dei.
Preferita dagli immortali.

La tenzone è durata mille e mille notti.
Il campo di battaglia porta ancora tutti i segni delle cariche e degli assalti.
Laggiù, dove l'orizzonte sconfina nel mondo iperuranio, si leva ancora la nube immensa della cavalleria al galoppo sfrenato.
S'ode l'eco, ancora, se si tende bene l'orecchio, del tumulto dei cavalli imbizzarriti e degli speroni affondati a sangue nei garretti sfiniti dallo sforzo.
Foreste di lance hanno trafitto l'aria.
Sciami di frecce hanno trapassato il cielo.
Sanguina ancora, la volta.
Agonizzano gli ultimi astri, che mano pietosa di poeta più, curar non può.

Ho costretto, infine, la Musa alla resa.
Prona, ai miei piedi.
Prostrata, pietà m'invoca.
Ma più, compassione, il mio cor d'aver non sa.
Intingo, ormai, la penna mia, nel sangue suo divino.
Fama m'attende.
E gloria.
E il riconoscimento eterno che d'ogni poeta è nascosto vagheggiamento, e sogno.

Preda, nelle mani mie, intimità mi cede.
Non più, pudor riposto, nè vergogne, nè d'amor segreti anfratti.
Musa.
Bellezza pura.
Innocenza, che in peccato, ancor, n'incolse mai.
Per tinger di poesia versi e sfume di color, intingo l'arte mia nel miele dolce suo.
E la voce sua, melodìa,  m'avvolge in amorose spire che il paradiso innanzi m'apron.
Ed io sui Campi Elisi incedo, l'allor dorato della gloria intesto!
Poeta, perfetto artista, conoscitor dei cor profondo, e d'ogni altro agir, umano ardor.

Ecco, ecco, il frutto dell'opra mia, or ch'esse, sacerdotesse, vestali, d'arte, ardente tengon desto l'alto fòco. La poesia perfetta fa sanguinar d'amore di Fiammetta il cor, innocente e retta.
E il color, alfin, la natura stessa inganna, sì che la fredda tempra d'olio steso sulla tela si fa velluto e pelle calda e freme al tatto.
E la canzon d'amor i cor rapisce e incatena amanti e prigioni rende gli occhi che volgon diretti ai versi.
Al modo stesso, tutti l'omini d'inganno restan presi quando musica si diffonde delle parole mie temperate e franche e tinte d'ambra angelica.
A nòva vita è richiamato il figlio morto e finalmente ridon i materni occhi che rosso fòco il dolor rosi avèa.
E la civil d'eroi gloria atterra, nemici, i vinti e di polvere si nutron le reali insegne dei foresti regi scesi a conquistar le calli dell'eterne cittadine inermi.
Anco il martire, i chiodi vince, insanguinati, e carnefici in maledette croci innalza e trafigge il ciel che sacrifico lo fece di vita sua, umile e costumata.
Preghiere smuovon il còre duro dei demònii che il divino nome di dei usurparo senza pietade alcuna per l'umana ispecie e l'attterriro, e la conchiusero in catene.
E perfino tu, insensibil còre del denaro vile, vincitor d'ogni tenzone, ti rivolti in bene quando poesia mia perfetta figlia, nuda e pura, ti volge il sen, e tu, porgendo mendìca mano, resti secco, e ad ella indichi e t'inchini, ammutolito e sperso, come stella ch'al nero ciel indica la rotta...

Ecco.
Perfezione.
Compiuta, ora, è l'opra vera dell'artista.
L'arte assoluta, che nell'aere si perde e in alto vola...
Il mondo ad essa volge l'alma languida ed eterni rende onor e fama e gloria.
Chimerico sogno del poeta ch'il creato pone innanzi ai versi suoi e morte tramuta in eterna vita e beltà in eterno fiore.
Ecco.
Perfezione.
Porgo a te i versi miei.
Compiuta è infine l'opra mia.
Il mondo indifferente segue i casi suoi ed eterni rende, e vani, onor e fama e gloria.
Ad esse, cadùche stelle, volge l'alma languida il creato.
Chimerico sogno in ciel disegna l'alma mia, ch'il creato pone innanzi ai versi miei e morte tramuta in eterna vita e beltà in eterno fiore...

03 ott 2013

LAMPEDUSA

Lampedusa - Isola dei conigli

L’inferno può avere il volto di un paradiso.

Oggi lo so.

Oggi lo sappiamo tutti.

Oggi lo sanno anche quelli che hanno sempre voltato gli occhi dall’altra parte.

Il paradiso brucia fra le fiamme.

Le anime dei dannati bruciano tra le fiamme del paradiso.

E l’inferno non sta da un’altra parte, ma sta qui, nel paradiso!

E’ un’illusione credere che esista un luogo sicuro, dove il peccato non arriva.

Un posto incontaminato.

L’Eden, dove le lingue delle fiamme non giungano a rendere un inferno la vita di ogni giorno.

E’ un inganno il paradiso.

Il blu cobalto non è blu cobalto, ma rosso, rosso di sangue, rosso di fuoco, rosso di  morte.

E il cielo, lassù, non piange.

Resta a guardare.

Indifferente.

Le anime dei dannati che bruciano, quaggiù, tra le fiamme del paradiso, non lo inducono a pietà.

L’azzurro resta azzurro.

Il sereno sereno.

Il giallo giallo.

La bellezza bellezza.

A cosa serve tutto questo spettacolo?

Verrà un giorno in cui si pagherà il conto per aver assistito alle mille e mille repliche di questo osceno spettacolo?

In questa vita, l’unica vita che possiamo vivere, restiamo anche noi a guardare.

Ormai non muoviamo più un muscolo.

Il dito, sul telecomando, si sposta.

Annoiato si posa su un altro tasto.

Ed è lo schermo a cambiare la nostra vita.

Su un altro canale si sta consumando un’apocalisse di sangue che un regista straordinario ha montato con suspence apposta per noi.

E lì troveremo un colpevole.

E potremo condannarlo alle pene dell’inferno.

Noi, avvinti, restiamo a palpitare per quest’apocalisse filmicamente perfetta.

Quella, l’altra, quella che si sta svolgendo al largo, raccapricciante, da qualche parte dell’inferno del mondo, ci genera nausea e fastidio, ed è volgare, sconcia, immorale.

Allora resto sul film.

Con la mano mi carezzo l’anima spaurita.

Lei, annoiata, si distende sul divano.

Nuda, mi provoca.

Spengo.

Il buio, complice, ci culla per tutta la notte.

30 set 2013

FIABA DEI DUE FRATELLI

William-Adolphe BOUGUERAU (1825 -1905) - DANTE AND VIRGIL IN HELL (1850)


E' inutile, io li ho fatti disuguali, impari, dispari, discordi.
Dice con voce pacata, quasi distaccata, impassibile, la figura, poco distinguibile, seduta sul lato destro del grande tavolo nella stanza sconfinata.

L'atmosfera è cristallina, leggera, immobile, candidamente rarefatta.
Sembra l'interno dipinto di certi quadri perfetti, inespressivi, quasi freddi...
Colori distanti, inesplicabili, quasi urticanti nel loro biancore emotivo.

No, tu menti. Io li ho fatti uguali!
Tutti fratelli, figli dello stesso padre, creature della stessa terra, soggiogati allo stesso destino!
La voce che giunge dall'altro lato del grande tavolo rettangolare, è alterata, il tono rabbioso, il volto severo e duro, lo sguardo affilato, torvo, livoroso.

Un sorriso tagliente scintilla allora sulle labbra serrate e sottili che pronunciano con un filo di fiato le parole più dure.
Io ho messo il bastone nelle mani del fratello, la menzogna nella sua bocca, il desiderio di uccidere nel suo cuore.
Io ho messo il lupo sulla cima del monte, sulla riva del fiume, e l'agnello nella pianura, a bere la bava insanguinata della belva che s'è dissetata del sangue del sacrificio.
Io ho messo il servo nella mani del padrone ed il destino del debole nella disponibilità del prepotente.
Io ho creato il male che conosce tute le armi e le astuzie e con la forza e con con l'inganno schiaccia il bene, ingenuo e flebile.
E tu?
Tu, dimmi, cosa hai saputo fare?
Dimmi, creatore fallito della creatura fallita?

Nell'aria ferma. gli angeli stanno, ora, immobili, ébeti, increduli ad ascoltare le atroci parole della verità che risuonano come colpi di maglio, dardeggiano come vampe del cielo, bruciano come le fiamme dell'inferno.
Non un alito di vita si muove.
I cherubini, muti, si guardano sgomenti.
Le vesti, altrimenti candide, rosseggiano di sanguigni riflessi mentre il cielo sanguina.
Il sole muore, come ogni giorno.
Le nubi avanzano come una tetra cavalleria alla conquista dell'infinito.

Una risata sarcastica, ora, si leva, da quel lato del tavolo donde la malvagità si è eletta trionfante bestia dominatrice del mondo.

Poi, piano, il silenzio.
Un muro di silenzio.
Un silenzio misterioso e lancinante.
S'accosta lentamente, timido, incerto.
Poi, quasi senza volere, si sparge per la stanza.
Occupa l'intero spazio circostante.
E' una nebbia densa, spessa, ovattata che assorbe ogni energia sonora di quell'infame creato.
S'impasta all'atmosfera con quel silenzio liquido e asfissiante.
Si lega in una malta compatta e trasparente.
Baluginano, a tratti, le misteriose particelle dell'atmosfera, sospese, in attesa, bisognose d'una vibrazione, d'un suono, d'una voce riprendere ancora, almeno per un poco, movimento e vita.
Per poter cadere e sparire per sempre alla vista, perdute nel buio dell'incoscienza.

L'immensa stanza sembra espandersi nel cielo infinito.
Solo le lontane, quasi, ormai, invisibili pareti, sottolineano l'ambiente in cui si sta svolgendo quella crudele, terribile tribuna.
L'eterna lotta del male contro il bene si dipana con grandi colpi sotto la cintura.
Tradimenti, inganni, menzogne.
Promesse tradite, giuramenti infranti, voti spezzati.
Come fondale d'una scena distante, un candore luminescente si spande da distanze inafferrabili.
Come una marea opalescente s'appropria dell'intero spazio circostante.
Sembrano annegare, le figure ai due lati del tavolo squadrato.
Angoli appuntiti.
Profili affilati.
Respiri sospesi.

Dall'altro lato del tavolo, il bene esita.
Ristà, lungamente.
Sovrappensiero.
Sembra non aver udito l'arringa scagliatagli contro, come un sasso acuminato, dal demonio in persona.
Il bene, vestito dei panni d'un dio distratto, guarda il suo creato.
E le creature che gli squadernano dinanzi.
L'occhio vivido, d'un azzurro acquoreo.
Come cielo, che brilla d'una luce propria.
Non sente il peso delle parole.
Non sente lo spigolo del dardo lanciato da una fionda traditrice che affonda nello zigomo tenero.
Non si piega.
Impassibile, ineffabile, inerme, insensibile.

Insofferente, il creato freme nella pausa in cui è restato imprigionato.
Ma non può liberarsi, perchè le catene del male sono strettamente legate e le carni già sanguinano.
Gli occhi piangono lacrime calde.
I morti ristanno, immobili, nell'eterno che li consuma.
Il mare li mangia.
Il mare della vita che accorre, affamato e insaziabile.
Stanno lì, i corpi, cadaveri in attesa d'un avvoltoio che presto li divori...

Ma l'attesa s'è impadronita del palcoscenico, facendo bella mostra di sè.
Vestita d'un tutù rosa mostra il suo corpicino vezzoso.
Agile, danza in punta di piedi.
Leggera.
Silfide siderea, rifulge opaca.
Poi, quasi ombra, consumata da un raggio invisibile, si disfa.
Sgrana.
Decade e si deposita come sottile cenere spenta.
Sabbia impalpabile.
Polvere del tempo, infine, s'invola al soffio d'una bocca che, alitando l'eterno, s'apre cercando di dire il bene del mondo.

Lo sguardo del dio del bene s'aggira scrupoloso sul creato che si dipana ai suoi piedi.
Ad una ad una conta le sue pecore, il pastore.
Le accarezza con pio amore paterno.
Con le dita sfiora il soffice vello.
Sollevato, constàta che nessuna creatura manca all'appello.
Tutte si volgono a quello.
Restituendo lo sguardo all'amorevole padre affettuoso.
Fiduciose, porgono il collo alla lama che sta per cadere.

La voce del dio si fa soffio.
Vento.
Tempesta.
Il bene non ha voce, parole, ragione, fede, credenza.
Si fa pioggia.
Grandine.
Dilagante uragano.
Scuote le chiome degli alberi.
Spezza i rami più verdi.
Strappa le più giovani foglie.

Il bene è muto.
Soffia sul mondo in silenzio.
Si rifugia nei teneri cuori.
Si fa ferita.
Lacrima.
Ansioso sospiro.
Immortale, involontaria, speranza.
Apparizione e scomparsa.
Vita.
Morte.
Rinascita.

Qualcosa è accaduto, attorno al lungo tavolo angoluto.
Il demonio è sgomento.
Il riso amaro di scherno s'è fatta dura maschera nera.
La verità incontrastata del suo dire non è stata, infin, contraddetta.
Eppur la vittoria non ha un passo spedito, zoppica, incespica.
Il silenzio s'è fatto, ora, due volte pesante.
I due contendenti soccombono sotto quel gravame pesante.
Alla porta bussa, dura, una mano.
Chiede il conto, la vita.
Vuol esser pagata.
E quelli, invece, han perso moneta.

Ora son vuote le sedie, distanti, ai lati lontani del grande tavolo ossuto.
Il tempo ha roso i due contendenti disfatti.
Son rimasti due scheletri scarni.
Due rami d'albero secco.
Eran due dei.
Due figli dell'uomo.
Fratelli.
Figli dell'unico padre.
Il male ed il bene.

25 set 2013

DISSOLVENZE. Una fiaba d'ogni giorno.

Photo by Pierperrone


La cella ha le sbarre, la porta, le pareti, fredde e dure, lisce e viscide.
Un senso di nausea, come una corrente elettrica, attraversa le dita, che scivolano via, sdrucciolando, sull'untuoso rivolo nero del tempo che cola fin sul pavimento e si rapprende, denso e oleoso, in una pozza fetida.
E dall'estremità dei polpastrelli punta diretta, quel malessere intimo, sul cuore.
Le mani s'allargano.
E si fanno piazze.
E le braccia, sterminate, s'allungano.
Sono binari che infilano, diritti, l'infinito....
E il torace?
I polmoni?
Il cuore?
Montagne.
Caverne.
E poi paludi.
Finchè, il gran fiume rosso della vita non irrompe, impetuoso e forte e, vittorioso su ogni resistenza, redime la paura, l'angoscia, la disperazione...

Ecco.
E allora si sentono le pareti granitiche e certe che si fanno polvere secca, si sgretolano, consumandosi fino a farsi sottili, esili, immaginarie...
E finalmente svaniscono.
Anche dal ricordo.
E dalla memoria.
Le porte cominciano a sbattere rabbiose.
Dure e terribili sembrano mosse  da una tempesta ululante e impetuosa.
Invisibile e sorda.
E le sbarre , si vede, si fanno lente, docili, molli.
Lacci.
Fettucce.
Nastrini.
Odorosi, profumati, inebrianti.
Testimoni di segreti legami.
Intrecci.
Grovigli.
Nodi stretti, che grazie ai rossi flutti che mareggiano nel corpo, possono stringersi come un cappio intorno al collo o sciogliersi come giuramenti vani.
A piacimento.

Così, sotto l'attenzione acuta dei sensi, gli spasmi della rossa marea che si gonfia e si sgonfia sulle rive del nostro mare compiono il miracolo.
La cella, che pure ci aveva accolto, protettiva, e nutrito, materna, col suo latte opaco e amaro, pian piano, oppure d'improvviso, non sempre si sa, s'amplia, s'allarga, sconfina...
Le sbarre, nere, lucide e ghiacce, s'allungano, corrugano, s'intiepidiscono e, bagnate dal pianto che il cielo riversa generoso sulla terra, germogliano gemme sugose che s'offono, bagnate e aperte, ai baci caldi dell'amore.
Al cavaliere solitario, fulgido e luminoso, che attraversa di corsa la piana illimite che si sovrasta.
Le porte si fanno praterie.
I cardini, che furono cesoie che recidevano i fili della nostra libertà, si fanno solide colonne del nostro tempio.
E la serratura, che un giorno c'imprigionò legandoci indissolubilmente al nostro destino, si fa decisione, certezza, assoluta promessa che non si muta più in tradimento.
Carezza eterna alla nostra anima sparuta.
E le pareti, infine, trasmutano in oceani immensi, vastità celesti, profondità cosmiche...
Scie infinite brillano sotto la luce lunare.
Sono le navi che attraversano quei sargassi.
E su quelle viaggiano i nostri spiriti leggeri, liberati, finalmente, dal peso dell'essere, del tempo, dell'inizio e della fine...

E finalmente siamo!
Siamo Natura.
Tutto.
Eterno.
Infinito.
Non più, spazio, ci contiene.
O limite, confine, dimensione, misura, numero, calcolo, regola, legge...
Tutto, in noi, sconfina.
E, quel Tutto, la cella del nostro Essere contempla, rimira, racchiude, controlla, governa, domina...
Come una nuova prigione da infrangere, il viaggio della nostra esistenza ci trasporta verso noi stessi.
E noi stiamo lì.
Sulla riva del nostro mare rosso.
Al confine di noi stessi.
Insicuri.
Incerti.
Ansiosi.
Ad attendere.
Per salutare.
L'approdo.
Per decidere.
Tardi.
Infine.
Arbitri.
Del Tutto.
La rotta.