06 dic 2012

ALIENAZIONE (solfeggio n. 1)

Una pagina dei diari illustrata da Kafka


"Fausto!"
"Fausto!!"
Devo andare, ora.
Mi chiamano.
Dovevo lasciare la porta chiusa, così la loro voce non mi arrivava.
Mi chiamano sempre, per fare le loro cose... e io adesso apro la finestra...
Con le finestra aperta le loro voci scappano e non li sento lo stesso...
Dalla finestra entra rumore e sento anche l'aria fresca della mattina...
Quando entra, è un poco frizzante, adesso, la mattina.
E cominciato ad arrivare il primo freddo.
E' inverno, oramai.
Mi stanno chiamando...
Devo alzare il termostato del termosifone, così quando torno la stanza è riscaldata.
Non ne posso più di questo lavoro.
Chi mi chiama di qua, chi mi cerca di là.
Tutti cercano il mio carrello.



Nessuno vuole me veramente, a nessuno interessa sapere come sono andate le analisi di Vanessa, amore di papà, o l'ecografia di Franca, vecchia strega di moglie.
Speriamo che il dottore non decida di operare Franca.
Lei ha paura.
E anche io.
Alla nostra età, ormai, lo so, ci dobbiamo cominciare a preparare.
Lo studio del dottore comincia ad aprirci le porte con troppa frequenza. 
In tanti anni, siamo stati fortunati, non ci siamo mai separati, neanche per una notte in ospedale.
Marito e moglie.
Da 38 anni.
E che cazzo, non passano mai!



"Fausto!"
"Fauuustoooo!!!!"
Non ne posso più.
Quando stavo giù, non mi pesava stare in guardiola a vedere passare chi entrava e chi usciva.
Chi chiedeva un'informazione, chi dava una notizia.
Chi chiedeva del dottore Tizio, chi del segretario Caio...
Le mance aggiustavano lo stipendio. 
Un bicchierino, un caffè, un'uscita per una raccomandata.
Miseria ladra, dovevo passare alla Posta stamattina...



"Fausto!"
"Faustoooooo!!!!!!!!"
E che cazzo, ma stamattina questi pazzi che c'hanno, stanno tutti irrequieti!!!
Devo portargli le scatole rettangolari.
Me le hanno chieste ieri, prima di chiudere.
Dove stanno?
Non mi ricordo neanche dove le hanno messe.
Mannaggia, è sbattuta la finestra. 
Il vetro s'è rotto, il vetro!
'Fanculo, a stamattina che tutto va storto!
I vecchi del reparto stanno veramente fuori di testa.
Quei mazzi di carte che mettono a posto tutto il giorno...
e prima di qua...
e poi di là...
e poi dritti così...
e poi storti colà...
e alla fine ... chi li capisce è bravo.
Il dottore, di là, il capufficio, non porta mai il camice, ma li asseconda sempre, lui, non si ribella mai...
Una volta dovrebbe buttare tutti quei fasci di fogli fuori dalla finestra.
Allora si!
Altro che cercarmi le scatole.



"Il nastro!"
"Lo scotch!"
Che ci dovranno attaccare? Si attacchino quelle loro boccacce da matti, con lo scotch!
Ma dov'è?
Dove l'ho messo?
Il carrello sta fuori la porta.
"Adesso arrivo!"
"Ho sentito!!!"
"Sto cercando le scatole."
Mannaggia, quando arrivano le due?
Non ne posso più di questo lavoro di merda.
Tutto il giorno chiuso in mezzo a questi matti.
A 65 anni mi meritavo qualcosa di meglio.
Nella guardiola, per quasi quarant'anni, portavo addosso la divisa, tutti mi portavano rispetto.
Adesso, qui, guarda un poco che schifo.
Chi gira i mazzi di carte di qua.
Chi li vuole di là.
Chi li mette sottosopra, chi dietro la porta, chi davanti alla finestra.
Cartelle gialle, cartelle rosse.
Numeri.
Parole.
Parole e numeri che nessuno capisce.
E che cazzo gliene frega ad uno come me di dove li prendono e dove li mettono tutti quei mazzi di cartacce tutte polverose e puzzolenti.
Chissà cosa vogliono fare con tutti quei fogli, ci vogliono incartare il mondo?

di TULLIO PERICOLI

"Fausto, per favore, porti questo mucchio dal direttore?"
Sabrina è sempre gentile.
Carina è carina, mai uno strillo, mai una parola fuori posto.
Ma ha sempre l'alito cattivo.
E quei denti neri!!!
Un giorno devo fargli sentire la canzone che mi piace.
L'ho sentita alla radio, una mattina.
Lucrezia, tesoro di papà, me l'ha registrata.
Devo farla sentire a Sabrina.
"Che dici, Sabrina, ti piace questa canzone?"
Ma che cazzo, neanche ti sei girata a guardare.
Così occupata a mettere a posto quella montagna di fogli.
E pure tu, dai, Sabrì, che ci farai con tutti quei numeri, mica ci conti i fidanzati, no?
E con tutte quelle parole, quei numeri,
Montagne di numeri...
Montagna di parole....
Montagne  e montagne di fogli...


Emigrazione Interiore, disegno del maestro Robert Crumb -


Numeri.
Parole.
Numeri e parole.
Nomi e numeri.
Numeri e persone che non ci sono più.
Persone che non ci sono mai state e tanti numeri che non ci sono più.
Posti vuoti, numeri degli autobus, compleanni da ricordare, numeri di telefono, indirizzi, strade, consegne...
Quando portavo i pacchi dalla portineria ai piani non mi sbagliavo mai.
Il dottor Bianchi era al primo. Sempre incazzato.
Il ragioniere napoletano, Gargiulo, al secondo.
Il povero Zambetti, che morì all'improvviso un giorno... l'aveva lasciato la moglie... stava al terzo...
Me li ricordo ancora tutti quanti...
Anche quelli che non c'erano più quando hanno venduto il palazzo...



"Fausto!"
" Fausto, ma non ci senti più?"
"Ormai dovresti andartene in pensione, sei troppo vecchio per questo lavoro"
Quando me ne andrò non ti saluto neanche, vecchio imbecille che non sei altro.
In sette sono, uno più rincitrullito dell'altro.
Chi vuole i fogli bianchi, chi quelli a quadretti, chi quelli protocollo ... chi quelli di computisteria...
Un giorno glieli mischio tutti, così imparano, una volta per sempre!
"Ah eccoti!"
Stamattina che c'hai, Fausto?"
"Ancora problemi a casa?"
"No, no, tutto bene, tutto bene..."
"Mi sta chiamando la dottoressa Laurani, scusi, vado. Le chiudo la porta".

 da:  http://www.samuelmurdoch.com/?p=46


In questo reparto non ci voglio più entrare. 
Perchè mi hanno mandato in questo reparto, quando hanno chiuso la portineria?
Questi matti mi fanno paura!
Lavoro.
Lavoro.
Ma che razza di lavoro è quello dei matti che si mettono ad ordinare pile su pile di vecchie scartoffie?
In questo reparto non ci voglio più stare.
I matti mi fanno proprio paura !




3 commenti:

  1. Adesso non ridere...il racconto è tuo?
    Delizioso è, una chicca, ma mi sembra lontano dal tuo stile.
    Mi dirai tutto, e si scoprirà l'arcano.
    Ciao.

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  2. Decisamente...Lontano dal tuo stile, ma bellissimo. Tuo? Credo di sì e in tal caso...complimenti!
    Perchè ci colgo un vago senso di amarezza? Ma in fondo...non è forse permeato questo racconto, da sensazioni che appartengono a tutti noi? Il lavoro può anche piacere, ma ci sono cose che non dipendono da noi e che ce lo fanno, a volte, sentire pesante. Ultimamente più spesso di un tempo. Avremmo tante altre cose da fare...così tante! E tante cose che ci prendono...e cerchiamo di farlo capire...di condividere forse...ma non ci sentono, tutti presi nell'ingranaggio...E allora ti vien voglia di scappare, a volte sì, vien proprio voglia di scappare.
    Ciao Piero
    Un abbraccio

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  3. Beh, a essere mio, è mio, non posso dire di no.
    E' fuori dal mio solito stile (chiamiamolo così) perchè a modo suo è un'esercitazione per un seminario che ho cominciato in queste settimane.
    Un seminario di lettura e scrittura... così, iniziato tanto per mettere alla prova i miei mille tabù, le mie mille fisime che mi rendono un pò ingessato e fisso.
    E così è nato questo pezzo.
    Un pò naif e un pò neorealista...
    C'è un pò di quotidiano e un pò di fantasia.
    Un pò di alienazione quotidiana che il ritmo giornaliero del lavoro inevitabilmente di dà.
    E' quello il velo di amarezza, cara Patrizia, io la chiamo alienazione, ma è quella distanza che si fa sofferenza fra il nostro essere naturale, il nostro centro vitale, esistenziale, e il centro della nostra identità pubblica, collettiva, sociale.
    Ormai, per molti, il lavoro non ha più un senso, non è un fare qualcosa che entra in un tutto come una tessera in un mosaico.
    Per tanti, invece, il lavoro è uno sforzo vano, un susseguirsi di vane spremiture dell'essere, una follia di cui non si sente il significato...
    Dovremmo rieducarci a capire, a comprendere, a percepire i legami che tengono unite tutte le nostre azioni, per dare, restituire alle cose, alle nostre attività, il senso, il valore di ciò che facciano.
    E noi siamo, esistiamo attraverso il senso che sappiamo dare al nostro essere: le azioni e le inazioni, il suono della nostra esistenza e le pause dei nostri silenzi vitali sono un tutt'uno che dobbiamo riscoprire.

    Io ho provato solo a descrivere come ci si potrebbe percepire se ci si potesse vedere da fuori.
    Ma vederci vedendo sia ciò che si vede, sia ciò che non si vede, che resta immerso dentro di noi...
    E questa è una specie di foto, una specie di clip dell'esistenza di uno dei nostri avatar.
    Uno che lavora da me, ma che forse ho scelto come maschera, come identità...
    (Identità = parola che si declina solo al plurale, come tante altre simili. Per esempio "verità", parola che si realizza solo nei suoi multipli...)

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